CALABRIA, LE LOTTE PER LA TERRA

[…]Diversi momenti storici hanno visto i lavoratori della terra insorgere spontaneamente.

Nel 1860, dopo lo sbarco dei Mille, ad esempio, i contadini di Bronte si sollevano e rioccupano le terre demaniali e Garibaldi stesso, in Calabria, il 31 agosto emanava il decreto di Rogliano a favore dei contadini poveri del Cosentino.

E per la stessa ragione anche nel ’19, alla fine della prima Guerra Mondiale, col ritorno dei reduci esplose un’altra rivolta contadina. Nel 1943 si verifica il medesimo fenomeno: a settembre, dopo lo sbarco delle truppe alleate e la liberazione dai tedeschi e dai fascisti, scoppiano ribellioni contadine nel Crotonese, a Casabona, poi a Strongoli, Melissa, S. Nicola dell’Alto, Cirò, Belvedere Spinello e via di seguito.

Anche durante il periodo fascista si erano registrate occupazioni di terre: al grido di “Abbasso le tasse! Pane e lavoro! Abbasso i mangiaporci!” le proteste giungevano in alcuni casi anche all’incendio dei municipi. La volontà libertaria riusciva a eludere il controllo serrato del regime e finanche la messa domenicale o la festa religiosa spesso si trasformavano in occasione di raduno e di azioni di protesta altrimenti impossibili.

Il fenomeno che inizia in modo del tutto spontaneo nel 1943 ed è stato considerato uno degli avvenimenti più rivoluzionari della storia del secondo dopoguerra, si fonda su una tradizione di lotta, ma questa volta innescando una reazione a catena che si sviluppa per un intero decennio e segna il passaggio dalle lotte tradizionali, episodiche e scoordinate, ad un movimento organizzato, dai contenuti rivoluzionari, giacché basato consapevolmente sulla contestazione dei privilegi dei grandi proprietari terrieri.

Questi movimenti, pur nella continuità, rappresentano uno spartiacque epocale, sia per la trasformazione radicale delle strutture economiche e produttive cui diedero avvio, ma, soprattutto, su un piano sociale, poiché un’intera umanità sommersa, fiaccata da una sottomissione millenaria divenuta ormai una datità, lotta fino all’estremo sacrificio, prendendo coscienza della propria condizione e delle proprie potenzialità, incontrando i percorsi di lotta attuati dalla sinistra rivoluzionaria.

Paolo Cinanni parla di scontro di classe, con la profondità di chi, prima ancora che studioso delle vicende, ne è stato testimone e protagonista, così come Enzo Misefari ed Eugenio Musolino, soprattutto per la provincia di Reggio Calabria, che segnalavano il carattere classista dei moti popolari che si verificarono nei diversi paesi.

Alla caduta del fascismo, non a caso, prende vita quella esperienza complessa della Repubblica di Caulonia, che vede come protagonista Pasquale Cavallaro, ex insegnante elementare che si muove tra ribellismo di tipo tradizionale, con qualche legame anche con elementi ’ndranghetisti, e adesione ad un partito organizzato come quello comunista, da cui poi verrà però sconfessato. I fatti di Caulonia hanno risonanza nazionale e giungono all’attenzione di Mosca.

I moti rivendicavano non tanto le terre incolte dei grandi proprietari, quanto quelle aree demaniali dei feudi, che appartenevano per diritto alla collettività, eppure erano state usurpate dai signori feudali locali, attraverso una serie di imposizioni e angherie che giungevano finanche a produrre falsi catastali.

Tanto lo sbarco dei Mille, quanto lo sbarco delle truppe alleate nel ’43, sono percepiti a livello popolare come momenti di liberazione che sfociano immediatamente nella più legittima e importante delle rivendicazioni: la riappropriazione delle terre pubbliche: sembra quasi che, nel Meridione, ogni volta che spirava un vento liberatore, questo portasse direttamente a sollevare la questione demaniale.

Dal fermento politico e sociale di queste lotte si arrivò ai decreti Gullo del ’44 e, quindi, alla costituzione di cooperative contadine che ottennero la concessione delle terre e le divisero successivamente in quote tra i soci, divenendo gli elementi chiave su cui si fonderà l’organizzazione del movimento per la riconquista della terra.

La presenza al governo di Fausto Gullo, calabrese e comunista, rappresentava un motivo di maggiore partecipazione: i contadini sentivano di avere un proprio referente ai vertici e la loro lotta assumeva un significato nuovo, lo Stato non era più quel Leviatano lontano e rapace, che si avventava sui deboli solo per riscuotere tributi e sottrarre braccia preziose con la leva obbligatoria.

La percezione collettiva dello Stato nella cultura contadina è espressa dalla mole di canti di lavoro, proverbi, espressioni, raccolti in ogni angolo della regione, in cui ricorre spesso, tra gli altri, il motivo della donna che lamenta la partenza del proprio uomo, come nella strofa di un canto insieme ironico e struggente eseguito a Belvedere Spinello, dedicato al “profumato letto nuziale”, in cui la protagonista femminile, nel tormento dell’insonne, così si esprime:

Oi guvernu chi m’ha fattu stamatina! Oi ca lu mia beni mi l’ha fattu partiri.

Mi l’ha fattu jiri oi tantu luntanu, ca né sonnu pigghjiu e né riposu mai.

Oh governo, cosa mi hai fatto stamattina! Hai fatto partire il mio amato bene,

l’hai fatto andare tanto lontano, che né prendo sonno e né riposo mai.

La condizione in cui versava la regione ancora nel secondo dopoguerra era rovinosa: la Calabria era attanagliata dalla miseria e il tenore di vita era ridotto, con l’aggravarsi del fenomeno della disoccupazione, alla mera sussistenza per la stragrande maggioranza della popolazione; il che era ulteriormente acuito dalle pessime condizioni igienico-sanitarie e dal diffondersi continuo di malattie. Luoghi insalubri, miasmi mefitici, folle prostrate e allucinate dalle carenze alimentari prolungate: questo il quadro desolante che emerge dalle ricognizioni.

La fame fu ancora una volta il fattore esasperante della tensione sociale.

Nonostante l’approvazione dei decreti, infatti, ad ogni nuova stagione di semina e di raccolto era necessario ricominciare a lottare strenuamente per difendere le proprie quote dalle sopraffazioni degli agrari.

Nel 1946 si decise per una nuova occupazione, che assunse i contorni di un movimento di massa di portata epocale: i giornali dell’epoca descrivono in termini che oggi sembrano enfatici le decine di migliaia di contadini, uomini e donne. In ogni luogo della Calabria, dall’Alto Crotonese alla fascia jonica, dalla Presila al versante tirrenico, una massa umana grandiosa sciamava nei campi con i propri arnesi di lavoro, intonando canti e slogan: suoni di campane e squilli di tromba chiamavano a raccolta la gente, negli abitati restavano solo gli infermi. Le occupazioni, ora come in passato, diventavano anche veri e propri atti di fondazione, caratterizzati da una dimensione sacrale di per sé profondamente radicata nella tradizione contadina, per la quale terra rappresenta un elemento forte di riferimento per il culto e i passaggi più delicati del ciclo stagionale di semina-raccolto si traducono in una ritualità propiziatoria calendarizzata. Al momento di prendere possesso delle terre, ognuno portava con sé, zappe, vanghe, scuri, ma anche la croce e altri segni religiosi, con comportamenti analoghi alle forme dei riti di fondazione.

I territori sono, così, culturalmente caricati di significati nuovi e, ancora oggi, la dinamica degli abbandoni e dei ritorni nei paesi calabresi è determinata da un profondo senso dei luoghi, che rende ogni spazio umanizzato molto più di una mera dimensione abitativa o funzionale, ma parte viva di un rapporto relazionale, emozionale e sacrale.

L’imponenza del fenomeno inasprì la reazione dei grandi proprietari verso i quali ci fu un’accondiscendenza governativa: le politiche furono orientate verso la repressione di un’occupazione che si svolgeva in maniera pacifica, rivendicando diritti legittimi.

Inizia così la sequela degli arresti e la stagione dei processi; i contadini si videro preda della durezza delle forze dell’ordine e insieme della ferocia degli agrari che assoldavano loschi figuri per devastare impunemente i terreni seminati o per impedire il raccolto.

Con la repressione armata, arrivò il sangue, quindi i fatti di Calabricata, come

di contrada Fragalà.[…]

Di Alfonsina Bellio

FOTO: Rete

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