LA CALABRIA ALL’AVVENTO DEL FASCISMO

Da destra: Bianchi, De Vecchi e Mussolini

La guerra del 1915-18 fu per la Calabria l’inizio di sofferenze e dolori la cui acerbità, da qualche tempo (a parte le catastrofi) s’era parzialmente attenuata. Ancora una volta, la Calabria venne arrestata nella sua corsa alla modernizzazione (e il fascismo avrebbe fatto il resto): 20 000 furono i calabresi caduti al fronte. Sebbene il suolo della regione non venisse toccato, gli sforzi politici ed economici della collettività nazionale di cui la regione avrebbe avuto bisogno per una sua definitiva ripresa – furono impegnati sia dai prevalenti interessi della guerra, sia, quando questa fu finita, dai gravissimi problemi del riassestamento politico.

Maurizio Maraviglia

In Calabria, la triade liberale costituita da Giuseppe De Nava, Gaspare Colosimo e Luigi Fera godeva di grande prestigio, consolidato da esperienze ministeriali (e, nel caso del Colosimo, dalla partecipazione alla conferenza di Parigi in sostituzione di Orlando, nel cui gabinetto quegli sedeva come vice-presidente del Consiglio). Ma intanto nella regione si andarono organizzando movimenti di natura nazionalistica e di ex combattenti: fra gli esponenti di un magmatico schieramento di generica destra dei primi tempi sono da ricordarsi in particolare Maurizio Maraviglia, il poeta catanzarese Luigi Siciliani e Michele Bianchi, quest’ultimo destinato a futuro politico di ambito più ampio; sul fronte opposto, oltre ai già nominati Mastracchi e Gullo, vanno citati per Reggio Paolo Màntica, e per Cosenza Pietro Mancini, il quale, insieme con Gullo, avrebbe costituito la roccaforte del socialismo calabrese, da ora sistematicamente guidato dalla delegazione cosentina; ma intanto si evolveva pure il passaggio di alcune personalità socialiste al Partito comunista. E, mentre si attuava la fascistizzazione di nazionalisti, combattenti e conservatori d’ogni tipo (se pure con diverse prospettive e diverso atteggiamento, ora incline ora alieno dalle violenze), la Calabria vedeva rinfocolarsi il problema della terra ai contadini.

Fausto Gullo

Era, questo della terra ai contadini – eliminazione delle usurpazioni, ripristino dell’uso dei demani, affidamento delle terre pubbliche a cooperative di contadini, ripartizione fra i coltivatori poveri e nullatenenti delle grandi proprietà e soprattutto delle terre incolte, revisione dei patti agrari aduggiati da consuetudini locali iugulatorie ccc. -, era questo, dunque, un problema antico che ora si offriva al dibattito e alla maturità delle nuove classi popolari. In Calabria, dunque, il biennio rosso ebbe un carattere soprattutto agrario, e, se pure coinvolse gran parte della regione – in una partita a tre, giocata tra movimento contadino (Leghe e socialisti), destra conservatrice e milizie fasciste, e infine lo stato con la sua forza pubblica -, esso ebbe la sua zona di massima febbre nella classica terra del latifondo, cioè in tutta l’ampia corona circolare che attornia la Sila, e nel Marchesato, e dunque nelle zone che da secoli erano state teatro di usurpazioni demaniali e di sfruttamento della manodopera bracciantile. Terra politicamente ostile agli assetti vigenti, questa corona di comuni disposti a raggiera intorno all’epicentro silano, condiviso dalle due province e dotato di una omogeneità, costante e coerente, di comportamenti (socio-economici, politici, amministrativi, culturali), che da metà Ottocento è arrivata sino ad oggi: era stato soprattutto qui che, fin dai primi passi del nuovo Regno, il plebiscito aveva registrato i rarissimi no del corpo elettorale; da qui – e soprattutto dalla Presila cosentina, base di partenza della grande proprietà del Marchesato catanzarese — provenivano in grande parte gl’intellettuali formatisi sui testi del socialismo romantico o scientifico, e le intelligenze più fattive, più appassionate e più politicizzate dell’opposizione calabrese; qui il movimento socialista e delle leghe contadine si scontrò più duramente con gli agrari e con i loro mazzieri, con le forze dell’ordine, con i gerarchi fascisti dell’ala intransigente sostenuti dalle «squadre».

Pietro Mancini

Gli sforzi miranti a offrire anche alla Calabria gli strumenti della cooperazione agricola (si pensi all’Opera nazionale combattenti) non tenevano conto del fatto che la Calabria presentava particolarità del territorio, che da sempre avevano favorito l’individualismo agrario, sia pure a livelli miseri; lo strumento cooperativo, l’unico garantito dalla stato fascista, se assicurava l’entrata in possesso di certi territori, non assicurava, però, la gestione economica della conduzione e del prodotto, in presenza di esigenze colturali e logistiche assolutamente primarie (difficoltà di spostamenti, terrazzamenti ecc.). Fu così che il movimento cooperativo, e il più ampio movimento per la terra ai contadini, ebbe in Calabria vita assai breve anche per il boicottaggio e la violenza ad opera delle organizzazioni fasciste. Ma non senza una resistenza vigorosa. Se la documentazione che perveniva al governo centrale offriva una visione tranquillizzante dell’ordine pubblico in Calabria, le relazioni di Pubblica sicurezza e carabinieri (oggi negli Archivi provinciali), provenienti dalle varie stazioni dei cento gangli della regione, non facevano che informare la prefettura, lungo l’arco del biennio rosso e ai primi passi del fascismo, di una forte resistenza da parte delle classi rurali, tra le quali il fascismo stentava ad attecchire, tanto che, all’interno dello stesso fascismo calabrese, era in corso una scissione tra l’ala dura, più coerentemente ideologizzata in senso antiborghese, composta di studenti universitari, di ex ufficiali e giornalisti, e di «intellettuali» con esperienze diverse da quelle della lotta politica e sociale di Calabria; dall’altra l’ala più transigente, fatta di agrari e professionisti, che tendeva a incanalare lo scontento popolare in un alveo più controllabile, da fagocitare lentamente (come ci si riprometteva di fagocitare la stessa ala dura degl’intellettuali intransigenti).

Gli agrari di Calabria erano sfruttatori della manodopera contadina, sì, ma raramente abituati alla violenza: il paternalismo garantista da secoli contrassegnava il latifondo della regione. Fin dai primi anni del regime, anche in Calabria fu chiaro che lo «spirito fascista» dei primordi, idealistico e intransigente, avrebbe dovuto fare i conti, pena la propria delegittimazione, con la vecchia tradizione locale, moderata eborghese, aliena da prospettive rivoluzionane. Il fascismo calabrese fu attraversato dalla lotta tra esponenti delle due ali; ma alla fine la seconda prevalse, con la progressiva emarginazione dei «puri».

Da STORIA DELLA CALABRIA, di Augusto Placanica – Donzelli

FOTO: Rete

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