LE IDEE DI FURTO NEL VILLANO E L’ESEMPIO DI SANT’ELMO

Questo brano è preso da LE PARITA’ E LE STORIE MORALI DEI NOSTRI VILLANI, di S.A. Guastella, vissuto nell’Ottocento. Racconta il mondo contadino di quel tempo. In queste pagine si parla del furto, di un certo tipo di furto. Il contadino, che di solito viene buggerato dai “cappelli”, quando può si rifà, a modo suo. A conforto la leggenda di sant’Elmo.

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Le idee di furto nel villano non essendo determinate dal concetto legale della proprietà di fatto, ma da quello speculativo della proprietà naturale, che ha per norma il lavoro, ne sussegue che i convincimenti di lui corrano in direzione opposta delle prescrizioni dei codici. […] Or dunque se il contadino sottrae qualche tumulo di frumento, qualche cafiso di olio, e qualche barile di vino, o chè altro si voglia in un campo, che ha lavorato con le sue mani, non ne ha il menomo scrupolo, nè se ne confessa, ma lo crede un onesto ed esiguo compenso. Codesto onesto compenso potrà però esercitarsi con tranquilla coscienza quando la roba è tuttora nei campi, non quando è stata riposta nei recipienti opportuni: perchè, riposta che sia, il compenso cessa e subentra il furto più o men grave a seconda dei casi.

Ma dove tutte le opinioni si amalgamano in una sola è nella credenza inveterata del volgo, che rubare al Re sia azione lecita, e su per giù meritoria; e che anzi si possa farlo in ogni luogo, e in ogni tempo, e con qualsiasi mezzo, non esclusa la violenza, ove rendasi necessaria. La roba del Re è roba del pubblico. Chi diamine l’ignora? Ed anzi il popolo, non pago del primo, ha formulato un secondo proverbio : Chi ruba al Re non ruba a nessuno. E quì giova avvertire che per roba del re i contadini nostri intendono le rendite dello Stato, e, non so per qual figura retorica, anche quelle del Comune, e delle amministrazioni sociali. Il Re è come la pulce, sentenzia il villano; entra dove gli piace, e succia quel che gli piace. Il contadino crede con tanta buona fede in codeste dottrine di giustizia distributiva, che le puntella con certe leggende tra buffonesche e maligne, nelle quali il protagonista è sempre un santo dei principali e qualche volta Dio stesso. E, quel ch’è peggio, ha profilati certi tipi di Santi a immagine e similitudine sua, diversi da ogni concetto storico, ma consoni maravigliosamente alle credenze e all’indole propria. Or se dottrina non controversa, anzi non soggetta al menomo dubbio, è di considerare il furto al re come lecito, il modo più spiccio di rubare al Re è il contrabando.[…]

Il re ci affama? E il contrabbandiere cerca aprirci la bocca. Il re tassa maledettamente i tessuti? E il contrabbandiere con la mitezza dei prezzi ne rende possibil la compra. Il re battezza per tabacco le foglie del carrubbo, della cicoria, del fico e di altre simili porcherie? E il contrabbandiere ci riempie la pipa di un po’ di tabacco cristiano, nè ci assassina sul prezzo. È il contrabbandiere soltanto che ristabilisce l’equilibrio tra l’ingordigia di chi vende e la lesineria di chi compra.[…]

Ed ecco una leggenda su codesto argomento.

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Nei tempi dei tempi sulle coste della Calabria viveva un Sant’Elmo, povero eremita, che abitava in una tetra caverna, e per sostentarsi andava attorno con le bisacce. Nessuno, neanco i più poveri, ricusavano al Santo la fetta del pane, o la scodella de la minestra e finchè visse solo se la passava da papa. Ma Sant’Elmo avea un fratello, con sette bambine come le canne dell’organo, e sì povero… sì povero, che quando morì ebbero a seppellirlo con la sola camicia. Fu giocoforza allora che il servo di Dio accogliesse come proprie le sette bimbe del morto, e cercasse di vestirle e alimentarle a la meglio. A quel cangiamento di scena, la gente, che solea essergli larga di elemosina, aggrinzò il naso dicendo: Fossimo bestie! Dovremmo metterci sulle spalle anche le nipoti di lui? Venga un’altra volta per la cerca, e gli si daranno sassate e non pane.

Il povero Sant’Elmo si buttò in ginocchio, baciò i piedi del Crocifisso, e con grandissimo pianto si diede a pregare.

 —O Signore Iddio, è forse cosa giusta, che io sia punito per un’azione virtuosa? Ed è forse giustizia che queste innocenti mi periscano fra le mani?

E mentre così parlava gli comparve un uomo di statura gigantesca, con in mano una lanterna che spandeva una luce maravigliosa. Sant’Elmo cadde a terra dallo spavento, ma il gigante, dandogli animo, gli disse amorevolmente:

 —Non t’impaurire, o balordo. Io sono San Cristoforo, e a te mi manda il Signore. Prendi questa lanterna, e con essa e per essa saprai trarti dalla miseria.

 —E chè volete che ne faccia? rispose Sant’Elmo in aria di malcontento. Questa lanterna riempirà forse la pentola? M’impasterà forse il pane? Mi darà una tonaca nuova o le gonnelle de le mie bimbe? E quando per ristorarmi lo stomaco avrò bisogno di due dita di vino lo succerò forse da la lanterna?

— O Elmo, rispose San Cristofaro, tu pensi con le calcagna, nè vedi più in là de la barba. Mi chiedi chè cosa potrai farne de la lanterna? Ascoltalo bene, e non fartelo scappare dalla memoria.

Tu sai che quando la tempesta infuria fra questi scogli, e la notte scende nera sul mare, i poveri contrabbandieri s’ingegnono a sbarcare il lor carico: ma quante volte non periscono fra gli scogli! Quante volte non son presi dai doganieri che sorvegliano le coste! Tu con questa lanterna rischiarerai i seni e le punte delle scogliere per trarre in salvo quegl’infelici. E ora lamèntati, se tu sai!

E da quel giorno Sant’Elmo nelle notti più orride, quando il fischio dei venti rispondeva all’urlo del mare, accendeva la prodigiosa lanterna, saliva in cima a le rocce, e si riduceva alla grotta con le bisacce gonfie di doni. E in tal modo ebbe l’agio di maritar le nipoti, e divenne più santo di prima.

Da LE PARITA’ E LE STORIE MORALI DEI NOSTRI VILLANI, di S. A. Guastella – Bur

Foto: Rete

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