Rileggendo Cassano

Morano

Il pensiero meridiano è stata una fertile espressione di Franco Cassano, appena scomparso a 78 anni, sociologo meridionalista (credo non se ne avrebbe a male) nella grande tradizione del meridionalismo di Gaetano Salvemini dei grandi pensatori che all’Unità d’Italia si posero il problema della differenza all’interno del nostro paese. Franco Cassano a lungo ha collaborato per questo giornale, e oltre al geniale “pensiero meridiano” (che usci la prima volta nel 1997) ha lavorato sulle concezioni “differenti” del tempo e sulla “partita doppia”, cioè sulle vicende che conducono alcuni umani a fare modestamente il bene o modestamente il male. La sua vocazione è rimasta però ancorata alla fertilità della diversità dei tempi e dei luoghi.

Da sociologo ha coltivato la geografia come una virtù. E oggi il suo pensiero evoca un mondo intero che nuovamente sembra essersi inabissato. Il Sud d’Italia è tornato alla ribalta solo come “evidenza” di un luogo dove si vive meglio in questa fase di pandemia. Migliaia di studenti e giovani meridionali sono tornati al Sud, dopo aver vissuto il trasferimento al Nord come vittoria contro una situazione che li costringeva alla marginalità del lavoro e delle retribuzioni. La pandemia ha ricordato loro che è meglio vivere in un contesto ricco climaticamente, affollato di storia e bellezze naturali e monumentali, di vita quotidiana significativa, piuttosto che languire in un Nord che ha smarrito la bussola (e davvero oggi non sa dove si trova, se tra faide leghiste, provincialismo sovranista e stupidità mediatica).

Franco Cassano è anche il primo ad aver parlato di “lentezza” e di avere ispirato il glamour di Petrini o le file ai banconi di Eataly. A me ricorda un mondo straordinario che ho avuto la fortuna di conoscere e incrociare, da meridionale anch’io, tra gli intellettuali e militanti calabresi e lucani e l’intelligenza campana e pugliese. Per non parlare delle furibonde avventure e delusioni della mia terra sicula. Quando negli anni 70 rubai la macchina a mio padre e partii alla scoperta del Mezzogiorno, sull’onda degli stimoli di un altro grande sociologo di impronta olivettiana, Carlo Doglio, che mi aveva spinto verso Rocco Scotellaro, Carlo Levi e la nuova stagione del meridionalismo. Approdai a Viibo Valentia nella sede dei “Quaderni del Mezzogiorno e delle isole” diretti da Francesco Tassone e Nicola Zitara, dal’antropologo Mariano Meligrana e dall’aristocratico Luigi Lombardi Satriani. Fu per me la scoperta di un mondo vivissimo di pensatori, volontari, militanti e mi dischiuse le porte di un mondo contadino che non era mai morto, nonostante il funerale cantatogli da Ernesto De Martino. Scoprii Matera che sembrava deserta ma non lo era, conobbi Pietro Laureano e il suo pensiero sull’urbanistica meridionale e il grande fotografo Mario Cresci. Mi sembrò per la prima volta di capire cosa univa tutto quel mondo, e cosa soprattutto lo divideva dal resto d’Italia.

E qui bisogna tornare a Franco Cassano. C’è una differenza radicale, che è aumentata, invece di diminuire. Tra il Nord e il Sud d’Italia c’è una differenza antropologica che rimane quasi intatta e che non ha nulla a che fare con il “ritardo” del Sud, con i piagnistei dei politici meridionali o con il razzismo dei plebei leghisti. E questa differenza ha attraversato la globalizzazione. Nascere, crescere e vivere al Sud crea una certa maniera di essere che è distinta. E che fa sembrare provinciale la pretesa del nord Europa e d’Italia di essere il centro di qualcosa. Questo ce lo dice da sempre Cassano. Lui loda Edward Said e il suo anti-“Orientalismo”, io lo detesto proprio perché Said è l’antesignano della globalizzazione. Il credere che l’Est sia una invenzione dell’Ovest significa ignorare Ibn Khaldoun ma anche tutta la grande tradizione antropologica e geografica. Il Sud non è una proiezione del Nord – forse è più vero il contrario, il Nord è un “southern dream”, che non avrebbe consistenza senza gli anni 70 e l’immensa emigrazione dal Sud.

Oggi che siamo un po’ meno stupidi e parliamo di transizione ecologica, sappiamo bene quale è il vantaggio del Mezzogiorno, proprio non avere avuto quello sviluppo tanto auspicato. E quando l’ha avuto ha creato i mostri come l’Ilva di Taranto o l’inferno di Augusta e Priolo. Forse oggi il ritardo del Mezzogiorno è l’unico vantaggio che ha l’Italia rispetto al resto d’Europa, vantaggio culturale, economico, paesaggistico, biologico, climatico, agricolo, turistico. Sarebbe interessante che Draghi cominciasse da questo se non ha già perso l’anima a Bruxelles.

Rileggendo Cassano si sente un clima di cui ci sarebbe di nuovo bisogno. Anche se – e non è colpa sua – la sua sociologia manca di antropologia. D’altro canto dove sono gli studi sul campo, i fieldwork che potrebbero raccontare dal vivo cosa è oggi il Sud d’Italia? Non c’è quasi nulla dopo De Martino, e quello che c’è è stato creato da outsider come Urich Van Loyen su Napoli (Napoli sepolta, viaggio nei riti di fondazione di una città, Meltemi 2021). In Sicilia vige un’accademia baronale che non fa ricerca sul campo da decenni, ma le cose non sono diverse altrove, con qualche magnifica eccezione, Mariella Pandolfi che si occupa di tarantismo, Vito Teti che si occupa di paesi abbandonati. Il resto è tristezza di corridoi e di cattedre ma poca vita. E invece ce ne sarebbe bisogno.

A leggere le bigliografie dei titoli di Franco Cassano, stringe il cuore: si ha nostalgia degli anni in cui il Sud era un luogo di ricerca sul campo, gli anni delle inchieste e del vivere a contatto con le questioni. Oggi del Sud quotidiano si sa ben poco, se ne hanno immagini da stereotipo e cartoline televisive. O se volete c’è Saviano che sostituisce il giornalismo alla ricerca sul campo. E noi ci siamo abituati a prendere per buone tutte le definizioni “giuridiche” e “criminologhe” del Sud d’Italia, tra Sacra Corona, N’drangheta, Camorra , Mafia e Sacra Stidda. Ed è il motivo per cui il Sud è ancora il campo di un “tarantinismo”, cioè di una visione miserabilista e da serial alla Tarantino. Il Sud come grande macchina del miserabilismo che salva gli scrittori poco dotati e li premia perché si occupano dei bassifondi. Per questo non abbiamo mai una vera analisi delle classi medie meridionali e delle classi dirigenti meridionali. Franco Cassano ci ricorda che il Sud non è il western all’italiana che fa comodo a Netflix & Company, ma un posto ancora per buona parte sconosciuto.

FRANCO LA CECLA

FONTE: https://www.avvenire.it/agora/pagine/addio-franco-cassano-teorico-del-pensiero-meridiano?fbclid=IwAR3qz2-s7R6Go0QA2-R7G4iu_Sn_RCJMVSsyNyin1lfW7UWuSwvyygdBZus

FOTO: Rete

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