AIETA, DA SAN NICOLA A SAN VITO. PERCHE’?

AIETA – Cappella dell’Addolorata

Se i casi di persistenza dei lasciti basiliani sono decisamente numerosi, quelli di rimozione sembrano del tutto marginali.

L’esempio a mia conoscenza riguarda Aieta (l'”Aetòs” o “Aìtes” delle fonti greco-bizantine) che affida il suo patronato, nel 1712, a San Vito esautorando San Nicola, di cui nel feudo scullandico è documentata una chiesa forse già del X secolo. Essa era una delle quattro parrocchie aietane di cui facevano parte dieci casate: Mandarano, Moliterno, Papa, Arcery, Peruni, Montisano, Salerno, Mayra, Joani e Layno. Nel 1530 la chiesa divenne dipendenza dell’attuale parrocchia di Santa Maria della Visitazione e sembra che sia stata chiusa al culto intorno alla metà del XVII secolo in quanto di rito greco: San Nicola infatti è un santo di ascendenza bizantina e dalla venerazione molto diffusa in area calabro-lucana, dove sono numerosi gli agionimi (San Nicola in Plateis, parrocchiale di Scalea e San Nicola di Ciminito, chiesa, oggi allo stato di rudere, sita ai confini tra Papasidero ed Orsomarso) e gli agiotoponimi, come San Nicola Arcella.

L’elezione ufficiale di San Vito a patrono di Aieta avvenne quattro anni dopo che papa Clemente XI con un breve del 1708 aveva concesso l’indulgenza plenaria settennale a tutti i fedeli che avessero visitato nel giorno della ricorrenza del martire la sua cappella edificata extra muros presumibilmente qualche anno prima del 1663, quando per la prima volta viene menzionata in un atto emesso a Papasidero in corso di santa visita dal delegato vescovile di Cassano allo Jonio don Pietro Papàro.

L’orientamento a favore di questo santo, che sembra imposto dalla gerarchia ecclesiastica, e l’abbandono del patronato di San Nicola non dipesero soltanto dalle qualità taumaturgiche antiofidiche di San Vito dai morsi di cani rabbiosi e vipere e dalle punture di insetti, costanti pericoli per una popolazione dedita quasi esclusivamente al lavoro dei campi e soggetta anche alle febbri malariche provocate dall’acquitrinosa marina di Praia, dove Aieta estendeva il proprio territorio. L’introduzione del culto vitiano (la cui chiesetta, ad Aieta, non casualmente è dislocata molto fuori del centro abitato, lungo la strada che da Praia conduce al paese, a dimostrazione che i santi terapeuti dovevano tenere alla larga dalle comunità le malattie) rientrò molto più probabilmente sia in un’azione di normalizzazione della vita comunitaria seguita a una “faida” interna nella quale erano alla fine risultate soccombenti le famiglie prima menzionate, sia nell’operazione di evangelizzazione delle campagne e nella realizzazione di un più saldo controllo della comunità aietana attuato dalla Chiesa controriformistica attraverso la martirologia protocristiana. Essa, infatti, con San Vito per un verso offriva agli aietani un santo “congruo” alle esigenze del proprio vissuto, per un altro si avvaleva del martire per convalidare il radicamento della religione cattolico-romana sul territorio sin dai primordi del cristianesimo.

Il collezionismo reliquiario fu spesso, in tal senso, lo strumento decisivo per rendere convincente, soprattutto con il fondamentale ausilio delle missioni, l’opera di catechesi. Le reliquie arrivavano  spesso direttamente dal Sacrario apostolico romano (come a Mormanno, ad esempio, quelle dei martiri Vittorino, Silvestre, Clemente, Teodoro e Concorde ottenute nel 1745 e nel 1746), circondate talvolta dalla credenza che nelle località di destinazione vi fossero sempre state. Ad Aieta, infatti, non solo si conserverebbe un elemento anatomico del braccio del protomartire, ma la tradizione, riferita con ampio risalto dalla storiografia locale benché chiaramente agiografica e laudatoria, colloca l’origine del culto vitiano in un orizzonte temporale remoto e inverificabile,  grazie anche alla circostanza che la biografia del santo è tra le più incerte della martirologia cristiana.

SAVERIO NAPOLITANO

 Da “La storia assente”, Rubbettino

FOTO: Silvia Farace

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