CALABRIA -Donne e canti di Passione

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Le donne protagoniste: canti e preghiere nella celebrazione del mistero pasquale

La voce, frequentemente moltiplicata nell’insieme dei gruppi di canto polivocale, costituisce l’elemento acustico di maggiore presenza nelle occasioni rituali della Settimana Santa in Calabria. Generalmente affidati alle donne, i canti legati alla Passione di Cristo sono particolarmente rilevanti per testi e musicalità struggenti e drammatici. È frequente l’esecuzione di rosari cantati: si tratta di momenti imprescindibili della socialità femminile e rappresentano un’occasione di incontro, di scambio e di verifica dei rapporti amicali e sociali in genere.

Circa l’origine di questi canti, a seguire il ricercatore calabrese Giovanni De Giacomo, nei tempi passati gli autori o i rifacitori di questi canti drammatici, ai quali contadini prendevano parte, erano gli stessi parroci; tutte le feste avevano la loro azione drammatica: le chiese, prima, e le piazze poi, furono i teatri. Tuttavia nelle chiese di campagna, per divertire le famiglie dei signori che vivevano nei loro poderi, non era difficile metter su una rustica compagnia di «frazzanti» (far- santi) che dovevano inventare e rappresentare la loro parte. Il numero degli attori però si andava poco a poco assottigliando e allora ciò che una volta era la rappresentazione diventava canto popolare. Probabilmente a diffondere questi canti sono stati simili compagnie che giravano di paese in paese. A volte, quando non era una tale compagnia, era un predicatore che veniva chiamato a predicare la Passione.

Ci sono canti molto simili tra loro nel testo e nella melodia: storpiature di parole e cambiamenti di melodie sono dovute al fatto che la gente semplice e analfabeta ripeteva quello che riusciva a capire dopo aver ascoltato. […]

Donne e canto nell’antichità

Volendo andare ancora più indietro nel tempo, si scopre che in tutti i testi religiosi più antichi, l’universo ha origine dal suono. Secondo i Veda è «Vac», la sillaba sacra, la parola che da forma; nella Bibbia tradotta in italiano si parla del «Verbo»; nell’antichità classica chiamavano questo suono «Logos». Tutta la creazione è sinfonia di frequenze armoniche. Tra gli strumenti musicali la voce umana è lo strumento più potente poiché trasmette la risonanza spirituale di chi canta: e da subito, il canto viene associato alle donne.

Fra i Greci le divinità che ispirano tutte le arti, ma anche la matematica e l’astronomia, sono le nove Muse, figlie di Mnemosine (“Memoria”, femmina anche lei) e di Zeus. Cantando ispirano poeti e artisti. Sono chiamate alle feste degli dèi dove spesso cantano in coro: ma il loro culto è antichissimo, e testimonia il ruolo attivo che veniva svolto dalle donne nel tramandare la memoria della comunità fino all’avvento del patriarcato acheo, da cui vengono trasformate in mere ispiratrici. Il loro culto è vivo soprattutto fra i Pitagorici, unica accademia filosofica che ammette le donne, e a Lesbo, sede di un’importante e famosa scuola femminile, fondata da Saffo.

Senza dubbio, nelle civiltà antiche, cantare è un atto magico, spesso compiuto assieme alla danza, connesso con il culto della fertilità, collegato con i riti di propiziazione della prosperità della comunità, e con le cerimonie di guarigione. Probabilmente, molte delle incisioni rupestri e delle raffigurazioni preistoriche di persone rappresentate in posizione di orante (cioè in piedi, con le braccia allargate) mostrano uomini e donne che cantano il nome di Dio. Le sirene rappresentano il potenziale incantatore della voce, uno dei fattori di attrazione sessuale più potente per la psiche umana, considerata, nell’antichità, una forza magica a cui era impossibile resistere, che non obbediva a considerazioni estetiche ma a poteri profondi che venivano dall’interiorità. Le sirene di tradizione ellenica, stanno, secondo Omero, fra la Calabria e la Sicilia, vicino a Scilla e Cariddi, donne-drago precipitate negli abissi dal patriarcato, e sono divinità arcaiche pre-greche.

Una delle principali funzioni del canto è quella di favorire la memorizzazione attraverso la rima e il motivo musicale. Per migliaia di anni, assieme alla lingua, è stata la madre a passare al bambino le storie mitiche della creazione della comunità, e poi la storia della tribù e del suo popolo: in poche parole: l’epica. Tutte le antiche saghe venivano cantate nelle piazze e nei mercati, finché tutti le imparavano a memoria. Le canzoni servono a trasmettere la cultura, le regole e la storia della comunità. Fra gli aborigeni dell’Australia, la sciamana, la sacerdotessa, canta accompagnandosi con il tamburo, o con un altro strumento musicale ipnotico (celebre il sistro delle amazzoni) e spesso emette suoni che descrivono il mondo della natura, o uno stato d’animo, un sogno, come nel caso degli joikos lapponi e siberiani, che hanno la funzione magica di incantesimi e di leve di potere.

Hildegarda

Con il cristianesimo il canto sacro prosegue nei conventi, centri di produzione della cultura, in cui le suore esercitano un potere pari a quello dei confratelli maschi. Proprio nei monasteri femminili si scopre la possibilità fondamentale di leggere con la mente, e si scrive la musica.

La prima a scrivere inni in polifonia è una badessa tedesca: Hildegarda di Bingen (XI sec.). Hildegarda è una delle menti più insigni di tutti i tempi, paragonabile a Leonardo: un intelletto totale, sia scientifico che artistico. Decima figlia di una delle più ricche famiglie tedesche, viene messa in monastero da bambina e istruita dalla badessa Jutta, una delle donne più colte dell’antichità. Ha accesso a libri proibiti e ha delle visioni naturalistiche. Alla morte di Jutta viene acclamata badessa all’unanimità dalle consorelle. Solo allora scrive a Bernardo di Chiaravalle, intellettuale di punta della Chiesa, chiamandolo «fratello in Cristo», svelandogli il contenuto delle visioni e chiedendogli il permesso di rivelarne il contenuto.

Bernardo non solo acconsente ma le accorda il permesso di predicare. Hildegarda compone musiche polifoniche: ha lasciato 155 monodie, cioè canti per voce sola, privi di qualsiasi accompagnamento musicale che si contrapponevano alla polifonia, strutturata su più voci e un basso continuo di fondo. Le musiche della badessa tedesca non sono semplici canti. Contengono elementi dei «Misteri», spettacoli drammatici fulcro delle Sacre Rappresentazioni medievali, da allestire prima all’interno delle chiese, poi sui sagrati. Da ciò prende origine il teatro moderno’. Cantare è pregare con l’anima, la più alta forma di giubilo accessibile a tutti. La sua voce rimbalza da un secolo all’altro e oggi l’industria discografica riscopre quelle melodie.

Dopo il Concilio di Trento (1563), giustificandosi con la proibizione di Paolo di Tarso «mulieres in ecclesia taciunt», papa Sisto V nel 1589 riorganizza il coro della Cappella Sistina, e provvede al reclutamento dei cantori castrati. Il canto sacro femminile tace per sempre; Hildegarda viene praticamente dimenticata; la polifonia verrà riscoperta dai maschi; non a caso i maggiori musicisti europei comporranno appositamente per gli evirati. Il canto femminile diventa un fatto privato, anche se nelle chiese di campagna le donne continuano a cantare. Rimane la prerogativa delle donne dei ceti bassi, che accompagnano col canto qualunque attività di lavoro o di svago, da sole o in gruppo. Soprattutto, sono scanditi col canto i momenti più importanti dell’esistenza: i riti di passaggio (nascita – ninna nanna; matrimonio canti nuziali; morte – canto funebre); il lavoro; la conservazione e il tramandare la memoria, la protesta sociale e politica.

Papa Francesco e la religiosità popolare

Papa Francesco ha scritto che le espressioni della religiosità popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione[…]

ANNA ROTUNDO

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Da “CANTI DI DONNE NELLA SETTIMANA SANTA”, DI A. Rotundo e M.M. Battaglia – Pellegrini

FOTO: Rete

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