BELLEROFONTE, “che voleva verificare se realmente esistessero gli dei”

Bellerofonte imbriglia Pegaso sotto lo sguardo di Atena- Museo Archeologico, Napoli

Aveva sempre pensato che, finché l’uomo non avesse potuto librarsi in volo, ci sarebbero sempre state gioie ed emozioni negate ingiustamente ai mortali. In groppa a Pegaso, il bianco cavallo divino dalle grandi ali, Bellerofonte sentiva d vivere in una dimensione sovrannaturale. Figlio di Glauco, re di Corinto, e nipote dell’astuto Sisifo, Bellerofonte ricordava con rammarico l’uccisione del suo antico rivale Bellero, dalla quale era scaturito il suo beffardo soprannome. Con l’appellativo che si ritrovava, egli avrebbe difficilmente dimenticato l’origine delle sue numerose disavventure.

Dopo l’incidente aveva dovuto trovare scampo presso Preto, re di Tirinto, a cui si era presentato come supplice pentito. Il vecchio re lo aveva accolto con ospitalità e comprensione e, dopo averlo purificato, lo aveva ammesso a corte. Bellerofonte si era compiaciuto, quasi meravigliato, di come fossero andate le cose e perfino l’interesse che la regina gli dimostrava, non gli era affatto dispiaciuto.

Ma Antea, moglie di Preto, era diventata sempre più assillante e morbosamente innamorata. Non riusciva a evitarla e, inoltre, temeva di far torto al buon re, lasciando adito a pettegolezzi. Quando poi l’eroe corinzio rifiutò apertamente le sue profferte amorose, ella volle vendicarsi. Si lamentò con Preto delle insistenti attenzioni che Bellerofonte le mostrava e, infine, lo accusò di averle tentato violenza. Per la buona accoglienza riservata all’eroe, Preto si sentiva doppiamente tradito e irato, ma, nello stesso tempo non poteva uccidere un supplice con le proprie mani, per non divenire bersaglio delle Moire. Decise quindi, di mandare Bellerofonte in Licia, dove regnava lobate, padre di Antea. Preto affidò al giovane una lettera da consegnare al suocero, in cui si spiegava l’oltraggio subito da Antea e lo invitava a vendicarla.

Aleksandr Andreevič Ivanov – Bellerofonte parte per uccidere la Chimera 

Il re di Licia era dibattuto fra la violazione della legge dell’ospitalità – se avesse ucciso il corinzio – e il lasciare impunita l’offesa recata a sua figlia. Scettico sulle sue possibilità di riuscita, Iobate incaricò Bellerofonte di uccidere la Chimera, un mostro orrendo, più spaventoso della Gorgone, «sopra Ieone, capra nel mezzo, di drago la coda». Quest’animale prodigioso, figlio di Tifone e di Echidna, aveva tre teste – di leone, di capra e di rettile – ed era voracissimo. Prima di partire, l’eroe si rivolse all’indovino Poliido che gli spiegò l’importanza di dover attaccare dall’alto l’animale, per poterlo uccidere. L’unico modo per una possibile vittoria era di catturare e domare Pegaso, l’alato cavallo amato dalle Muse, che viveva sul monte Elicona, nei pressi della fonte di Ippocrene. Durante una notte trascorsa nel tempio di Pallade Atena, la dea gli apparve offrendogli il morso per imbrigliare il magico cavallo. Seguendo poi il consiglio della dea, egli sacrificò un toro bianco a Posidone, padre di Pegaso. Si recò allora alla fonte di Pirene, dove il magnifico animale, con gli zoccoli lunati, veniva ad abbeverarsi e gli passò attorno al capo l’aurea briglia donatagli da Atena.

Cavalcando l’alato destriero celeste, Bellerofonte potè facilmente uccidere la Chimera. Prima la colpì con le sue frecce, poi le conficcò tra le mascelle un pezzo di piombo che, con l’alito infuocato della mostruosa bestia, si sciolse e le bruciò le interiora.

Iobate non solo non si congratulò per la vittoriosa impresa, ma subito inviò Bellerofonte a combattere il popolo dei Solimi. Sconfitti questi violenti guerrieri, fu la volta delle Amazzoni, «cuori virili». Egli le vinse sempre grazie all’aiuto di Pegaso, che gli consentiva di tenersi al di fuori della portata delle loro armi. Il re di Licia era ormai scoraggiato dall’invulnerabilità dell’eroe corinzio e ordì una vana congiura di palazzo, per sorprenderlo e ucciderlo a tradimento.

Stanco di questa ingiustificata persecuzione, Bellerofonte pregò e ottenne da Posidone di allagare la pianura dello Xanto. Le acque lentamente seguivano l’eroe nel suo cammino verso il palazzo reale. Pur di indurre Bellerofonte a fermarsi, le donne xantie si offrirono a lui incondizionatamente. Timido e imbarazzato dalle profferte, egli ritornò sui suoi passi, evitando l’inondazione. A questo punto il re licio cominciò ad avere seri dubbi sulle accuse avanzate ai danni dell’eroe, e gli mostrò la lettera del genero con le calunniose insinuazioni di Antea. Saputa la sua innocenza, lobate gli diede sua figlia Filino e in sposa e lo nominò suo successore al trono di Licia.

Quando sembrava aver ottenuto la giusta ricompensa per le sue imprese vittoriose, Bellerofonte cadde in disgrazia presso gli dei. Solo e irato per la morte della figlia – per malattia – e di un figlio – in combattimento -, l’eroe spronò il suo cavallo immortale in direzione dell’Olimpo. Voleva verificare se realmente esistevano gli dèi, voleva trovare una risposta acquietante al dolore che lo sopraffaceva, voleva dimostrare a se stesso il suo orgoglio di uomo ribelle al destino. Ma il suo selvaggio galoppo verso il ciclo ebbe una brusca fermata: Pegaso disarcionò l’ardito cavaliere, che cadde folgorato da Zeus.

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Da “MITI E LEGGENDE DELL’ANTICA GRECIA”, DI Rosa Agizza – Newton &Compton Editori

Foto: RETE

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