STORIE – Ruby Bridges, la bimba che cambiò la storia

I Marshals degli Stati Uniti hanno scortato Bridges da e per la scuola.

John Fitzgerald Kennedy vince le elezioni sconfiggendo con pochi voti di scarto il repubblicano Richard Nixon e diventa il 35esimo presidente degli Stati Uniti. In Italia va in onda la prima trasmissione di Non è mai troppo tardi, corso di alfabetizzazione per adulti. Il presidente della Repubblica francese Charles De Gaulle avanza l’ipotesi di un’Algeria indipendente. Le sorelle Mirabal vengono assassinate per ordine di Rafael Leónidas Trujillo, il dittatore della Repubblica Domenicana. I Beatles iniziano a far ballare il mondo e Hollywood dà l’ultimo saluto a Clark Gable. Mentre avviene tutto questo, nel 1960, una bambina di sei anni cambia il corso della storia per sempre. È il 14 novembre di quell’anno quando Ruby Nell Bridges combatte la sua personale lotta contro il razzismo: a diventare celebre è l’immagine che la ritrae con un fiocco in testa, un vestito elegante, le calzine bianche e le scarpe lustrate, mentre viene scortata da alcuni agenti federali all’uscita dalla scuola elementare “William Frantz Elementary School” di New Orleans. Siamo nel profondo Sud degli Usa, in un momento storico nel quale parlare di diritti civili per gli afroamericani era ancora un tabù. Fino a quel giorno, il suo primo giorno di scuola dopo aver superato il test di ammissione, quell’edificio alle sue spalle aveva accolto solo alunni bianchi.

Quel 14 novembre 1960 Bridges non trovò nessuno in classe ad accoglierla, né professori né compagni: gli insegnanti si erano rifiutati di dare lezione a una bambina nera e i genitori avevano ritirato i propri figli. Fuori dalle porte della scuola, la piccola trovò ad attenderla una folla di persone che urlavano e gettavano oggetti (qui vi abbiamo raccontato l’episodio di razzismo che si verificò nel 1957 nei riguardi di Elizabeth Eckford al primo giorno alla Little Rock Central High School). Da quel giorno a tutta la famiglia – vittima di minacce e ritorsioni – venne affidata una scorta: il padre fu licenziato; alla madre fu proibito fare la spesa in determinati negozi di alimentari; ai nonni vennero tolti i terreni che coltivavano come mezzadri da anni. Bridges non si arrese, mai, nemmeno quando cercarono di avvelenarla a scuola. Continuò a frequentare l’istituto, grazie all’aiuto dell’unica insegnante – Barbara Henry, da Boston – che si offrì di accompagnarla negli studi, come racconta questo articolo su La Sentinel. Dopo le vacanze di Natale, però, cominciò a dare segni di stress, ad avere incubi e per un periodo smise di mangiare a pranzo, perché era sola in classe. Venne, così, affidata alle cure di uno psicologo, Robert Coles, che si offrì di assistere la piccola a titolo gratuito.

Ruby Bridges parla al Texas A&M University-Commerce nel febbraio 2015

Le cose cambiarono solo al secondo anno. La signorina Henry tornò a Boston, ma Bridges non era più sola in classe e non doveva più essere scortata: in classe erano comparsi alcuni bambini e quanto successo era come un triste ricordo. Come si legge nella sua biografia, Bridges ha finito le elementari e il liceo, è andata al college e ha lavorato per l’American Express come agente di viaggio. Nel 1984 si è sposata e, con la nascita di quattro figli, ha deciso di dedicarsi alla famiglia. Nel 1999 ha dato vita alla Fondazione Ruby Bridges, della quale è presidente, per promuovere “i valori della tolleranza, del rispetto e dell’apprezzamento di tutte le differenze”. Dopo vari riconoscimenti da parte dei presidenti Bill Clinton e Barack Obama, nel 2014, una statua che la raffigura è stata inaugurata nel cortile della scuola William Frantz, dove la sua battaglia aveva avuto inizio.

Una curiosità? Bridges si recò in visita alla casa Bianca nel 2011, in occasione dell’esposizione del dipinto “The Problem We All Live With” del pittore e illustratore Norman Rockwell, realizzato nel 1963. Protagonista dell’opera che racconta la questione della segregazione razziale negli Usa è proprio lei, bimba, mentre si reca a scuola scortata da militari di cui si vede l’uniforme, ma non la testa. Sullo sfondo tracce di pomodori lanciati contro di lei e un graffito con la scritta “nigger”. Il dipinto comparve per la prima volta sulla copertina della rivista Look nel 1964. Durante la visita Obama le disse: “Penso sia giusto dire che se non fosse stato per voi ragazzi, io non sarei qui oggi”.

Di Silvia Morosi e Paolo Rastelli

FONTE: https://pochestorie.corriere.it/2020/05/06/ruby-bridges-e-quel-primo-giorno-di-scuola-che-cambio-la-storia/

FOTO: Rete

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