Feudalesimo, Comuni e riforma agraria in Calabria

Questo testo di Corrado Alvaro risale agli anni Cinquanta. Aiuta a capire alcuni momenti del nostro passato.

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La condizione sociale in Calabria è qualcosa di peggio del vecchio feudalesimo che almeno rappresentava una forma di vita collettiva intorno al barone, al palazzo, alla ricchezza enorme. Tutte le dominazioni, e furono tante anche se il Reame rimase sempre unito e serbò un sentimento unitario che diede poi buoni frutti nel Risorgimento, non fecero che distribuire a stranieri, per i loro meriti in pace e in guerra, le terre calabresi in feudo. Gli ultimi furono gli spagnuoli. È uno dei rari casi d’una classe dirigente straniera durata tanto tempo in un paese. Ve ne furono anche di indigeni, e questi furono i migliori, e almeno vissero nel paese; ebbero anzi tendenze culturali, scrissero libri di storia locale, raccolsero testimonianze di vita, di tradizioni e di poesia popolare. Era una forma di solidarietà. Questa società feudale durò fino all’avvento dei francesi giacobini e al decreto con cui Giuseppe Bonaparte aboliva il feudo nel 1806. Nel 1810, il generale Pietro Colletta, lo storico del reame di Napoli, venne in Calabria col cultore di diritto feudale Pasquale Scura, a ripartire i beni del feudo ai vari Comuni.

La feudalità meridionale era durata tanto a lungo per ragioni che ancor oggi non sono state del tutto rimosse: la mancanza di viabilità e di comunicazioni, la difficoltà dei traffici. E la ragione per cui non sorse in Calabria una forte classe di mercanti, la borghesia finanziaria grande e piccola che altrove aveva minato e distrutto il potere feudale, quella che aveva compiuta la rivoluzione in Francia.

La storia che abbiamo studiato nelle scuole elementari diceva tutto il male dei Borboni; ma resta il fatto che essi videro nel regime feudale il nemico della monarchia, e nei baroni un potere rivale di quello regio. Lo combatterono se non altro attraverso le riforme dei grandi legislatori napoletani con scarsi risultati, e dovendosi poi di continuo alleare ad esso nei momenti del pericolo. Abolito il regime feudale, oltre cinquecentomila ettari di terreno dovevano formare la ricchezza pubblica del Reame, aperta alle iniziative dei Comuni e della collettività.

È da tener presente, nel movimento di riforma attuale, quella che fu la preoccupazione di Pietro Colletta: il rinsanguamento dei Comuni col feudo trasformato in bene demaniale. Per troppo tempo, e anche oggi, chi discute di queste cose non accenna al fatto che la riforma meridionale ha importanti precedenti formulati da economisti meridionali di grande esperienza da oltre un secolo a questa parte; e che da essi bisogna partire per dare un assetto all’economia e alla società del Sud. Lavori pubblici per alleviare la disoccupazione, politica di munificenza e di beneficenza, oltre che giustamente rimproverati dagl’italiani di ogni regione, si sono sempre dimostrati onerosi e senza risultati permanenti, coi Borboni e col passato regime che non sentiva il problema meridionale come fondamentale per l’unità e il benessere della nazione intera, bensì come beneficenza a popolazioni per natura povere. È che esse non sono povere, ma soltanto impoverite. La politica delle elargizioni, beneficenze, lavori pubblici, non ha fatto che favorire gruppi coalizzati di speculatori, nell’Italia meridionale avidi come altrove, ma non come altrove distributori di lavoro e in definitiva produttori di benessere. Accanto alle grandi fortune feudali, le opere pubbliche in Calabria hanno favorito una nuova classe di ricchi i quali non hanno fatto altro che rinforzare la vecchia feudalità succedendole o alleandovisi.

L’anello vitale della vita nazionale è il Comune. Del Comune si era preoccupata la legislazione borbonica, la restituzione dei beni demaniali ai Comuni fu lo scopo dei viaggio di Colletta in Calabria. Ma la legge che aboliva la feudalità ebbe poca vita, la vita dei napoleonidi. La loro caduta e la restaurazione dei Borboni, riportò a galla la vecchia società feudale. Quelli che avevano parteggiato per gl’inglesi, i quali ebbero un occhio tenero per il brigantaggio antigiacobino, quelli che furono fautori dei feudatari e dei Borboni nella guerra civile e partigiana antifrancese, ripresero i loro beni; altri furono premiati con nuove concessioni di feudi. Tuttavia la legge antifeudale restava in vigore. Ma la società calabrese ricadeva nel suo stato di timore. Fra poco avrebbe serpeggiato nella classe media e intellettuale un nuovo fermento rivoluzionario, quello del Risorgimento, con nuovi martiri di cui la storia nazionale non serba quasi il ricordo. Lo Stato borbonico doveva nuovamente appoggiarsi alla borghesia terriera per far fronte al movimento liberale e unitario.

Per mezzo secolo, fino all’arrivo di Garibaldi, dominò qualcosa di peggio del feudalesimo. I Comuni avrebbero potuto rivendicare i beni demaniali, ma non si trovava un solo cittadino che volesse assumersene l’autorità e la responsabilità. I sindaci furono o diretta emanazione della nova classe nata dalla reazione antiliberale, o nella maggior parte dei casi furono scelti fra la gente più ignara, la meno responsabile: ignoranti analfabeti di nessuna autorità, di continuo minacciati della vita se avessero ardito accennare i diritti che la legge dava sul feudo alla comunità. Le cronache del tempo parlano di suppliche di poveri diavoli sbalzati all’autorità di sindaci, i quali chiedevano di esserne dispensati, timorosi della loro vita, non mancando gli esempi di sindaci scomparsi, soppressi, rapiti e sequestrati. Al posto dei baroni e dei marchesi vecchi feudatari, era sorta una nuova classe di padroni che aveva comperato i feudi per poco denaro, profittando della rovina o della paura dei vecchi feudatari. In genere si trattò di fattori o usurai, o di persone che, esercitando una professione cui il popolo doveva ricorrere nelle sue occorrenze quotidiane, avevano oltre alla ricchezza uno strumento di più per tenere a bada ogni velleità. Poiché si erano impadroniti delle baronie, furono chiamati baroni. Si aggiunse ad essi un’altra categoria di proprietari, e proprio quando arrivò la libertà piemontese con l’annessione del reame al Regno d’Italia. (Continua)

Da “UN TRENO NEL SUD”, di Corrado Alvaro – Rubbettino

FOTO: Rete

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