La rosa e l’Uno

II fiore evoca, anche e soprattutto, l’ineffabile Uno. Nella prefazione al Gulistan il mistico musulmano Sa’dì narra che un uomo era sprofondato nel mare della contemplazione. Quando tornò in sé un amico gli domandò per scherzo: «Che cosa ci porti in dono dal giardino in cui sei penetrato?». «Avevo in animo» rispose l’uomo «che appena giunto all’Albero della rosa me ne sarei riempito il grembo come regalo per gli amici. Ma quando vi giunsi il profumo della rosa mi inebriò tanto che mi sfuggì il lembo già colmo della veste.»

Alla rosa come simbolo della conoscenza ineffabile s’ispirò nel secolo XVI Vicino Orsini, l’ideatore del Sacro Bosco di Bomarzo, creando il cimiero di famiglia, un orso eretto che tiene in mano una rosa d’oro o rossa a cinque petali alludendo anche al segreto ermetico. Per questo motivo il fiore è diventato, mondanamente, emblema del segreto: quando si ammoniva a mantenere un segreto, si diceva per esempio che l’argomento era sub rosa, sotto la rosa. Inoltre si usava avvolgere attorno ai boccali una ghirlanda di rose oppure appendere il fiore al soffitto delle locande per ricordare agli avventori di non propalare discorsi tenuti «sotto la rosa». Rose a cinque petali nel nimbo si intagliavano, infine, nei confessionali e nelle sale riservate agli affari di Stato col medesimo significato.

Il turbine dei suoi petali verso il centro del bocciolo, quasi sfere concentriche rotanti, è un’immagine della manifestazione dell’Uno che si dispiega negli archetipi: «Ogni rosa pregna di interno profumo» scriveva Giala ud-Din Rumi «narra, quella rosa, i segreti del tutto». Quando Dante dovette descrivere l’Empireo, anfiteatro dei beati, non potè che utilizzare il fiore per antonomasia in Occidente: una rosa che dal suo centro, giallo lago di luce, s’innalza come un anfiteatro verso la sua sorgente, estrema luce floreale che si manifesta nel mezzo del cielo notturno pieno di stelle, culmine dell’itinerario spirituale.

Ma la rosa evoca anche un’altra immagine. Quando Dante si appresta all’ultima visione, san Bernardo di Chiaravalle gli spiega che la contemplazione dell’«amor che move il sole e l’altre stelle» gli sarà concessa soltanto grazie alla mediazione della Vergine Maria. Ed ecco apparire agli occhi del poeta la regina dell’Empireo, Madre e Figlia del Figlio, colei che regna nella Rosa del decimo cielo, potenza spirituale che ama e salva, Flos Florum. Sicché nel suo trascolorare simbolico la rosa indicò nel Medioevo anche la Madonna di cui divenne uno degli attributi.

Da “LUNARIO”, di Alfredo Cattabiani – Mondadori

FOTO: Rete

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