SAN DOMENICO TRA LE SERPI A COCULLO

Una leggenda, nata probabilmente in epoca barocca, narra che un giorno san Domenico di Sora, un monaco vissuto fra il secolo XI e il XII, stava recandosi da Villalago a Cocullo, due paesi della valle del Sagittario, in Abruzzo, quando vide una grande folla intenta a inseguire un lupo rabbioso che si era impadronito di un bambino e stava dirigendosi verso la vicina selva. Il santo, commosso dalle lacrime dei genitori, chiamò la bestiaccia e in nome di Dio le ordinò di lasciare la preda; e il lupo obbedì.

Gli abitanti, entusiasmati dal miracolo, gli chiesero di donare loro qualcosa di suo perché li proteggesse dagli animali infetti o velenosi che con i loro frequenti attacchi provocavano danni ai pastori e ai contadini. Domenico, toltosi un molare e preso un ferro dalla mula, li donò ai cocullesi. Il dente «si conserva con grande venerazione nell’immagine a lui dedicata» scriveva il Febonio nel 1678 «nella chiesa di Sant’Egidio abate, in un tabernacolo di legno dorato; ad esso da tutte le parti accorrono coloro che sono stati morsi da un cane idrofobo o dal dente di altri animali velenosi, e ricevono salvezza per merito di tale santo uomo; e le bestie segnate con quel ferro infuocato non temono la rabbia e se qualcuno è colpito ne è subito liberato; e con frequente concessione di miracoli e con larga partecipazione di devoti è meta di pellegrini di tutte le parti».

Reliquia-con-molare-del-santo.

Successivamente al patronato antirabbico si affiancarono quello antidontalgico, che è ancora vivo oggi, tant’è vero che i fedeli, recandosi nel santuario, suonano con i denti una campanella per essere protetti dai mali all’apparato dentario, e quello antiofidico, contro i morsi dei serpenti velenosi. Quest’ultimo patronato ebbe il sopravvento verso la fine del secolo XVIII quando si cominciò a svolgere a Cocullo, al primo giovedì di maggio, la processione dei serpari, detta anche «sagra delle serpi».

Il giorno precedente la processione, alcuni abitanti, eredi della tradizione dei serpari, si dedicano alla caccia di bisce miti e timide, come i cervoni. Questa vigilia è detta «festa piccola» o «Santa Maria»: suona la banda musicale, si aprono le bancarelle e nel pomeriggio si mostrano i rettili catturati. Il giovedì è gran festa: giungono molti pellegrini soprattutto da Sora, nel Lazio meridionale, dove morì il santo dopo aver fondato l’ultimo suo monastero. La piazza principale brulica di gente e di serpenti attorcigliati al collo o alle mani dei serpari, spesso ragazzi, che invitano i pellegrini e i curiosi a carezzare i rettili o a prenderli tra le mani. È forse il momento più idillico della festa, questa comunione fra animali e uomini; e la dolcezza dei cervoni è tale da cancellare la repulsione nei loro confronti, dovuta spesso all’educazione giudaico-cristiana e al racconto del peccato originale, e addirittura da spingere qualche visitatore a chiederli per la propria casa. Ma le serpi non si possono vendere né donare perché, finita la festa, saranno riportate nei luoghi dove sono state trovate.

La folla si riversa anche nel santuario di San Domenico (momentaneamente sostituito dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie a causa dei restauri per il terremoto del 1985), non soltanto a suonare con i denti la campanella, ma a toccare il sacro dente e il «ferro»; usanza quest’ultima che tende a scomparire, «come tende a scomparire» scrive Profeta «l’antica distinzione fra tocco del dente e tocco del ferro, il primo usato per le persone e il secondo per gli animali». Si prende invece della terra giallastra, raccolta nelle vicinanze, che preserverebbe dai morsi dei cani e delle serpi velenose.

Canestri con le ciambelle

Finalmente, verso le undici, esce dalla chiesa il simulacro di san Domenico, barbato e con una veste monacale, il pastorale dell’abate in una mano e il ferro della mula nell’altra. Uscito dalla chiesa, gli si fanno avvolgere attorno decine di serpi. Poi la statua, coronata dai cervoni che, intimiditi dalla folla, si sono rifugiati sul capo e sulle spalle in un groviglio impressionante, viene portata in processione per le vie del paese accompagnata dalla reliquia del dente e dallo stendardo. Seguono la banda e fanciulle in costume tradizionale, che reggono i canestri con i cinque ciambellati, grosse ciambelle di pasta dolce con confetti, donate poi al portatore dello stendardo e a quelli della statua. Prima di rientrare in chiesa la processione sosterà qualche minuto per assistere allo «sparo» dei mortaretti che conclude la festa.

Festa cristiana o cristianizzazione di una tradizione pagana?

Secondo un’interpretazione che potremmo definire agiografica la sagra dei serpari e il patronato di san Domenico contro i morsi dei serpenti velenosi si giustificherebbero con un episodio narrato da un suo discepolo e compagno di viaggio, Giovanni. Un giorno il priore di Montecassino mandò in dono a Domenico parecchi pesci presso il monastero dì San Bartolomeo. Poco prima di arrivare, i frati incaricati di consegnarglieli decisero di nasconderne quattro fra i più grandi in una cavità della roccia per poi riprenderseli al ritorno. Una volta giunti al monastero, furono baciati da Domenico e invitati a pranzare con lui e i confratelli. Quando al terzo giorno espressero il desiderio di ritornare all’abbazia, Domenico scongiurò loro di non accostarsi ai pesci che avevano nascosto perché si erano trasformati in serpi; e siccome quelli erano increduli, li fece accompagnare da due frati che portavano il suo bastone. Giunti alla roccia, trovarono effettivamente delle serpi che, toccate dal portentoso bastone, tornarono pesci. I due frati, scossi dall’insolito episodio, corsero da Domenico chiedendogli fra le lacrime di intercedere in cielo per la loro salvezza. Il santo, commosso e impietosito, prescrisse loro un digiuno di tre giorni al termine del quale, raccoltosi in preghiera, ottenne il loro perdono

Festa di san Domenico

Troppo poco per giustificare il patronato di san Domenico. D’altronde, se fosse derivato dal miracolo dei pesci, perché non è sorto fin dall’inizio a Sora, dove si venerò originariamente il santo, mentre nell’area di Cocullo si cominciò soltanto in epoca più tarda? Sicché parrebbe meno infondata un’altra interpretazione che lo fa risalire alla leggenda del lupo. Ma anch’essa, come vedremo, scambia l’effetto con la causa.

Vi è chi invece lo ricollega a culti precristiani. Nell’area peligna, di cui faceva parte Cocullo, si sono ritrovate numerose statuette bronzee di Ercole che, secondo un mito greco, soffocò da fanciullo due rettili. In un’area contigua, quella dei Marsi, noti fin dall’antichità come serpari, era venerata la dea Angizia cui va attribuita probabilmente una lungovestita statuetta femminile, rinvenuta presso il lago Fucino, con un serpente nella mano sinistra alzata: quel serpente è il tipico attributo di molte Signore degli animali e delle Grandi Madri.

Vi è infine chi ipotizza un’influenza sul culto di san Domenico a Cocullo di un antico rito antiofidico che si svolgeva in Sicilia a Palazzolo Acreide in onore di san Paolo, considerato patrono contro i morsi dei serpenti.

San Domenico con le serpi

Un’ipotesi ragionevole

Quanto a un’influenza diretta dei culti precristiani sul patronato antiofidico di san Domenico, è difficilmente sostenibile perché esso non è anteriore al secolo XVII. Nel Medioevo il culto di san Domenico venne introdotto in San Giovanni in Campo di Cocullo, grancia di San Pietro in Lago, dai monaci rettori con cura d’anime, nominati dall’abate in numero di due. La presenza di quei monaci è testimoniata da una bolla che risale al 1392.

Inizialmente il patronato riguardava soltanto le febbri e le tempeste, come a Sora. Successivamente, con l’arrivo della reliquia del dente, si formò verso la fine del secolo XVI il patronato antirabbico che diede origine alla leggenda del lupo; e poi a poco a poco esso si estese anche al mal di denti e infine ai morsi dei serpenti velenosi, fino a quando, nel secolo XVIII, l’ultimo patronato prese il sopravvento.

Ma questa tesi, sostenuta dal Profeta, se offre un’ipotesi storicamente fondata sull’origine della processione dei serpari, non spiega «perché» si sia imposta proprio la figura del serpente. È probabile che certi archetipi radicati nella psiche di quelle popolazioni siano a poco a poco riaffiorati, riproponendo inconsapevolmente riti simili a quelli precristiani grazie anche alla cospicua presenza di rettili in quel territorio.

Da “LUNARIO”, di Alfredo Cattabiani – Mondadori

FOTO: Rete

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