BORBONICI E BRIGANTI

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La componente delinquenziale del brigantaggio postunitario, sebbene prevalente, era rappresentativa solo di una parte del fenomeno, composto al suo interno da energie eterogenee accomunate, per ragioni diverse, dall’avversione nei confronti dello Stato unitario. Il più delle volte le adesioni erano dettate da opportunità contingenti, mentre mancava un collante ideologico. Le bande con capi briganti carismatici, come ad esempio Palma e Rosa Cozza, subivano per questo continue defezioni e tradimenti da parte dei loro affiliati appena le circostanze lo permettevano. Le autorità puntavano a generalizzare la lettura delinquenziale del fenomeno per non riconoscerne una politica e avere in questa maniera maggiori giustificazioni nel caso si fossero utilizzate maniere forti per reprimerlo. Dall’altra parte i briganti, anche con reati gravi, cercavano di accreditarsi di fronte alle autorità come legittimisti della dinastia dei Borbone e oppositori del nuovo assetto unitario. Lo scopo era quello di poter contare su possibili indulti da parte del governo e su pene ridotte. Il fenomeno del brigantaggio aveva ricevuto infatti adesioni dalle masse dei contadini, deluse per la mancata riforma della terra, dall’insorgenza borbonica, che finì per dare al fenomeno una connotazione politica, e dai soldati sbandati, che misero al servizio delle bande le loro armi, la loro esperienza e la loro abilità militare. Un gruppo di possidenti del circondario di Rossano, anche se confermava che il brigantaggio era un’«estesa rete di ladri», sottolineava che non

mancava di tendenze politiche, essendo noto come talune bande, nelle ultime turbolenze, avessero tentato di mettere a rumore qualche contrada, ed aspettato sbarchi per unirsi, ed inalberare bandiera borbonica. Non sono nascoste ad alcuno le segrete pratiche dei nemici del Governo coi Briganti, per opera dei quali, se riusciva impossibile una restaurazione Borbonica, per fermo si sarebbe mantenuto perenne il malcontento, l’agitazione, le speranze, i timori, il disprezzo delle leggi e dell’Autorità, attraversando così l’opera del Governo Nazionale.

Il movimento borbonico nella provincia era diffuso principalmente nei vecchi quadri della classe dirigente del passato regime, tra le ricche famiglie del patriziato cosentino e in settori dell’esercito italiano che avevano accolto soldati borbonici sbandati che speravano però in un imminente ritorno di Francesco II ed erano pronti a disertare per sostenere un’eventuale insurrezione. Spesso dietro le accuse di legittimismo si nascondevano però antichi odi tra famiglie e gruppi di potere locali che si accusavano a vicenda per acquisire meriti di fronte al governo italiano. Guicciardi [prefetto di Cosenza] aveva notato, sin dal suo ingresso nella provincia cosentina, come il movimento borbonico non godeva di un forte sostegno popolare, sul quale invece poteva contare il brigantaggio delle campagne, ma si nutriva più di attese e speranze che riguardavano settori sociali assai ristretti. In una circolare ai comandanti della Guardia nazionale e ai capi delle Guardie mobilizzate datata il 15 giugno 1861 aveva ammonito infatti i calabresi che, mentre politicamente detestavano il passato regime e avevano sentimenti «schiettamente Italiani», per quanto riguardava il brigantaggio in generale non usavano per reprimerlo «quella energia e quel coraggio di cui [erano] capaci». La stessa impresa di Borjés, sbarcato in Calabria il 14 settembre 1861 con soli 17 uomini, non aveva conseguito nessuno scopo militare e politico, ma solo alimentato la speranza di futuri sbarchi spagnoli.

La città di Cosenza, da ciò che emerge dalla documentazione presa in considerazione in questa sede, sembrava essere per molti aspetti il cuore di questo «piccolo» e «impotente» blocco borbonico, però non del tutto privo di iniziativa, che certamente fu minore rispetto a quella messa in campo nella vicina Basilicata. Nella città spesso si facevano circolare volantini e manifesti clandestini che provenivano da Napoli o erano stati realizzati da comitati borbonici locali dove si inneggiava a Francesco II, ai valori religiosi, alla Chiesa, al Papa re. In uno di questi manifesti, consegnato il 6 settembre 1862 al prefetto dal sindaco di Cosenza, si presentava l’Italia unita come il peggiore dei mali, risultato dell’asservimento delle popolazioni meridionali a quelle settentrionali, e si esortavano i «Popoli Napolitani» a prendere le armi contro i piemontesi. Forte era anche il richiamo al sentimento religioso-patriottico che individuava negli invasori piemontesi i nuovi «Musulmani». Nel maggio del 1863 veniva diffuso un nuovo proclama rivolto direttamente alla popolazione calabrese. Quest’ultima era chiamata ad insorgere contro il Piemonte, ma anche verso gli esponenti locali del partito liberale, i «nemici interni», che sostenevano la nuova realtà statale italiana.

Calabresi!!

All’armi all’armi! L’ora del nostro trionfo sta per suonare altro poco e i comuni desideri saranno compiuti. Gli usurpatoli del potere, gli apostoli del sangue e dell’assassinio han cominciato a tremare all’annunzio delle nostre deliberazioni. Essi si dibattono, si arrovellano, si cingono d’armati, foggiano calunnie, spargono menzogne, appellano alla pubblica opinione che essi pure sanno quanto adesso abbiano contraria, dimandano una fedeltà che essi non han dritto a meritare. [?] no, Dio ha segnato il termine delle loro turpitudini non potranno sottrarsi ai suoi tremendi giudizi. Calabresi, mentre i satelliti della ippocrita ed obbrobriosa libertà del Piemonte cadranno vittima dei nostri Prodi voi tenete di mira i nostri nemici interni. Voi li sapete, bisogna trattarli siccome si meritano. L’uopo che la nostra rigenerazione costando sangue, atterrì nel proprio sangue la genia dei felloni e dei nemici del pubblico bene che ora tanto chiaramente si sono manifestati. Così l’opra nostra sarà completa e faremo che l’era che per noi comincia ci sia larga di pace imperitura. All’armi dunque all’armi. Le trombe guerriere ripetano per tutto il grido di guerra ed ogni bocca il grido entusiastico ed affettuoso di Viva Francesco2.

Da Cosenza partivano anche le principali comunicazioni verso le bande dei briganti per sollevare le popolazioni in vista del ritorno di Francesco II, annunciando l’arrivo di forze provenienti principalmente dalla Spagna. A fare da tramite tra i briganti e le famiglie borboniche presenti nella città o in altri centri filoborbonici erano contadini e pastori che, il più delle volte ignari dei contenuti della corrispondenza, venivano costretti a prestare questo servizio sotto minaccia di morte o di altre vendette da parte delle bande. Di questi contatti continui tra briganti e comitati borbonici le autorità avevano ricostruito dettagliatamente, attraverso alcuni interrogatori, le dinamiche. Il 24 novembre 1862 un tale Antonio Tancredi interrogato dichiarava che, lavorando in Sila, aveva avuto modo di incontrare più volte i briganti e in una di queste occasioni era stato da loro costretto a recarsi a Cosenza per portare una lettera, attraverso un ex soldato, ai borbonici. Non conosceva però i contenuti della missiva perché analfabeta, ma da quanto aveva capito «parlava del Cap.e Sorrentino da cui volevano sapere i Briganti se ritornava Francesco 2°, e se potevano sperare qualche cosa di buono». In un altro verbale si evidenziava come il gruppo legittimista fosse composto da «Militari ed Impiegati della Polizia, Galantuomini ed altri» e che si stesse portando avanti un «arruolamento che si stava facendo in Sila per fare la reazione a favore di Francesco 2°».

Il sottoprefetto di Rossano comunicava ancora nel 1864  la presenza nel suo circondario di un comitato borbonico-reazionario collegato con quello centrale di Napoli, che arruolava uomini con la promessa di «una vaglia ed il brevetto da capitano di gendarmeria» e assicurava lo sbarco sulle coste di forze utili a «restaurare i borboni». Anche il sindaco di Mongrassano nell’agosto del 1864 fomentava i briganti a non costituirsi e continuare a destabilizzare la provincia e prometteva che all’arrivo dei Borbone sarebbero stati premiati con incarichi prestigiosi per questo loro impegno. Nonostante tutto, l’insorgenza borbonica, in provincia non riuscì a concretizzare manifestazioni tali da mettere in difficoltà l’ordine pubblico, ma certamente contribuì a destabilizzarlo almeno fino all’inverno-primavera del 1863, alleandosi con il crescente malumore sociale della popolazione.

Nei confronti dei soldati borbonici sbandati le autorità locali utilizzarono invece in molti casi una linea dura, tale da non concedere nessun trattamento di favore. Simili comportamenti da parte delle autorità avevano favorito, soprattutto tra il 1861 e l’inverno del 1862, l’adesione di molti militari alle bande dei briganti. In questo modo il brigantaggio si giovava non solo di armi, ma di soldati che con i Borbone si erano dimostrati più preparati «per la repressione interna che per la difesa del Regno» e che, quindi, avevano una conoscenza precisa del territorio. Le autorità provinciali per queste ragioni segnalavano al governo che il trattamento di ostilità e fermezza nei confronti dei soldati borbonici causava problemi all’ordine pubblico e rendeva difficile la pacificazione della provincia. Cavour stesso aveva cercato di guadagnare l’esercito borbonico alla causa italiana e di stabilire anche in questo caso uno spirito di conciliazione, che però, a partire dal 1861, in molti casi nella provincia di Cosenza non venne messo in pratica.

Nonostante le autorità avessero garantito ai soldati che si fossero consegnati un trattamento di riguardo, questi erano sottoposti ugualmente a misure umilianti e maltrattati, come denunciava il barone Luigi Compagna di Corigliano che in più occasioni era stato scelto dagli sbandati come loro intermediario per la resa. Un ruolo centrale, infatti, per ottenere la resa dei soldati borbonici sbandati era stato svolto proprio da alcuni proprietari e personalità locali che, anche in questo caso, vennero scelti come intermediari con lo Stato centrale. Il comandante della Guardia nazionale di Dipignano comunicava al prefetto che alcuni soldati sbandati, nonostante al primo avviso fossero «corsi volenterosi ad ingrossare le fila del nostro esercito a difendere i diritti della patria», non erano stati trattati dalle autorità «da buon soldati», ma avevano sofferto da briganti «gli insetti, la sudicità», la fame e la sete. Tutto questo era stato visto dal comandante come un oltraggio anche alla sua persona e credibilità, essendosi «compromesso farli ben trattare f…]». L’amministrazione comunale di Saracena comunicava invece che, mentre era riuscita a far sì che quattro elementi di una banda di sette soldati sbandati si presentassero, fornendo loro alcune garanzie, gli era stato impossibile raggiungere lo stesso risultato con gli altri tre per l’opposizione del sottoprefetto di Castrovillari, il quale aveva invece ordinato di «desistere, dichiarando illegali ed abusive quelle misure, perché sotto l’impero di uno statuto».

Fonte: IL PREFETTO E I BRIGANTI, Di Giuseppe Ferraro – Le Monnier

Foto: RETE

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