CARTA DEI DIRITTI DELLE PIANTE – art.1

(La Terra). Chi è il responsabile di questa casa comune? In altre parole, a chi appartiene la sua sovranità? La nostra più ovvia risposta è che la Terra appartiene all’uomo. Ossia che l’Homo sapiens è l’unica specie titolata a disporre del pianeta in funzione delle sue necessità. L’affermazione è talmente banale che non avrebbe bisogno di ulteriori prove a supporto. Quando mai il destino delle altre specie ha rappresentato un limite alle nostre azioni? Ci siamo sempre definiti i Signori della Terra e, anche se magari i più progressisti fra di noi potrebbero provare un certo pudore a considerarsi Signori di qualche cosa, questa è comunque la nostra intima convinzione. Vedrete.

La Terra è cosa nostra. Ne abbiamo diviso la superficie in Stati e ne abbiamo assegnato la sovranità ai diversi gruppi umani, che a loro volta l’hanno affidata a un limitatissimo numero di persone. Sono queste, pertanto, che detengono la reale sovranità della Terra.

Poche persone sono responsabili della sovranità dell’unico pianeta dell’universo sul quale la vita esiste. Non so quanto l’assurdità della faccenda vi colpisca, perché a me, talvolta, a pensarci, mi prende come un capogiro e mi sento come se fossi stato dislocato in uno di quegli infiniti universi paralleli in cui la logica non funziona nel modo cui siamo abituati. Un universo governato da regole pazzesche, anche se meno affascinanti di quelle del Paese delle Meraviglie di Alice. Innanzitutto, da dove proviene questa investitura che ci rende Signori del Pianeta? Lo siamo per nascita o per diritto divino? O forse per manifesta superiorità sulle altre specie, alle cui carenze intellettuali dobbiamo supplire come bravi tutori? O magari è semplicemente una sana questione di democrazia e dipende dal nostro numero?

Lasciando da parte diritto di nascita e diritto divino, sui quali non si può esercitare alcuna verifica logica, rimangono essenzialmente due possibilità. La prima: siamo i Signori della Terra perché siamo la specie più numerosa. Chiamiamola opzione democratica. La seconda: siamo i Signori della Terra perché siamo migliori di ogni altra specie vivente del pianeta. Chiamiamola opzione aristocratica (che mi rendo conto include, per la felicità dei più nostalgici, anche il diritto di nascita e il diritto divino).

Iniziamo dall’opzione democratica, anche se sono certo che la maggior parte dei miei colti lettori ha già chiaro che non può essere questa la soluzione. L’uomo, con i suoi oltre sette miliardi e mezzo di esemplari, rappresenta una quantità di biomassa (ossia massa vivente) pari ad un diecimillesimo dell’intera biomassa del pianeta.

Dei 550 gigatoni (un gigatone è pari ad un miliardo di tonnellate) di biomassa carboniosa sulla Terra, gli animali costituiscono circa 2 gigatoni, con gli insetti che ne formano circa la metà e i pesci che contano per altri 0,7 gigatoni. Tutto il resto, che include mammiferi, uccelli, nematodi e molluschi consiste in 0,3 gigatoni. I funghi, da soli, hanno una biomassa sei volte superiore a quella degli animali (12 gigatoni). Le piante (450 gigatoni) rappresentano oltre l’80% della biomassa della Terra, mentre gli uomini, con i loro 0,06 gigatoni, contano per lo 0,01%. È chiaro che non è in virtù del nostro numero che esercitiamo la sovranità sul pianeta. Per numero e rilevanza la sovranità della Terra dovrebbe appartenere alle piante.

Scartata l’opzione democratica per ovvia inconsistenza, rimane in vita quella aristocratica. Dal greco àristos, “migliore”, e  cràtos, “potere”, noi uomini siamo i Signori della Terra perché  siamo migliori di qualunque altra specie mai esistita. Sono certo che l’opzione aristocratica appaia molto più convincente e robusta. Chi mai fra noi uomini non è intimamente convinto di essere migliore di qualunque altra specie vivente? Non scherziamo. Possiamo essere ambientalisti, fricchettoni, verdi, mistici, materialisti, religiosi, atei, anarchici o realisti, ma su una cosa siamo tutti d’accordo: siamo migliori di scimmie, mucche, albicocchi, felci, batteri e muffe. Anche in questo caso, l’affermazione sembra così evidente da non aver bisogno di essere ulteriormente sostanziata. Noi uomini siamo migliori di qualunque altra specie vivente, c’è poco da discutere. Siamo migliori, perché il nostro grande cervello ci permette di fare cose che sono impossibili a chiunque altro. Grazie al nostro possente encefalo, non abbiamo forse dipinto la Cappella Sistina, scolpito la Venere di Milo, ideato la teoria della relatività, scritto la Divina Commedia, costruito le piramidi, ragionato sulla nostra esistenza? Quale altro essere vivente sarebbe in grado di fare qualcosa di simile? Quale altra specie potrebbe mai chiedersi a chi appartenga la sovranità del pianeta? Non ci possono essere dubbi a riguardo: l’uomo è migliore di qualunque altro organismo vivente!

È in virtù di questa assoluta prevalenza che possediamo la Signoria del Pianeta. Eppure, proviamo per un attimo a spostare lo sguardo dal fulgore della nostra unicità. Non più abbagliati dalle meravigliose conquiste umane, proviamo a ragionare su cosa voglia dire esattamente essere migliori. Il concetto di “migliore”, inevitabilmente, richiede un obiettivo. In una gara di velocità sui cento metri, chi impiega dieci secondi a percorrerli è migliore di chi ce ne mette undici. In una gara di salto in alto, chi salta due metri è migliore di chi ne salta uno e novanta. Federer è indiscutibilmente migliore di qualunque altro tennista. Dostoevskij è migliore di quasi tutto il resto. Ma nella storia della vita, cosa vuol dire “migliore”? Anzi: il concetto di “migliore” ha senso nella storia dell’evoluzione della vita? Poiché deve esistere un obiettivo perché abbia un senso, quale è l’obiettivo della vita? Sembra una di quelle terribili questioni esistenziali dalle quali non si cavano più le gambe e, invece, la risposta è semplicissima: l’obiettivo della vita è la sopravvivenza della specie. Darwin ci dice che l’evoluzione premia il più adatto a sopravvivere. L’organismo migliore, quindi, è il più adatto a sopravvivere.

[…] Bene, il problema è ormai chiaro: basta sapere quanto sopravvive una specie sulla Terra e, paragonandola all’uomo, dovremmo essere capaci di stilare una graduatoria delle specie migliori. Non è facile ottenere dati certi sulla vita media delle specie, tuttavia stime attendibili ci dicono che, fra gli animali, si va dai 10 milioni di anni degli invertebrati a un milione di anni dei mammiferi. Più complesso è ottenere dati riguardanti il mondo vegetale, poiché le piante in media sopravvivono molto più a lungo degli animali. Il Ginkgo biloba ha probabilmente oltre 250 milioni di anni, gli equiseti erano già diffusi 350 milioni di anni fa. Una felce, l’Osmunda cinnamomea, è stata ritrovata in rocce fossili di 70 milioni di anni fa. In generale, si stima che la vita media di una specie, non importa se animale o vegetale, sia pari a 5 milioni di anni.

Ora che abbiamo i dati in mano, chiediamoci quanto ancora immaginiamo che l’uomo possa sopravvivere come specie. Ovviamente, qui i dati non possono venirci in aiuto. Tuttavia, sono certo che, se chiedessimo alle stesse persone che sono intimamente convinte della superiorità dell’uomo se credono che sopravvivrà per altri 100.000 anni, le risposte non sarebbero così ottimistiche. Come mai? Perché percepiamo come improbabile che la nostra specie riesca a sopravvivere anche soltanto altri 100.000 anni quando per raggiungere la media delle altre specie viventi ce ne potremmo legittimamente attendere altri 4.700.000? Credo dipenda dai disastri che siamo riusciti a combinare sul pianeta in un lasso di tempo così incredibilmente breve come gli ultimi 10.000 anni, ossia dal momento in cui l’uomo creando l’agricoltura ha iniziato ad incidere profondamente sull’ambiente in cui vive. Non crediamo che riusciremo a sopravvivere come specie così a lungo perché abbiamo ben presente che il nostro grande cervello, di cui siamo così orgogliosi, è stato in grado di produrre, oltre alla Divina Commedia, anche una serie di innumerevoli pericoli che in qualunque momento potrebbero spazzarci via dal pianeta. Così le scimmie, le mucche, gli albicocchi, le felci, i batteri e le muffe di cui parlavamo prima continueranno ad estinguersi soltanto in coincidenza di catastrofi apocalittiche, la cui frequenza sulla Terra si misura in milioni di anni, mentre noi rischiamo in ogni momento di sparire. E se svanissimo domani, fra mille anni o fra centomila, in altri centomila anni cosa rimarrebbe della Cappella Sistina, della Venere di Milo, della teoria della relatività, della Divina Commedia, delle piramidi e di tutti i nostri ragionamenti? Nulla. A chi importerebbe di queste meraviglie?

È per questo che la molto saggia Nazione delle Piante, nata centinaia di milioni di anni prima di qualunque nazione umana, garantisce a tutti gli esseri viventi la sovranità sulla Terra: per evitare che delle singole specie molto presuntuose possano estinguersi prima del tempo, dimostrando che il loro grosso cervello non era affatto un vantaggio, ma uno svantaggio evolutivo.

Da LA NAZIONE DELLE PIANTE, di Stefano Mancuso  – Laterza

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Un libro da leggere

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