DELIRIO POSITIVISTA: “Al Sud abita una razza inferiore”

La cultura positivista di scuola lombrosiana ha segnato a fuoco il Sud, come “razza inferiore”. In questo brano, preso da “Tumulti” di Claudio Cavaliere, se ne fa cenno.

[…]

«Le SS.VV. avranno avuto indubbiamente occasione di rilevare come, per effetto della natura impressionabile e del carattere vivace di questa regione, si verificano talvolta improvvise manifestazioni popolari che sconfinano in deplorevoli eccessi e persino in fatti luttuosi […]».

Un popolo di mattacchioni per il prefetto di Catanzaro che così scriveva in una riservatissima il 26 settembre del 1911. Quell’avverbio è fantastico. Indubbiamente! Non vuole essere smentito! Donne e uomini talmente vivaci che, così, le mattine si alzavano e decidevano: «Andiamo a farci sparare addosso!». Per vedere l’effetto che fa!

Ma era questa la visione che lo Stato aveva delle condizioni disumane di vita, delle angherie, dei balzelli, dei tuguri, del vassallaggio in cui vivevano le popolazioni. Perché meravigliarsi! Siamo in pieno delirio positivista e nel 1910 i sociologi di scuola lombrosiana e i meridionalisti governativi insistono ancora sulla evidenza di due differenti tipi di italiani.

Ecco quello che scrivevano:

«È un merito del nostro Giuseppe Sergi e della sua scuola antropologica, principalmente del suo discepolo Alfredo Niceforo, l’aver dimostrato con prove di fatto e con i dati forniti dalla antropometria e della etnologia, che due razze organicamente differenti, popolano l’Italia, che non costituisce una sola unità etnica, ma è divisa in due regioni ben demarcate; l’una al Nord popolata da una razza superiore, la razza aria (mediterranea bionda), l’altra al Sud abitata da una razza inferiore, la mediterranea bruna».

Giuro, il primo che mi parla di mondo magico popolare tiro fuori la pistola! Qui bisogna invertire i termini. È lo Stato che svela un potere cieco, arcano, superstizioso, magico, in un vuoto totale di comprensione che si affida all’antropometria e fa presto a riempirsi di reazione isterica ad ogni forma di protesta.

Sono talmente impressionabili queste popolazioni calabre che nel solo triennio 1904-1906 quasi novantamila persone muoiono per diarrea, enteriti, colera indigeno, bronchiti, polmoniti, broncopolmoniti, tubercolosi, malaria. In una parola, di miseria. «L’epiteto sano esprime un valore pressoché ipotetico; il sano è un presunto guarito […] con poca garanzia di verità», così in una pubblicazione ufficiale dell’epoca sulle condizioni sanitarie della popolazione calabra.

Di carattere così vivace e transumante che nei primi cinque anni del Novecento emigrano in duecentotrentamila, un sesto della popolazione, una processione da allora mai davvero interrotta.

Dovette pensarci Costabile a marchiare nella carne coi suoi versi quello che succedeva:

«Ce ne andiamo. Ce ne andiamo via […] / Dai paesi più vecchi più stanchi, in cima al levante delle disgrazie / Siamo le braccia, le unghie d’Europa / II sudore diesel / Siamo il disonore, la vergogna dei governi […]».

Per quanti restarono, il «secolo breve» non fu il nascere del sol dell’avvenire. Anche la nuova ideologia viene alla luce intrisa di pregiudizi nei loro confronti. Non sono i contadini a fare la rivoluzione, anzi vengono guardati con sospetto se non come nemici per quel loro attaccarsi alla terra, per quella voglia di proprietà. Anche in Calabria i pochi pionieri del socialismo contano più sul risveglio dei ceti urbani che dei ceti contadini, ignoranti, difficili nello stato di incultura in cui versano.

Un pregiudizio che rimarrà costante. Non fatevi ingannare dalla facile retorica su Melissa! Ancora nel secondo dopoguerra anche dentro il Pci ci fu chi criticò e osteggiò aspramente una possibile «svolta contadinista» del partito.

Loro ci mettevano tutto quello che avevano: i loro corpi, la loro disperazione, la collera per le ingiustizie. Mai però che venissero presi sul serio.[…]

Da “TUMULTI”, di Claudio Cavaliere – Rubbettino

Un libro che aiuta a capire la Calabria

Foto: Rete

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