PARMARIJE – Un giudice giusto

Nei tempi antichi c’erano due fratelli, uno ricco e l’altro povero in canna. Il ricco non aveva figli; mentre il povero ne aveva tre e per sbarcare il lunario si adattava a ogni fatica. Un anno prese dal fratello ricco un porchetto che avrebbe dovuto allevare a metà, secondo gli usi. Ma un giorno questo porchetto sparve. Il povero uomo e tutta la sua famiglia girarono in lungo e in largo, ma del porchetto non trovarono traccia. Come se avesse avuto le ali e fosse volato via in cielo. Disperato il povero va dal fratello ricco e gli dice:

“Fratello mio, il porchetto s’è smarrito.”

“Non m’interessa. Io voglio il mio porchetto, altrimenti me lo paghi.”

Il disgraziato uomo sapeva di avere a che fare con l’anima di Giuda. In ogni modo, tentò di commuoverlo, supplicandolo:

“E come faccio a pagartelo? Non capisci che non è stato per mia incuria che il porchetto è sparito? Non ti rendi conto delle mie condizioni disagiate?”

Quel turco era più duro di una pietra di fiume. Gridava:

“O mi restituisci il porchetto o me lo paghi. Altrimenti ti mando in galera, trascurato farabutto.”

Il povero, più disperato che mai, riprese le sue ricerche nella campagna. A ogni passo chiamava il suo maialino: gneh, cola, gneh, cola!, come se si trattasse di un suo figliolo. Arrivò nel vallone delle Giare. C’era un mare di fango dove perfino gli uccelli ci rimanevano invischiati. Ora, cosa successe? Successe che in quel vallone c’era una donna con l’asino carico di olive e quest’asino era affondato nel fango fino alla pancia. Piangeva disperatamente, la donna, e invocava i santi e menava botte sull’asino e lo pregava, come se fosse un cristiano, di muoversi. Ma la bestia era incollata alla terra. Subito che la donna scorse l’uomo, gli gridò:

“Bell’uomo, per l’amore di Dio e per l’anima dei vostri morti, correte a darmi una mano d’aiuto.”

L’uomo, nonostante i suoi guai, ci va. S’infila con tutte le scarpe nel fango che gli arrivava fino all’ombelico e comincia a tirare l’asino dalle gambe. Niente. Tira l’asino dalle orecchie. Niente lo stesso. Lo tira dalla coda; e pare che l’asino si muova. Incoraggiato, l’uomo tira e tira con tutte le sue forze, tanto che a un tratto la coda dell’asino si stacca e gli resta nelle mani. La donna si oscura in viso e comincia strepitare:

“Cosa mi avete combinato di male! Mi avete rovinato una proprietà di asino. Chi mi ha accecato di chiamarvi! C’erano tante altre strade da dove potevate passare; ma il mio triste destino proprio qui vi doveva spingere, per la mia dannazione!”

“Signora, bella donna”, cominciò a difendersi l’uomo, reggendo impacciato la coda dell’asino in mano.

“Ma che bella donna e che signora. Chi vi conosce? La bella donna è il seguente: che mi dovete pagare la bestia, altrimenti vi denuncio.”

Seguì un’ora di discussione; infine il pover’uomo riprese la sua strada. A un tratto incontra una donna incinta e la saluta senza nemmeno guardarla. La donna, nel girarsi per restituirgli il saluto, scivola e casca; e casca in malo modo, tanto che abortisce. Succede l’ira di Dio. Il marito pretende che gli vengano pagate le medicine e tutte le altre conseguenze. Per non portarla alle lunghe, quel povero diavolo si ritira a casa con tre denunce sulle spalle: quella del fratello per il maialino, quella per la coda dell’asino e quella per la donna incinta. Giunse il giorno del processo. Il giudice conciliatore esamina le tre denunce nella stessa seduta. L’accusato non aveva neanche un cane che lo difendesse, e perciò era certo di essere condannato. Ma il conciliatore, dopo aver ascoltato le accuse e gli avvocati, si alza e dice:

“In nome di questo popolo, io ordino quanto segue: che il padrone del maiale deve ridarne a suo fratello un altro, in modo che questi possa allevarlo secondo i patti; ordino alla donna dell’asino di cedere la bestia all’uomo che s’impegna a restituirgliela appena l’asino riavrà la coda lunga preciso come prima; e infine: il marito della donna che ha abortito è condannato a cedergli la moglie, perché l’uomo gliela restituisca quand’è nuovamente incinta .”

Nella sala successe un pandemonio. I condannati sbraitavano, minacciavano; mentre la folla si congratulava col povero padre di famiglia e batteva le mani al giudice che aveva fatto vedere con l’esempio che al mondo ci può essere giustizia, quando non mancano il buon senso e la buona volontà.

Da MITI, RACCONTI E LEGGENDE DI CALABRIA,di Saverio Strati – Gangemi Editore

Foto: RETE

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