Torniamo alla Calabria e al suo ritardo.

Prendo questo brano da “Calabria grande e amara” di Leonida Rèpaci. Risale alla metà del Novecento. È un tassello che documenta il colpevole abbandono in cui è stata tenuta la Calabria dall’Unità ad oggi. E l’orizzonte è cupo.

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Torniamo alla Calabria e al suo ritardo. Questo ritardo significa 40% di analfabeti, 45% dei Comuni senza scuole, o con scuole simili a stalle, 50% dei Comuni senza fognature, 55% dei Comuni senza acquedotto, 30% dei Comuni senza cimitero, 2/3 circa della rete stradale da costruire, 80% delle strade esistenti bisognose di riparazioni urgenti, compresa la famosa Statale 19, che, per il suo tortuoso tracciato, rallenta le comunicazioni, invece di agevolarle. In più significa: 1/4 della rete ferroviaria da impiantare, 50% dei terreni mancanti di arginatura, 80 corsi d’acqua non sistemati, lasciati liberi di provocare con le loro piene enormi danni alle campagne, 60% del territorio della regione privo di difesa contro le rapide torrentizie e le alluvioni.

In più significa: reddito individuale tra le 100 mila annue e le 110 (reddito della Valle d’Aosta L. 230.000 prò capite). In più significa: il 41% della proprietà nella provincia di Cosenza a 170 proprietari, il 36% della terra nella provincia di Reggio a 159 proprietari, il 40% della terra nella provincia di Catanzaro a 170 proprietari.

Sono cifre da me raccolte alcuni anni fa, ma non credo che esse presentino modifiche sostanziali nel prospetto generale del fenomeno. Il collage di Greco Naccarato su Calabria d’oggi, pur così ricco di dati parziali, di «affanni» come lui li chiama, non dice una parola sulla distribuzione della proprietà, la quale è alla base dello squallore calabrese, risalendo all’epoca in cui, sulla piccola proprietà del Mezzogiorno, si costituì il latifondo romano. Le varie dominazioni non fecero che rinnovare i padroni senza che i servi della gleba fossero considerati altro che bestie da fatica, mercé umana trasmissibile con la proprietà nei trapassi reali.

Le responsabilità della classe agraria meridionale, e dei baroni in particolare, nell’usurpazione demaniale, e nello stato di arretratezza imposto alle popolazioni per meglio garantire il possesso indisturbato della terra, fu messo a punto dalle Assise della Rinascita Meridionale cui mi onorai di appartenere. Si aggiunse la grande Inchiesta sulla Calabria che mise a nudo i mali di cui soffre questa nobile terra, esaminò le cause vicine e lontane della depressione, bollò d’infamia l’antistoria e l’antieconomicità del feudo, alzò il suo grido d’allarme per l’estrema umiliazione della condizione umana, additò i rimedi che concordavano con le risoluzioni approvate dalle Assise della Rinascita, e che tutta la democrazia italiana più avanzata fece sue, mettendole al centro della sua azione politica.

Da “Calabria grande e amara”, di Leonida Rèpaci – Rubbettino

FOTO: Rete

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