BANDITI, BRIGANTI: ci sono differenze?

Per comprendere quello che è accaduto dopo la proclamazione del Regno d’Italia occorre fare una incursione nei secoli precedenti.

Innanzitutto, chi sono i banditi? Sono chiamati banditi coloro che hanno commesso un reato e sono finiti in un ‘bando’, una sorta di elenco affisso in luoghi preposti che enumera i reati addebitati e i nomi dei rei – e perciò banditi, cioè scacciati, allontanati in virtù del bando. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: il termine è equivoco e non indica solo ladri, rapinatori, assassini, crassatori, delinquenti ma spesso anche uomini banditi per le loro idee politiche o azioni contrarie al potere che si vendica e li scaccia via per evitare che rimanendo nel loro territorio possano arrecare danni o compromettere il potere del signore. Quelle che compaiono in un bando sono persone diversissime tra di loro e occorre oculatezza per non far confusione e per distinguere caso da caso.

Qualcosa di simile accade con il termine ‘brigante’, parola di origine medioevale che indica un fante di ventura. E che con i francesi entra nel lessico comune. Brigane è termine onnicomprensivo: in Francia designa avventurieri armati, uomini dalla non precisa posizione sociale, sbandati, ladri, violenti. In Italia è considerato tale anche chi commette un omicidio, un furto, un’aggressione ai viandanti o un reato d’altro tipo oppure chi combatte per restaurare i Borbone scacciati dalle truppe francesi. I francesi non sono nemmeno sfiorati dall’idea che ci possa essere chi non condivide il loro operato, per cui chi si oppone non è un ribelle o un patriota che vuole difendere il proprio paese e il proprio re ma un criminale, cioè un brigante.

Opposizione politica o semplice ripulsa alle novità portate da oltralpe o rifiuto dell’occupazione sono una cosa, il comportamento criminale è tutt’altro. Ma i francesi non hanno nel loro vocabolario un termine diverso da quello di brigante. Lo nota, e lo scrive, anche Stendhal ai primi dell’Ottocento.

Il termine brigante ha avuto subito un successo enorme. Esso trasmigra dai francesi ai Borbone, che lo usano incuranti delfatto che con quel termine siano stati designati in modo spregiativo gli uomini che si sono battuti per farli ritornare sul trono di Napoli. Poi lo adoperano anche gli italiani. Si trovano bella e pronta una parola da utilizzare in modo sbrigativo e spregiativo. La usano contro i loro nemici politici, borbonici e clericali che non accettano il nuovo regno, contro i contadini disperati e senza terra che insorgono spesso per ragioni proprie, contro i criminali veri e propri.

Banditi e briganti possono dunque essere: criminali, assassini, ladri, folle di affamati e di disperati, tagliagole ma anche nobili decaduti oppure espulsi dai circuiti del potere, uomini di origine feudale, artigiani, contadini, giovani che non accettano il giogo attorno al collo, sia quando viene da parte di un nobile del luogo sia quando arriva da un altezzoso venuto da molto lontano che parla una lingua straniera, oltraggia la religione e non rispetta le donne. I briganti sono più organizzati dei banditi, durano di più, hanno maggiori protezioni politiche e quelli che possiedono un’infarinatura politica hanno anche un disegno, una meta da raggiungere.

Banda di Antonio Franco

Nei territori degli Stati d’ancienregime la sicurezza è fortemente compromessa da un fiorente banditismo che è l’espressione del malessere della società del tempo. I banditi se da un lato creano una serie infinita di problemi alle popolazioni, al commercio, alla sicurezza collettiva, dall’altro lato rappresentano un’opportunità per baroni e potenti, che li utilizzano contro i loro nemici, o per le autorità laiche e religiose, che li impiegano per le loro guerre. Insicurezza delle strade, difficoltà nelle comunicazioni, uomini in armi, violenza diffusa aumentano quando c’è aria di mutamenti politici o di regime. Banditismo e potere legale si fronteggiano sullo stesso territorio. C’è scontro dichiarato o, a volte, ci sono dialogo, convivenza, reciproca convenienza a non intralciarsi.

Le diverse forme di banditismo durano a lungo, prolungandosi dal Cinquecento fino al Settecento, quando i briganti prendono il posto dei banditi. E attraversano la penisola da Nord a Sud: troviamo banditi in Piemonte e in Lombardia, in Liguria, in Veneto e nei territori pontifici, fino al Regno di Napoli e al Regno di Sicilia. Il fenomeno, tuttavia, appare particolarmente radicato al Sud, e sarà il Sud continentale il centro di queste pagine perché lì emergeranno le vicende più interessanti.

Con l’arrivo dei francesi sul finire del Settecento ci sono momenti di forte asprezza. La riconquista del Regno di Napoli operata dal cardinale Ruffo è effettuata con la mobilitazione eccezionale di masse d’uomini che vogliono restaurare la monarchia e che convivono con ladri, assassini, banditi e briganti, come prendono a chiamarli i francesi che, ritornati dopo essere stati cacciati dal cardinale, se li ritrovano contro per tutto il decennio 1806-15 perché nel frattempo contadini disperati e senza terra ne hanno ingrossato le fila. In molti comuni ci sono episodi di scontri sanguinosi tra sanfedisti e giacobini.

E uno scontro sociale e di classe, ma è anche un urto ideologico perché chi combatte con tanta foga i giacobini vuole cancellare le novità dirompenti e sconvolgenti portate dalla cultura dell’Illuminismo. Certo, chi ha queste idee è convinto d’avere ragione ed è deciso a battersi per cercare di frenare l’orologio del progresso che va avanti e non s’arresta. E le strade s’insanguinano, le case e le librerie bruciano, gli odi e i rancori s’infiammano lasciando uno strascico interminabile e duraturo nel  tempo.

Un aspetto non va trascurato: sempre, in tutte le epoche, la borghesia locale ha dato man forte all’esercito — sia esso francese, borbonico o italiano. Anche la borghesia meridionale può vantare quest’opera di fiancheggiamento nei confronti dei militari. Essa di norma, con tutti i problemi che vedremo, partecipa attivamente alla cattura e alla fucilazione dei briganti. E senza questo sostegno attivo della borghesia locale nessuno di questi eserciti avrebbe riportato successi significativi.

Il brigantaggio non termina con il ritorno dei Borbone sul trono di Napoli. C’è un brigantaggio degli ultimi decenni del regno, meno noto di quello di altri periodi, che costringe i Borbone ad usare le maniere forti nei confronti di coloro che li hanno riportati sul trono. Come affrontarli? Con la repressione o con una politica premiale?

Il primo decennio unitario è caratterizzato da una spietata e dura repressione nei confronti degli insorgenti e dei borbonici, oltre che dei contadini in armi, definiti – come avevano già fatto francesi e borbonici – tutti briganti. Nei loro confronti sono usati metodi spicci, illegali (solo in parte sanati con la legge Pica del 1863), fucilazioni sommarie, torture, impiccagioni, stragi, oltraggio ai cadaveri esposti come trofei e fotografati per mostrare la potenza dell’esercito e la miseria umana delle vittime. Ci sono state proteste nel Parlamento italiano per i metodi seguiti dall’esercito, e anche all’estero non sono mancate le voci critiche, persino quelle ufficiali di alcuni governi. È solo dopo queste proteste che è dato l’ordine di fucilare subito solo i capi e non tutti i briganti catturati con un’arma in mano.

Oltre all’esercito e agli stati d’assedio, c’è anche una politica premiale. Soldi in cambio di tradimento, premi per il brigante che uccide un altro brigante e ancor più se è il capo della banda.

Quando repressione e premi non basteranno a risolvere il problema, si cercherà di coinvolgere i familiari, che vengono arrestati nella speranza che qualcuno di loro possa cooperare alla cattura del congiunto; parenti contro parenti: in questa politica di gratuito e incivile oltraggio viene dispiegata una crudele fantasia.

Volgendo lo sguardo a questi secoli è facile osservare come la lotta, anzi la guerra vera e propria, intrapresa dai poteri costituiti contro banditi e briganti riguardi quasi sempre le classi subalterne, infime come vengono definite in alcuni documenti, in particolare i contadini affamati e senza terra, i poveri e i poverissimi, i braccianti senza lavoro, i soggetti più deboli, i disperati, la povera gente, gli schiacciati dalla vita, gli emarginati, i reietti, i nullatenenti pugliesi chiamati terrazzani, i caffoni meridionali; in una parola gli esclusi, quelli che vivono ai margini della società, ai bordi della storia, oppure le «persone pericolose» individuate dal ministero dell’Interno in una circolare del 26 maggio 1866 e formate «da una stessa classe di persone, cioè da quei disgraziati i quali, o per pravità naturale, o malconsigliati dalla miseria, e trascinati dal vizio, e quasi sempre per difetto di educazione si danno al mal fare […] E questa è appunto quella classe di persone» designata come «oziosi, vagabondi, mendicanti, ed altre persone sospette». E c’è anche chi, come Federico Alvigini, il prefetto della Calabria Ultra Seconda, vuole arrestare tutti i «questuanti abili al lavoro» senza dare alcuna spiegazione delle ragioni che l’hanno spinto ad assumere questa decisione. Gli inabili saranno condotti nel «ricovero di mendicità esistente», gli «abili al lavoro» saranno «tradotti in carcere».

È una guerra contro la povertà e la miseria, quasi che essere poveri e senza lavoro sia una colpa grave da espiare o un reato da sanzionare. Guai ad essere poveri! Non c’è scampo per nessuno.

Da LA GRANDE MATTANZA, di Enzo Ciconte – Laterza

Foto: RETE

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