La Calabria di Padula: LE FILATRICI

E così la vita della filatrice è la più meschina, e nondimeno è la prima e la più comune. Di verno le vecchie e le ragazze si mettono a filare al sole sotto le grondaie dei tetti, mentre i ghiacciuoli lentamente si squagliano. Le vecchie rammentano il passato, e le ragazze fanno la filangola.

Due dicono ad altre due: «Mettiamo il pegno (mìsita): otto tu ed otto io. Muniamoc(14), comare mia». E l’una fa la tenna, cioè assottiglia e trae la stoppa a forza di saliva, e l’altra torce il fuso camminando a ritroso. Un’altra coppia di fanciulle fa lo stesso cantando: « Otto tu ed otto io. Maniamoci, comare mia ». Se alla prima, filando, scocca il fuso, l’altra s’arresta per non aver vantaggio nella gara; e colei, cui scoccò il fuso, dice: « È passato qualche cornuto ». Se il fuso cade a tutte e due le fanciulle, dicono: « Son passati due cornuti». Se ad una delle fanciulle cade la conocchia piena, le [si] dice: «Ti morrà la suocera, e morrà ricca ». Se il fuso cade vuoto, si muta la frase, e si dice: «Ti morrà la suocera, e ti morrà pezzente». Delle due che torcono, la prima a finire gli otto fili strappa con la cocca del suo fuso un bioccolo dal pannocchie dell’avversaria. Poi confrontano i fusi pieni, e a chi lo ha fatto tondo, la compagna dice: «Tu l’hai fatto tondo: / ti mariti all’altro mondo». Se poi l’ha fatto lunghetto, le si dice: «Tu l’hai fatto longarino: ti mariti al tuo vicino».

Passando un cadavere, le filatrici cessano, credendo a fare altrimenti d’allungare al morto le pene del purgatorio.

In tutti i venerdì di marzo non si fila di là da compieta; e la filatrice, fermandosi ad un tratto, dice alle compagne: « Cessiamo; o vogliamo filare le carni a Gesù Cristo? Vratte(15) e topi andranno al sirico» (16).

Filano a sera inoltrata, massime di sabato, in cui credono di malaugurio lasciare la roba alla conocchia. Mentre filano la pastellerà(17) scoppietta sul fuoco. E contano romanze; fra l’altre questa.

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Tre povere filatrici filavano: l’ultima sorella alla fine, riponendo il fuso, diceva: «Vieni, vieni, re sonno; / pigliati una sedia e siedi qui intorno». Ora, il re di quel paese non ritirandosi da più tempo a dormire in casa, la madre avea commesso al cameriere di spiarne i passi. Il cameriere, passando innanzi l’uscio delle tre sorelle, intese le loro parole, e le riferì alla regina, che, credendo che il figlio andasse a passare la notte con le tre belle filatrici, mandò ad esse il cameriere con un regalo. «È vero che il re viene qui?». «È vero», rispose la piccola. «E chi ama di voi?». «Me», ripigliò la piccola.

Dopo ciò i regali della regina crebbero di numero e di valore. La filatrice alla fine si finse gravida, mettendosi stoppa sotto la gonnella. I regali aumentarono. Alla fine dovea figliare. Che fo, e che non fo? La fanciulla veste il cuoppo (18) da bambino, e lo mette nel soffitto. Passano le Fate e dicono: «O bel pupolo di legno, / di regnare sei tu degno». Ed issofatto lo fan vivo. Fu portato alla regina, e questa costrinse il figlio a sposare la filatrice.

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La filatrice entra in tutte le case, perché il fuso è baglivo(20). Ma se dov’entra è un ammalato, deve sospendere di filare; altrimenti si crede che allungherebbe la malattia all’infermo o l’agonia al moribondo. Spesso però è mal ricevuta, e le si dice: « Sei venuta a fare l’imbasciata? a sindacare i pensieri della casa mia?».

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Vuogliu ‘mparari n’arti travagliusa,

chiù pe’ dispiettu de la vita mia;

vuogliu ‘mparari l’arti de lu fusu

pe’ stare cu li donni ‘ncumpagnia (19).

NOTE

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14 «Facciamo alla svelta ».

15 Scarafaggi.

16 Baco da seta.

17 Padella bucata per prepararvi le caldarroste.

18 « Ramaiuolo piuttosto grandetto ».

19 Voglio imparare un’arte faticosa, / per maggior disprezzo della vita mia; / voglio imparare l’arte del fuso / per stare delle donne in compagnia.

20 Baglivo: giudice, messo di tribunale

Da CALABRIA PRIMA E DOPO L’UNITA’ – VOL.I, di Vincenzo Padula – Laterza

FOTO: Rete

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