LA TERRA, I “GALANTUOMINI”, GARIBALDI E I CONTADINI

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La terra è il più grande problema storico, attuale come non mai, che rimanda al pesante carico di secolari ingiustizie. Le principali forze sociali – proprietari e contadini – sembrano schierate dalla stessa parte, almeno ad uno sguardo superficiale: entrambe contro i Borbone; ma è un’illusione. Garibaldi e il movimento unitario possono contare su un’adesione da parte dei contadini e della povera gente che, come ha notato Gaetano Salvemini nei suoi Scrìtti sul Risorgimento, «sfasciarono la macchina civile e militare borbonica, e facilitarono la impresa garibaldina». Nessuno mostra riconoscenza per questo contributo, né i nuovi governanti né i Mille, che non «pensarono mai di promuovere e promettere una rivoluzione sociale». Nei moti essi videro «jacqueries» e «deplorevoli tentativi di disordine, da essere soppressi. E Bixio nel sopprimerli non scherzò».

Anche Franco Molfese è convinto che i volontari meridionali al seguito di Garibaldi «si mostrarono in pari tempo i più energici nella repressione anti-contadina, alla quale erano indotti sia dalla necessità di difendere le proprie posizioni di classe, minacciate dai moti sociali contadini (si trattava, in alcuni casi, di famiglie di ‘usurpatoti più recenti’, e, qualche volta di usurpatori potenziali), sia per combattere la controrivoluzione borbonica, che si inseriva appunto nella sollevazione contadina».

La partecipazione contadina non è un fatto di poco conto; anzi è una novità profonda che si manifesta nell’antica vicenda meridionale. «Per la prima volta nella storia», ha osservato Rosario Villari, «il governo aveva in Sicilia e nel mezzogiorno l’adesione della grande maggioranza della popolazione».

Certo, non tutti sono attratti dagli uomini in camicia rossa perché ci sono anche quelli – e sono numerosi – che non vogliono cambiare il proprio re con quello piemontese che tanto piace ai galantuomini.

Tra i contadini che seguono Garibaldi ci sono anche coloro che sono stati inviati dai loro padroni, proprietari terrieri, massari e persine mafiosi. Ma è certo che il grosso dei contadini si mette in moto perché capisce che stanno cambiando le cose, che è in atto un rivolgimento politico e che non c’è nulla da perdere ad aderire al nuovo corso che va prendendo la storia; anzi, c’è tutto da guadagnare. È già successo così nel 1820 e nel 1848. Se guardiamo a questi periodi, il giudizio che di solito si è dato dei moti contadini e del loro ruolo nella storia vacilla. Non sempre essi sono stati una forza retriva e reazionaria; i contadini hanno voluto e cercato il cambiamento, e solo quando le loro aspettative sono state disattese e le promesse tradite hanno virato verso la reazione o il brigantaggio.

Sulla terra non ci sono solo i contadini; ci sono, con un ben diverso peso sociale e politico, i grandi proprietari d’origine antica, come i nobili, e quelli d’origine più recente, che sono arrivati ad acquisire le terre con i guadagni della loro professione oppure con l’usura e con l’usurpazione delle terre comuni favorita dai posti di potere assunti nelle amministrazioni comunali. Sono questi ultimi – i galantuomini, i ‘cappeddi’, le ‘giamberghe’ – ad essere particolarmente invisi ai contadini. Ma anche i signori odiano i contadini. Contadini e galantuomini sono legati e accomunati da un profondo, reciproco, radicale e irriducibile odio.

La nobiltà e la grande proprietà terriera borghese fanno blocco comune ed aderiscono al nuovo regime per paura dei contadini, del «comunismo agrario», e chiedono la fine della dittatura di Garibaldi, che ha fatto promesse che disturbano gli «interessi costituiti senza peraltro garantire la proprietà terriera dagli attacchi dei ‘cafoni’». Questo sentimento di paura ancestrale non è nuovo. Si è già manifestato nel 1848.

Tra i due poli – contadini e usurpatoti – la scelta dei nuovi governanti s’indirizza verso i più forti. Si realizza in poco tempo «un compromesso con i latifondisti del Sud per salvaguardare i privilegi ed escludere così sia le masse contadine che importanti strati della piccola borghesia da ogni influenza nella vita politica».

Per questi motivi Giulio Bollati ha potuto scrivere che «il nuovo Stato si rivela subito di mano estremamente pesante coi figli della terra» e reprime i moti contadini sorti nel periodo di giugno-agosto 1860 in varie località: Salerno, Vasto, Venafro e regioni come Molise, Basilicata e Calabria.

Sono moti spontanei che esplodono anche in Sicilia, dove «già prima» dello sbarco garibaldino «i contadini siciliani avevano cominciato a rivoltarsi contro i ‘galantuomini’: di Garibaldi loro non sapevano niente: volevano terre da lavorare».

I rappresentanti del nuovo Stato hanno ancora le insegne dell’esercito sardo e già in Calabria la caccia al brigante è iniziata, ancor prima che ci siano bande di briganti organizzate. Il 30 settembre 1860 si riunisce a Catanzaro la Commissione provinciale di pubblica sicurezza della provincia composta dai maggiorenti del momento, proprietari terrieri e un marchese, e stabilisce di proclamare lo stato d’assedio nei comuni dove «si veggano briganti in comitiva» e di formare un «consiglio di guerra subitaneo» con il compito di «giudicare sommariamente e punire con tutto il rigore delle leggi gli autori di reati di comitiva armata». A San Giovanni in Fiore, un mese dopo, per catturare la banda Veraldi il governatore della provincia di Cosenza scrive al giudice locale della necessità di «arrestare le donne e finanche i bimbi di casa Veraldi» e di «dar la caccia alla banda fucilando tutti quelli che si arrestano con le armi in mano».

Dalla Calabria, dunque, parte subito un attacco preventivo contro un fenomeno che ancora non è neanche in formazione, e i mezzi usati sono subito durissimi e senza pietà: come definire altrimenti l’ordine di arrestare «finanche i bimbi»?

Chi sono questi briganti in comitiva? Non è chiaro. A quali leggi si riferisce la Commissione installata a Catanzaro? A quelle borboniche? E non è un paradosso che vengano puniti coloro che girano armati e magari diventano briganti perché nessuno prende in considerazione le loro richieste o magari perché sono in lotta contro chi sta rovesciando, con le armi in pugno, il proprio re?

C’è turbamento dappertutto e l’insicurezza regna sovrana. I tumulti di questo periodo, però, non vanno tutti nella stessa direzione.

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Da LA GRANDE MATTANZA, di Enzo Ciconte – Laterza

FOTO: Rete

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