IL TEMPO CHE I MORTI RITORNANO

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Sono diverse le testimonianze per la Calabria relative a riti di accoglienza per il «ritorno» dei morti tra fine ottobre e primi di novembre, periodo a volte dilatato in una durata anche più lunga; in Aspromonte, ad esempio, in autunno

 ogni sera si lasciano sul tavolo un piattello ricolmo di cibo, di pane, la bottiglia del vino, l’orcio con l’acqua. Qualcuno lascia anche un mazzo di carte da giuoco. Altri stacca dal chiodo la chitarra e la pone da presso, su una sedia. All’alba, quando si va a vedere se le cose sono intatte, sempre sorgono discussioni specie per il livello dell’acqua che non è mai quello della sera precedente(1).

A Zaccanopoli (Vibo Valentia), a quanto emerge da una rilevazione effettuata nel  1979,

l’ultimo giorno di ottobre si riempivano d’acqua le bottiglie, fino all’orlo, perché si riteneva che la notte passassero i morti bagnandovi le dita o, secondo altre informatrici, il dito mignolo […]. Secondo un’altra versione di questa stessa pratica, si riempivano fino all’orlo i bicchieri per far bere i morti(2).

A Martone (Reggio Calabria), fino a pochi decenni fa, la sera dell’1 novembre il congiunto più stretto accendeva sulla tomba un fuocherello con sterpi e ritornava a casa appena il fuoco si spegneva (3). Sempre nei cimiteri era d’uso (e la tradizione non è del tutto scomparsa) ripetere il lamento funebre nel giorno dedicato alla festa dei Morti: «Al pianto eseguito di fronte alla sepoltura partecipa, tendenzialmente, il gruppo femminile che ha presieduto a quello in conspectu corporis»(4).

Presso alcune comunità albanesi della Calabria (S. Sofia d’Epiro, S. Demetrio Corone, Macchia Albanese, S. Cosmo, Vaccarizzo, S. Giorgio), nel giorno dei Morti

 accadeva e in un caso (S. Demetrio) accade ancora oggi di vedere gruppi di uomini sulla tomba dei parenti defunti, a cerchio, in piedi o con i gomiti poggiati sull’avello, intenti a bere vino e consumare salumi, dolci ecc., in ricordo del defunto. Prima di iniziare il pasto versano sulla tomba un bicchiere di vino dicendo: «Per shpirtin e tij» (Per il tuo spirito) (5).

Anche in questa regione si immaginava che i morti «ritornanti» circolassero muovendosi in processioni. Secondo le credenze di Motta S. Lucia (Catanzaro), ad esempio, nella notte del 2 novembre i defunti «girano per il paese sino all’alba, recitando preghiere» (6).

Questi spiriti venivano divisi in «buoni» e «cattivi», in questa occasione di «ritorno» come in ogni altra loro manifestazione. Scriveva Vincenzo Borsa nel 1884:

Le ombre delle anime cattive, fra le quali vanno comprese anche quelle degli uccisi, comecché morti senza i conforti della religione, si presentano minacciose e turbate per requie che non hanno. Vanno errando […] e tormentano i passeggieri, oppure si sentono mormorare e gemere per l’aria col fischio del vento, detto in tal caso vientu di sangue,

con lo strepito delle procelle, nei confusi rumori della notte, massime quando si è vicino al luogo dell’avvenimento della morte e alla casa dell’ucciso (7).

Ancor di più testimoniati sono gli usi relativi a questue e offerte osservati in quei giorni.

Le famiglie calabresi – già scriveva il Dorsa – nelle ricorrenze dei primi di novembre

mandano ai loro morti o il suffragio di una preghiera, o un ricordo di lagrime, o il cibo che desiderano; quale preparano al mattino e situano sull’uscio di casa per offrirlo al primo povero che passa (8).

E ancora:

Nel 2 novembre poi è generale l’uso di distribuire ai poveri fichi secchi, fave ed altri legumi, che in Paola si chiamano le jumglie d’i muorti […]. A Cosenza si fanno regali di focacce e insalate di lattuca e di altre erbe dette insalate dei morti […]. In tali giorni credesi pure dai Calabresi, come credeasi dagli antichi, che le anime dei trapassati abbiano il permesso di uscire dai luoghi delle loro pene, essendo queste sospese per loro, particolarmente dal di dei morti sino all’ottava (9).

In una sua opera del 1973, dedicata alle tradizioni di contadini e pastori calabresi, Francesco Antonio Angarano osserva a sua volta che «nel giorno dedicato ai Defunti i poverelli [vanno] di casa in casa, chiedendo l’elemosina e ottenendo cosi noci, fichi secchi, castagne, pane e altra frutta» (10).

A Umbriatico (Crotone) nell’occasione si preparavano e si offrivano ai questuanti le cosiddette pitte cullure, focacce di pane lievitato. Anche a Laureana di Borrello (Reggio Calabria) nel giorno dei Morti i poveri ricevevano dalle famiglie cibi e denaro, mentre i fedeli portavano in dono alla chiesa grano, fagioli, avena, olio (11).

Nelle piane di Gioia Tauro e di Locri, accanto alle questue dei poveri c’erano anche quelle infantili, e i bambini potevano ricevere doni. Scrive Antonino Basile nei primi anni Sessanta:

Notevole nella zona l’uso di dare alla vigilia del 2 novembre dei regalucci (abitualmente noci, fichi secchi o infornati, arance) ai poveri e ai bimbi in ricordo dei defunti, la qual cosa si indica con la frase «fare i morti» (12).

Numerose sono le testimonianze offerteci da Lombardi Satriani e Meligrana:

A Priminoro, villaggio aspromontano nei pressi di Oppido Mamertina […], ancora oggi nei primi due giorni di novembre alcune donne preparano un pranzo che viene inviato in dono ad altre famiglie […]. Tale offerta rituale viene fatta […] in suffragio dei defunti (13).

L’uso di offrire un pranzo, o comunque cibi, nella zona era destinato anche agli eventuali forestieri di passaggio:

II forestiero, che richiama il quadro culturale del pellegrino e dell’ospite, veniva così assunto come persona che ha bisogno e quindi, sotto questo specifico riguardo, assimilabile al povero e, correlativamente, al morto (14).

Sull’usanza di Priminoro interviene anche Francesco Faeta, che la osserva nel 1983. Qui, secondo il ricercatore,

sopravvive una diffusa pratica di confezione del cibo per i morti, il due novembre, che vede uno scambio incrociato tra famiglie: i piatti recati in dono (fave, ceci, pasta con polpettine di carne), in genere dai bambini, prima di essere consumati, vengono posti su un tavolo addobbato, su cui sono collocate anche le fotografie dei defunti(15).

A Mileto (Vibo Valentia)

nel giorno dei morti i bambini poveri (si profila qui una doppia esplicita ragione di vicarietà) si rivolgono agli adulti chiedendo loro «qualcosa» in nome dei defunti, con l’espressione: Mi date i morti? Analoga questua avveniva fino a qualche anno fa a Taurianova, adoperando la stessa espressione. Il rifiuto suonerebbe come rifiuto al morto […]. A Bagnara e a Pellegrina nel giorno di Ognissanti si andava in giro a chiedere ‘u ninareiu in suffragio dei morti. Si trattava prevalentemente di fichi secchi, nocciole, noci, a volte denaro (16).

Non mancavano, nelle questue infantili, neppure le zucche intagliate:

A Nicotera, fino a qualche anno fa, nel giorno dei morti i bambini andavano per le case, portando una zucca svuotata e lavorata a mo’ di teschio, nel cui interno era accesa una candela. Con questa maschera mortuaria chiedevano: ‘ndi dati i beneditti morti? ricevendone in cambio cibi e più raramente soldi (17).

Cambiate la suddetta formula di questua con la moderna Dolcetto o scherzetto? e avrete la più classica delle manifestazioni di Halloween.

Notevole importanza aveva, in Calabria, anche la festa di San Martino, che veniva celebrata con pranzi, libagioni, scherzi di tipo carnevalesco, canti, suoni, allegria, serenate alle donne (18). Il santo era ritenuto patrono dell’abbondanza, e anche qui i contadini, entrando nella casa o nel fondo altrui, erano soliti, proprio per questo, augurare: Santu Martinu! (19).

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Da HAKKOWEEN, di E. Baldini e G. Bellosi – Einaudi

FOTO: Rete

NOTE

1 D. Zappone, Un mese con i morti, in «L’Apollo errante. Almanacco per il 1955», a cura di M. Dell’Arco, Roma 1955, citato in L.M. Lombardi Satriani e M. Meligrana, il ponte di San Giacomo cit., p. no.

2 L.M. Lombardi Satriani e M. Meligrana. Il ponte di San Giaco/no cit., p110

3 Ibd p 240

4 F. Faeta, II santo e l’aquilone. Per un’antropologia dell’immaginario popolare nel

secolo XX, Sellerie, Palermo 2000, p. 131.

5 O. Cavalcanti, Cibo dei vivi, cibo dei morti, cibo di Dio cit., p. 79.

6 M. Fingitore, Tradizioni e credenze popolari in Motta S. Lucia (Catanzaro), in «Folklore », XI (1957) n. 1-4, pp. 23-28: 27.

7 V. Dorsa, La tradizione greco-latina cit., pp. 96-97.

8 V. Dorsa, La tradizione greco-latina cit. p. 96.

9 Ibid., pp. 98-99.

10 F.A. Angarano, Vita tradizionale dei contadini e pastori calabresi, Olschki, Firenze

1973, p. 326.

11 G.B. Marzano, Usi e costumi, pregiudìzi e superstizioni in Laureana di Borrello, in «La Calabria», a. II, n. i, 15 settembre 1889, citato in O. Cavalcanti, Cibo dei vivi, cibo dei morti, cibo di Dio cit., pp. 78-79.

12 A. Basile, La piana di Gioia e la piana di Locri: tradizioni e costumi. Madonne e croci/

issi neri, in Tuttitalia. Calabria, Sansoni-De Agostini, Firenze-Novara 1963, pp. 139-46: 143.

13 L.M. Lombardi Satriani e M. Meligrana, II ponte di San Giacomo cit., p. 143.

14 Ibid., p. 144.

15 F. Faeta, II santo e l’aquilone cit., p. 130, nota 14.

16 L.M. Lombardi Satriani e M. Meligrana, II ponte di San Giacomo A., pp. 150-51.

17 L.M. Lombardi Satriani e M. Meligrana, II ponte di San Giacomo A., pp. 150-51.

18 Vedi in proposito soprattutto V. Teli, II pane, la beffa e la festa. Cultura alimentare e ideologia dell’alimentazione nelle classi subalterne, 2″ ed,, Guaraldi, Rimini-Firenze 1978, p. 253.

19 V. Padula, Persone in Calabria, a cura di C. Muscetta, Milano-Sera, Milano 1950,

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