IL MILITE IGNOTO SEPPELLITO DALLA RETORICA

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La retorica celebrativa, ovvero il linguaggio pubblico utilizzato dagli Stati come espressione politica delle proprie liturgie civili, genera inevitabilmente una contraddizione esplicita tra il racconto epico ed il principio di realtà della storia.

Così il centenario del Milite Ignoto, la traslazione dei resti di un soldato caduto al Vittoriano, si trasforma da occasione di rielaborazione collettiva attorno ai significati epocali della devastazione della guerra mondiale (drammaticamente al centro del nostro presente nell’era del conflitto globale) a strumento declamatorio di processi unificanti che, giocoforza, si presentano come più immaginari che reali di fronte ai fatti della storia: dai massacri dei campi di battaglia alla distruzione dell’Europa; dalle fucilazioni degli stessi soldati italiani (ancora oggi non riabilitati ed espulsi dal racconto nazionale) ordinate dai Tribunali militari speciali sulla base delle circolari del generale Cadorna, alla successiva brutalizzazione della vita civile restituita dal ritorno dalle trincee dei reduci travolti da quell’esperienza totale.

La bara del Milite Ignoto

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Questo centenario si sarebbe potuto configurare come un’opportunità per guardare da un lato alla traiettoria storica percorsa dalle masse contadine, operaie, proletarie e sottoproletarie (che pagarono il prezzo più alto alla guerra in termini sociali e di vite umane) al tempo della loro irruzione nella sfera pubblica; dall’altro alla condotta della monarchia sabauda e delle classi proprietarie e militari italiane che a quell’«inutile strage», come la definì Benedetto XV, condussero l’intera società.

In realtà l’eterna narrazione, promossa oggi dalle stesse classi dirigenti e politiche del Paese, di una presunta debolezza dell’identità nazionale finisce per riproporre, nel discorso pubblico, temi e caratteri propri del nazionalismo volti a rappresentare un vincolo astratto tanto tra i caduti in battaglia ed uno Stato incarnato dal re come padre della patria, quanto dalla nazione come corpo unico-organico e madre dei figli-soldato.

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Il Risorgimento aveva disegnato un perimetro valoriale che muovendo dal principio dell’emancipazione guardava ad una patria libera e indipendente in mezzo ad altre patrie, altrettanto libere e indipendenti. Il nazionalismo bellico e post-bellico operò la torsione di questo lascito storico fino all’approdo estremo ed apicale che si ebbe con il fascismo.

In quella concezione militarista la patria libera si tramutò in «nazione forte» come premessa alla politica imperiale e di potenza, ovvero l’anticamera della Seconda guerra mondiale e la strozzatura di ogni istanza di autodeterminazione dei popoli. D’altro canto come già ammoniva il patriota Cesare Battisti, dalle pagine de «Il Popolo» e de «L’Avvenire del Lavoratore», le guerre combattute per «gli interessi della borghesia» e per «odi nazionali» hanno sempre costituito «il bastone nella ruota del socialismo».

Il Paese reale di allora venne attraversato da complessità, fratture, conflitti e divisioni (interventisti e oppositori della guerra; nazionalisti e internazionalisti; ceti proprietari e classi popolari) che restituiscono molto della storia italiana del Novecento e ne fanno specchio per quella di oggi, attraversata dalle tante crisi del nostro tempo che muovono da quella pandemica per trasferirsi a quella sociale, ambientale e culturale. Un tempo presente in cui la guerra è prepotentemente all’ordine del giorno su scala globale e modella a sua immagine il profilo ideologico delle propagande nazionali.

Quest’ anno cade il centenario della solenne cerimonia che, il 4 novembre 1921, portò al Vittoriano il corpo del soldato senza nome – uno, ma rappresentativo dei circa 200.000 italiani caduti nel Primo conflitto mondiale senza che si potesse riconoscerne l’identità.

La crisi sistemica accesa dalla miccia degli spari di Sarajevo nel 1914 trovò la sua conclusione con il secondo conflitto mondiale e l’ingresso definitivo della «guerra totale» nella vita delle società contemporanee.

Un esito caratterizzato da un nuovo modo ideale di combattere e da una «misura altra» dell’impegno volontario data allo stesso concetto di patriottismo, incarnato stavolta dalla Guerra di Liberazione Nazionale. Da qui mossero le donne e gli uomini della Resistenza ovvero, come ha scritto nel suo libro di memorie il partigiano dei GAP di Roma Rosario Bentivegna, dalla concezione di Giuseppe Mazzini secondo cui «la Patria non è un territorio: il territorio non è che la “base” su cui una società di uomini liberi conquista, accresce e difende le proprie libertà».

L’approdo della Resistenza fu quella Costituzione repubblicana che, ponendo uno iato irriducibile con lo Statuto albertino del Regno, dichiarò per sempre nel suo articolo 11 il proprio rifiuto della guerra.

Da quel punto è necessario partire per restituire la dignità alle moltitudini ignote morte in trincea e per educare alla lotta per la Pace ed alla democrazia conflittuale e partecipata i cittadini della Repubblica non più sudditi della monarchia.

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DAVIDE CONTI

FONTE: https://ilmanifesto.it/milite-ignoto-linsegnamento-e-il-rifiuto-della-guerra/?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR237KMOZIQK35771q-B8ezYVgoy3_81_-KXND6qKQ2zTy_xUocxtDxiPqU#Echobox=1636104189

FOTO: Rete

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