LA FAME PARLA CON GLI ANGELI

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Alla fine dell’Ottocento, Serafino Amabile Guastella (1884) raccolse questa storia. Una volta il Parlare e il Mangiare cominciarono a litigare fra loro. Non riuscivano a mettersi d’accordo e andarono dal re Salomone perché dirimesse la controversia. Il Mangiare disse:

Maestà, litighiamo perché mentre la Vista, l’Udito e l’Olfatto hanno ognuno due casette, io che sono il Mangiare e questo mio compagno, che è il Parlare, siamo condannati a stare come i ladri, incatenati mani e piedi e tutti e due in una sola cosa. C’è giustizia? Ora quello che desideriamo è di essere separati e di avere assegnata una casetta ciascuno; ma la bocca tocca a me, perché sono il Mangiare e se non ci fossi io in questo mondo tutti i cristiani e tutti gli animali potrebbero cantare il requiem aeternam.

Salomone, dopo aver ascoltato, domandò le sue ragioni al Parlare.

Io dico che la bocca tocca a me perché io sono più nobile e senza di me non ci sarebbe differenza alcuna fra l’uomo e il pidocchio. Perciò, Maestà, se dobbiamo abitare entrambi in una stessa casetta il padrone devo essere io e lui deveessere il servo.

Il re Salomone così stabili:

Tu che sei il Parlare dominerai incontrastato nella bocca dei ricchi, perché essi hanno il mangiare assicurato e se non parlassero non avrebbero proprio niente da fare; e tu, o Mangiare, puoi spadroneggiare a piacer tuo nella bocca dei poveri, perché i poveri meno parlano e meglio è. Dividetevi quindi le bocche degli uomini e non pensate più a litigare.

La parità morale raccolta nel Medicano da Guastella ricorda il carattere sociale dell’alimentazione e delle produzioni culturali. La parabola narra anche di come il silenzio, imposto o autoimposto, fosse la condizione dei ceti popolari mentre il linguaggio costituisse un potere. Nella società tradizionale il mangiare domina nella bocca dei poveri. Non per eccesso, ma per assenza: è la fame a regnare in quelle bocche. «La fame parla con gli Angeli»; «La fami cantava lu Credu»; «La fami parrava cu Deo». Ancora oggi questi detti sono ripetuti per ricordare la potenza incommensurabile di una fame che sovrastava gli uomini e poteva dialogare soltanto con Dio e con gli angeli. Il Cristo e i santi dei vangeli popolari in tutta Italia hanno come modello il Cristo che moltiplica pani e pesci. Il mangiare è un’ossessione, la preoccupazione costante, assillo quotidiano. «Vogghiuu mangiti» («Voglio mangiare»): l’espressione che si ascoltava sulla bocca dei bambini affamati negli anni cinquanta viene ripetuta in condizione di diverse disponibilità. «Mangiasti?», «Che mangiamo oggi?», restano in uso ancora oggi quando ormai, almeno in questa parte di mondo, mangiare non costituisce un assillo. Come attestano innumerevoli fiabe, per i ceti popolari mangiare in abbondanza rappresentava un desiderio più che una pratica; ma anche in condizioni di penuria essi aspirano a una cucina varia e soddisfacente. Un proverbio ricorda: «’U mangiari è di ragiuni  o ‘mpalisi o ‘mmucciuni» («II mangiare è della ragione – o palesemente o di nascosto»). Una disputa tipica degli strati popolari registrata dal fokloreed evidenziata dagli etnografi, non a caso, si presenta sotto forma di lotta tra «ventri vuoti» e «ventri pieni» (Bastide, 1971). La distinzione-diversità alimentare, raccontata nel folklore e nella letteratura, genera sentimenti di opposizione, rivendicazione, ostilità, ironia, rabbia, ribellione nei confronti di grassi e ingordi signori. L’«invidia » dei ceti popolari per la cucina sfarzosa e abbondante, che loro potevano solo osservare o conoscere per sentito dire, è presente in tutta la letteratura degli autori meridionali. Mangiare il cibo dei signori almeno una volta nella vita era il loro sogno. In Fontamara di Ignazio Silone (1933) don Carlo Magna, signore di antica data, e don Abbacchio, il prete complice di vecchi e nuovi potenti (evidenti le ingiurie alimentari che riflettono il sarcasmo dei contadini), sono maschere di un mondo diviso in «pance piene» e «pance vuote». Le donne che vanno a chiedere l’uso della loro acqua restano incantate da un banchetto nella casa dell’impresario, con vivande che la serva chiama col diminutivo: «Cipolline, sughetto, funghini, patatine, odoruccio, saporuccio”.

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Da FINE PASTO, di Vito Teti – Einaudi

FOTO – Rete

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