“MIO NONNO, GUIDO PAOLINO”

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Il nonno della signora Laura Bellucci era originario di Orsomarso. Durante l’ultima guerra venne condotto prigioniero in Inghilterra. Lei ha conosciuto, tramite I LUOGHI DELL’ANIMA di Orsomarso Blues, la storia di Arturo Farace, anche lui prigioniero degli inglesi, e scrive dalla Sicilia:

“Buonasera. Mi chiamo Laura Bellucci, sto ricostruendo la storia di mio nonno Guido Paolino, classe 1921, nato a Orsomarso, prigioniero degli Inglesi prima in Africa e poi a quanto sembrerebbe in Gran Bretagna. Cercando in Internet ho scoperto dal sito Orsomarso Blues che almeno un altro soldato originario di Orsomarso ha fatto la prigionia in Inghilterra, si chiamava Arturo Farace (avete pubblicato le sue lettere dalla prigionia). Vorrei sapere se vi è possibile pubblicare questo mio messaggio sulla pagina Facebook, in modo da capire se c’è qualche parente o erede del sig. Farace che ha voglia di condividere la sua storia e magari aiutarmi a saperne di più su quella di mio nonno. Grazie.”

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Ed ecco, mandati da Laura, la foto e la storia di Guido Paolino.

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Vi presento mio nonno, Guido Paolino, classe 1921. Nato a Orsomarso nel 1921, trascorre in paese la sua giovinezza, prima di trasferirsi a Papasidero. Undici tra fratelli e sorelle: una famiglia semplice, unita, in cui tutti contribuiscono e a nessuno manca il necessario. Nel 1942 arriva anche per Guido, che fa la spola tra la Calabria e il Ponente Ligure, dove già vivono alcuni suoi fratelli, la chiamata alle armi. Combatterà in Africa settentrionale e verrà fatto prigioniero dagli Inglesi. Trascorrerà quasi quattro anni in prigionia tra Nordafrica e Gran Bretagna. A differenza di alcuni tra i suoi affetti più cari, che purtroppo non vedono la fine del conflitto, Guido sopravvive alla guerra, mette su famiglia, con il lavoro e la tranquillità economica arrivano i figli, e infine i nipoti.

Mio nonno è stato per lunghi anni il mio confidente, il mio consigliere, il mio migliore amico. Nei pomeriggi passati insieme, la domanda “Nonno, raccontami della guerra” ricorreva regolarmente. Quella Seconda Guerra Mondiale che sui libri di storia trovavamo scritta con le iniziali maiuscole. Che leggevamo nei romanzi, che vedevamo ricostruita in capolavori del cinema come Tora! Tora! Tora!, Il Giorno più Lungo, Dove osano le Aquile, Roma Città Aperta, che il nonno non perdeva mai quando li davano in tv, e che avevamo l’abitudine di guardare insieme… Ma le risposte alle mie domande erano sempre scarse, sintetiche, si capiva che delle sue esperienze in guerra il nonno non parlava volentieri.

Poi lui è venuto a mancare, in età avanzata e dopo una vita serena, circondato dai suoi affetti. Dei suoi anni in uniforme restavano poche fotografie di cui noi figlie nipoti non ci eravamo mai preoccupati di chiedere i dettagli, nessun documento, solo vaghi ricordi per sentito dire. Finché un giorno ho letto su un quotidiano online che tramite la Croce Rossa Internazionale è possibile avere riscontri sulle vicende dei prigionieri di guerra. Ho inoltrato la domanda quasi per giorno, senza aspettarmi nulla. E invece mi è tornato indietro un report che ha spalancato la porta su una storia complessa, di cui non sapevo nulla. È iniziata una ricerca che ancora non ho portato a termine. La mia missione: fare luce sulle sue vicende di soldato e di prigioniero, per dare un senso ai suoi sacrifici e alle sue sofferenze, lui uomo mite e pacifico che odiava la violenza, detestava la prepotenza, aborriva le dittature di qualsiasi colore.

Molti interrogativi resteranno senza risposta. È passato tanto tempo; mio nonno non era un graduato importante, era un semplice fante, uno qualunque, travolto da vicende enormemente più grandi di lui. Non ha lasciato scritti, raccontava poco, le testimonianze su ciò che ha vissuto sono frammentarie, ma ricostruire seppure parzialmente quei suoi anni mi ha fatto capire tanto di lui e del suo modo di essere. E tanto cercare mi ha (ri)portato qui, in questo piccolo borgo fra i boschi, suo luogo natìo, che è stato anche per lui il luogo della ripartenza: questa foto, datata sul retro maggio ’46 e siglata dall’allora sindaco di Orsomarso, è quella del suo primo documento di identità dopo il rimpatrio. Il passaporto per una nuova vita che comincia, una vita, dopo tante tribolazioni, finalmente in pace.

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