Il mare è in primo luogo meditazione

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Oggi si può abitare in una città di mare senza riuscire a vederlo, e il mare può riuscire a non vederlo anche chi lo attraversa, lo vende e lo compra. E per favore quando finalmente si parla di mare non si chieda prima di parlare (come oggi va di moda) il permesso all’economia politica: ciò di cui occorre parlare è qualcosa che precede l’economia, della confidenza sentimentale con il mare, del mare che abbiamo imparato senza nessuna scienza ma solo abitandoci accanto, come un parente più grande, come la casa dove siamo nati, come un vicino, un silenzio, una solitudine o un mattino. Del mare che riscopriamo quando ci sentiamo soffocare perché ci sorprendiamo in una terra circondata da terre.

Il mare è in primo luogo meditazione, una voce impersonale che mette, forse solo per un’assonanza tutta italiana tra mare e are, tutti i verbi all’infinito, un ciclo raddoppiato ediventato terrestre, una parete sfondata, un confine libero, un orizzonte che richiama proprio perché sfugge. È da questa linea di fuga che nasce quell’inquietudine che si conosce quando si arriva da soli in una terra di mare: ogni pontile è la tentazione di salpare, di andar via, di inseguire, senza poterla afferrare, la linea utopica dell’orizzonte, è qui che nasce un rapporto più ricco e drammatico con la terra.

Non siamo più gli ostaggi di un paesaggio, di un campanile che ci orienta, ci soffoca e ci trattiene come una catena; il mare opera uno sfondamento che apre la mente all’idea di partenza, all’esperienza di un’infedeltà che rende incerta ma anche più grande e complessa la fedeltà, che inventa la nostalgia, quel dolore e quel desiderio della patria che la fanno diventare interiore, compagna di viaggio di ogni viaggiatore. Rende ogni uomo straniero e ogni straniero un uomo, rende compagna la scissione, ci fa abitare da più di un’anima.

Sulle spiagge libere il mare si dà a tutti come una ragazza facile e infedele, anche se c’è una stupidità vorace che cerca di imprigionarlo, di sposarlo e chiuderlo in casa, di dargli la paranoica fissità del proprio. Le ville sui litorali, piccoli e grandi stupri di cemento che vorrebbero imprigionare il mare, tutte abusive prima di ogni legge, esibiscono l’oscenità della proprietà.

Ancor prima che un bene economico, ancor prima di essere per noi il mare è per sé, è un’altra forma di vita che, ad appena due passi da noi, guizza intorno ad una mollica caduta in acqua. Lì sotto si agitano i conflitti, le gerarchie, le differenze tra le vite nomadi e gli sguardi fermi delle piante, il gregariato dei branchi e la feroce e libera solitudine dei cacciatori, lì tra differenze di luce e di temperatura vivono una vita ugualmente perfetta le creature degli abissi e quelle delle superfici.

Dal mare arrivano gli ospiti ingrati, il dramma, la fuga, gli inganni e i sogni dei clandestini. Esso nasconde meglio, ridicolizza le guardie costiere, ingoia i disperati senza pietà e senza colpa. La sua crudeltà è come quella della morte, vera e inevitabile. Si può morire nella punizione della tempesta e in una splendida giornata di sole. C’è una lezione silenziosa nell’irresponsabilità grande e paurosa del mare, nel suo ingoiarci buio o solare, nel suo saper accogliere e custodire le agonie che scendono nei fondi di silenzio.

Scuola di limite prima di ogni filosofia.

Ma si sa poco della gioia del mare se non si sono mai incontrati laddove esso è alto e blu i branchi di delfini, l’amicizia di queste anime di confine, cugini più saggi e riuscito esperimento divino. Si sa poco di se stessi se non si conosce la pelle eccitata dall’ingresso in mare, e poi il lento conciliarsi con l’acqua, l’accettare di appartenerle, e lasciarsi andare, galleggiare. Il nostro corpo scopre un mondo quando accetta di affidarsi senza paura al moto della risacca, quando contemplando il cielo stesi sul mare immergiamo le orecchie nel suo ventre sonoro, accettando di appartenergli con fiducia filiale.

In questo esercizio, nella confidenza con la grammatica dell’acqua c’è un’antica saggezza, il suggerimento della possibilità di un altro tempo. Senza l’infinito del mare si va a fondo, risucchiati dal vortice del nostro antropomorfismo. Non più l’eteronomia che viene dai capricci del vento, dall’umore delle onde e dalla volatilità delle nuvole ma solo i tempi stretti, sempre più stretti del nostro desiderio. Affoghiamo il mare per ucciderne la voce, per affondare i suoi verbi tutti all’infinito nella folla ossessiva ed egotista dei pronomi personali, dei tempi spezzati e diversi degli uomini.

Quando il progresso avrà orgogliosamente superato l’«era del mare» non ci saranno più verbi all’infinito, ma solo le forme compatibili con la nostra litigiosità condominiale.

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Da IL PENSIERO MERIDIANO, DI Franco Cassano – Laterza

FOTO: Rete

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