L’omosessualità nell’antica Grecia

Un eromenos con il suo erastes in una scena di sesso pederastico durante un banchetto. Particolare di un affresco della tomba del Tuffatore di Paestum. 475-470 a.C. Museo nazionale di Paestum

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Sorto in tempi pre-omerici come rito d’iniziazione, il rapporto tra un uomo adulto, l’’erastes’, e un adolescente, l’’eromenos’, nell’antica Grecia era accettato ma regolato da alcune norme e condotte. Ruotava inoltre attorno ai concetti di passività e di attività, fondamentali per comprendere il pensiero greco. Tranne l’esperienza di Saffo, non era invece ben vista l’omosessualità femminile

Achille e Patroclo, Zeus e Ganimede, Armodio e Aristogitone – i due tirannicidi che nel 514 a.C. uccisero Ipparco, il figlio minore di Pisistrato –: nel mito e nella storia greca sono presenti diverse coppie di uomini che condividono amicizia, affetto, valori, e anche qualcosa di più. Pure nei frammenti di alcuni autori lirici, quali Anacreonte, Teognide e Ibico, nonché nei reperti rinvenuti dagli archeologi, non mancano scene d’amore e d’intesa maschile, talune abbastanza esplicite. Malgrado ciò, diversi studiosi dell’antichità greca hanno taciuto a lungo sul tema o l’hanno affrontato in termini fin troppo cauti, almeno sino agli ultimi decenni.

In realtà si è ormai giunti alla conclusione che l’omosessualità maschile fosse ben accetta in Grecia, e considerata normale, purché regolata da alcune condotte. Rimane, però, il fatto che non fosse un tabù e che il sesso tra due uomini non costituisse un problema, a differenza di quanto ancora oggi si verifica in varie culture. La civiltà greca non era l’unica a contemplare l’omosessualità, nata soprattutto in ambito guerriero: era abituale che, durante i conflitti, i soldati stringessero rapporti particolari con alcuni sodali e, al contempo, approfittassero delle schiave a loro disposizione. L’uno non escludeva l’altro, se non fosse che le donne mantenevano un ruolo passivo e non potevano opporsi alle pretese sessuali dei loro padroni. Ecco che Patroclo, più grande di Achille, è unito al giovane semidio da una relazione su cui diversi studiosi hanno discusso a lungo in età moderna e contemporanea, ed ecco che Achille si abbandona a scene di autentica disperazione dopo la sua morte – come narrato nell’Iliade – decidendo poi di vendicarsi contro Ettore, il troiano che gli ha ucciso e umiliato il compagno. Allo stesso tempo Achille giace anche con la giovane Briseide, parte del suo bottino troiano.

Achille benda Patroclo. Si crede che Patroclo possa essere l’erastes e Achille l’eromenos perché Patroclo, più grande, ha già la barba. Particolare di una kylix attica a figure rosse. 500 a.C. circa, Vulci.

Le origini del rapporto omosessuale

Nella maggior parte dei casi, quindi, in ambito greco si può parlare di omosessualità e di bisessualità, vissute con naturalezza e, anzi, con un certo prestigio. Come afferma la professoressa Eva Cantarella, sulla scia di altri studiosi, «le origini dell’omosessualità […] vanno cercate (come hanno dimostrato le più recenti ricerche in materia) in un passato più remoto di quello omerico: più precisamente, nel passato tribale della società greca, in cui l’organizzazione della comunità (non ancora politica) era basata, in primo luogo, sulla divisione per classi di età».

La Grecia pre-omerica era quindi legata all’esistenza di riti di passaggio o d’iniziazione, che permettevano ai giovani di apprendere le virtù che li avrebbero resi adulti. E di tale insegnamento si occupava un uomo più maturo, che era sia educatore sia amante. Per tornare al mito, ne sono esempi gli amori tra Zeus e il bel Ganimede, tra Apollo e Admeto, tra Dioniso e Adone, tra Eracle e Giasone… A volte tale infusione di saperi avveniva per un certo lasso di tempo in un luogo separato, dove l’adolescente (eromenos) apprendeva dall’adulto (erastes) come divenire un bravo guerriero e un buon cittadino.

Erastes ed Eromenos. Lato A del collo di un’anfora attica a figure nere, ca. 540 aC.

Man mano il carattere iniziatico dell’amore omosessuale lasciò il posto a un tratto ugualmente formativo, ma più mondano. E, si badi bene, erotico, però non esclusivamente sessuale: il pais, il giovane, era un compagno di esperienze, di banchetti, di palestra… Più il giovinetto era bello, più poteva attirare le attenzioni di diversi erastai. Non tutti erano, però, alla sua altezza e tutti dovevano seguire una sorta di norma di comportamento, così come vi era un codice di seduzione che riguardava il pais. Questi doveva mostrarsi all’inizio restio, non precipitoso e impaziente (avrebbe altrimenti perso l’onore), per poi potersi concedere alle attenzioni dell’amante.

L’Atene classica: attività e passività

Nulla cambiò nell’Atene classica, dove in certi ceti sociali liberi il rapporto tra eromenos ed erastes conferiva credito e rispettabilità. Da alcune testimonianze, tra cui quella del retore Eschine, s’intuisce che delle leggi iniziarono a regolamentare tale relazione: non potevano ambire ai paides – di un’età compresa tra i tredici e i sedici anni, in genere – coloro che li avrebbero incitati alla volgarità, oppure gli schiavi, i deformi, i maestri, i prostituti e una categoria particolare, i neaniskoi, ossia i ragazzi che avevano all’incirca tra i venti e i venticinque anni. Su quest’ultimo aspetto, e sulla fascia d’età dei neaniskoi, le opinioni degli storici non sono concordi, ma sembra probabile che un simile divieto dipendesse dall’ambiguità sessuale dei giovani, che non erano ancora uomini formati e non avevano quindi ben chiara la distinzione tra attività e passività.

Perché, a dirla tutta, nell’antica Grecia molto ruotava attorno ad attività e passività. Queste due ultime nozioni interessavano infatti più ambiti, dall’erotico al politico, e rivestivano un ruolo fondamentale e decisivo: l’uomo maturo e degno di rispetto mostrava nella vita pubblica e privata il suo essere attivo, mentre le donne e gli schiavi, per esempio, erano per natura passivi, sia nel contesto politico sia in quello privato.

L’attività di un erastes faceva sì che potesse essere il mentore e il fautore del piacere; erano il suo valore, la sua maturità, i suoi meriti, a consentirgli di ambire sia al rapporto con un pais sia al matrimonio con una ragazza, destinata a rimanere figura passiva per l’intera vita. Le donne non concepivano il pais come un potenziale rivale, perché sapevano di dover rispondere unicamente alla procreazione, almeno nell’Atene classica. Al massimo temevano un’etera – donna di compagnia, colta e raffinata –, che le avrebbe potute privare della sicurezza coniugale.

Bacio tra un uomo con la barba-l’erastès ed un ragazzo appena adolescente-l’eromenos (480 ca.), conservato al museo del Louvre.

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Quanto all’amore omosessuale, era parte integrante dei costumi, e se nel V secolo a.C. Aristofane, uno dei più grandi commediografi di tutti i tempi, biasima in modo feroce l’omosessualità, è perché tramite questa critica vuole riflettere sulla rilassatezza e la dissolutezza degli ateniesi, che avevano perso vigore in quanto cittadini attivi della polis. Se quindi il rapporto tra eromenos ed erastes rimase ancora a lungo, almeno fino all’epoca romana – un’altra coppia fu probabilmente quella tra Alessandro Magno ed Efestione –, non si può affermare lo stesso nel caso dell’amore omosessuale tra donne, grandi escluse pure da tale ambito.

Saffo e le altre

Vero è che Saffo, poeta a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C., fu la prima a cantare d’amore verso le proprie alunne del tiaso – istituzione che preparava le giovani alla vita e al matrimonio – di cui era educatrice a Lesbo. I meravigliosi frammenti giunti in nostro possesso influenzarono molti artisti anche latini, tra cui Ovidio e Catullo. Eppure sulla donna che li aveva scritti sono rimaste ben poche notizie. Non solo: con il passare del tempo si era perfino diffusa una leggenda che la voleva suicida in mare perché rifiutata da un ragazzo, e non da una ragazza.

La poetessa Saffo, seduta, legge una delle sue poesie in un incontro con tre amiche-studentesse che la circondano. Vaso attico (hydrie o kalpis) di Vari, opera del gruppo di Polygnotos, 440-430 a.C. circa (Museo Archeologico Nazionale di Atene, n. 1260).

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Ciò non dovrebbe certo stupire: se una contemporanea a Saffo ancora godeva di una certa libertà, man mano la donna del periodo classico rientrò nella sfera del possesso maschile, e l’intera vicenda della poeta viene riletta e corretta, ancor prima dell’intervento della morale cristiana. Sarà poi lo stesso Platone, nel Simposio, ad affermare che «solo gli uomini attratti da altri uomini sono i migliori, perché amano ciò che è loro simile, raggiungono la pienezza dell’essere», ricorda ancora Eva Cantarella a commento di tale dialogo. Platone sostiene inoltre che le donne attratte da altre donne sono «tribadi», selvagge, incontrollabili e pericolose. Rinchiuse nel gineceo, le mogli e le figlie dell’Atene democratica non potevano ambire ad altro se non all’esaudimento dei desideri del marito e del padre. Non potevano amare chi volevano, né immaginare una compagn(i)a diversa. E su di loro è calato l’oblio.

Amaranta Sbardella

FONTE: https://www.storicang.it/a/lomosessualita-nellantica-grecia_15276

FOTO: Rete

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