GRECIA – Un politeismo per la polis

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La «polis» come fondamento dell’identità

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Con l’affermarsi dell’istituto della polis la condizione di «cittadino» sembra prevalere sulla comune identità etnica dei Greci. Se forse il secolo VIII segna l’abbandono dell’istituto monarchico a vantaggio delle famiglie aristocratiche, con la città i privilegi gentilizi sono progressivamente aboliti e assunti da quest’ultima che si fa carico della celebrazione dei culti. La funzione della famiglia non viene però rifiutata, ma proiettata all’origine della polis, in una improbabile storia evolutiva che fissa nei nuclei coniugali il principio genetico e il fattore di continuità di ogni stato. L’identità non dipendeva più dal genos, cioè dal gruppo discendente da un unico capostipite in cui si distinguevano gli aristocratici, quanto dalla polis e per gli Ateniesi essa diventava addirittura territoriale e si trasformava sino a fondarsi su una «nascita dalla terra». In questo modo si introduceva un ulteriore discrimine che separava dagli altri Greci i cittadini di ciascuna città, tali per diritto di nascita ed eguali tra loro.

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Lo slittamento degli dei in senso civico

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Questo modo di pensare e rappresentare l’universo umano si proietta specularmente nel mondo degli dei e degli eroi, costretto a subire uno slittamento in senso civico e politico. Il regime rigorosamente endogamico del pantheon, che era stato l’espressione estrema della qualità etnica della religione greca, e il ruolo centrale assolto dalla famiglia nella tradizione mitica traducono ora il complesso chiuso della città.

Gli dei, personali e fortemente antropomorfizzati, erano stati ed erano ancora un modo per rappresentare e pensare il mondo. Così, quando lo spazio dell’individuo venne a coincidere con lo spazio della città, nella quale il cittadino riconosceva la fonte capace di soddisfare i suoi bisogni ed il luogo privilegiato per la propria esistenza, l’unicità del pantheon venne a riprodurre l’unicità civica, realizzando il bisogno di coesione della società. Nello stesso tempo le specializzazioni e le articolazioni della polis, le sue divisioni funzionali e le sue gerarchie si riflettevano nella specializzazione dei poteri del mondo divino, sotto la cui tutela si collocava l’universo umano. Ogni divinità agiva nella rispettiva sfera di competenza, entro la quale trovava il proprio limite, mentre ciascuna era a sua volta confine per le azioni delle altre. Questo escludeva che ogni realtà socialmente importante fosse lasciata al dominio di un solo dio così come lo schema gerarchico del politeismo si rivelava necessario per lo svolgimento ordinato delle funzioni assegnate ad ogni divinità, analogamente alla inevitabile gerarchia che contribuiva a mantenere l’ordine nella città.

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Gli dei e lo spazio pubblico

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Nell’Odissea Afrodite, Era, Artemide e Atena concorrevano già a modellare la vita delle figlie di Pandareo: Afrodite le nutriva con formaggio, miele e vino, salendo poi all’Olimpo per chiedere a Zeus «nozze fiorenti» in loro favore; Era forniva loro bellezza e prudenza; Artemide la statura ed Atena le istruiva nell’esecuzione di «splendidi lavori». Trasferite nella città queste stesse dee si spartiscono nello spazio pubblico il controllo del mondo femminile, ma anche si intersecano.

Così a Sparta una Afrodite-Era riceveva offerte dalle madri prima delle nozze delle figlie e ad Atene Afrodite presiedeva alle nozze delle vergini. Sempre ad Atene le giovani venivano consacrate ad Artemide durante le Brauronie, mentre altre ragazze, tra i sette e gli undici anni, relegate nei pressi del tempio di Atena Poliade e chiamate arrefore, dovevano tessere il peplo che veniva poi portato al tempio di Atena in occasione delle Panatenee. E queste, di notte, lungo un passaggio segreto, dovevano anche portare degli oggetti consegnati loro dalla sacerdotessa di Atena, dall’Acropoli ai giardini di Afrodite. Ma nello spazio urbano, dove incrocia il dominio di Afrodite, Atena attraversa anche l’universo artigianale di Efesto e di Prometeo assumendo l’epiteto di Efestia e di Ergane nonché divenendo titolare di una festa dei fabbri come le Calchee.

Anche Zeus, garante dell’ordine cosmico, diviene Polièus, della città, ad Atene come a Cos; invece a Micono, come Boulèus, riceve sacrifici insieme a Demetra e Core. Estia, cuore e focolare della casa, diventa il centro ed il focolare della polis. Il suo tempio si trasforma in una sorta di archivio pubblico ed il suo altare sta al centro della città.

Introdotti nella polis, gli dei si integrano e spartiscono con gli altri cittadini lo spazio urbano, politicizzandosi anch’essi. Sull’altare di Estia si invocavano le leggi e Zeus Agoràios ad Atene vegliava sulle assemblee cittadine, regolarmente aperte con un sacrificio, mentre Zeus Boulàios e Atena Boulàia vigilavano sui lavori della Bulè. Gli stessi templi diventavano luoghi deputati all’esercizio della giustizia.

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La polis unica interprete de mondo divino

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Ma se gli dei avevano casa nella città e la celebrazione dei loro culti contribuiva a cementare l’unità del corpo sociale, la distanza irriducibile che separava gli immortali dai mortali si accentuava, erodendo contraddittoriamente la concittadinanza tra uomini e dei che la polis stessa sembrava realizzare. La città aspira ad esorcizzare più che a invocare l’intervento divino, richiesto solo nei confronti di chi è a lei ostile o in particolari situazioni critiche. Lo sforzo costante di mantenere la condizione di purità, naturale per ogni greco come per ogni città, e la celebrazione periodica del culto e delle feste congelano quasi l’azione divina, circoscrivendola nello spazio dei santuari e nel tempo delle cerimonie rituali. La polis non può sostituirsi al mondo degli dei, ma, avendolo a sé integrato, lo ha posto in certa misura sotto il suo controllo. Esercitando la sua assoluta giurisdizione sulla celebrazione dei culti e sull’esecuzione dei riti, di quel mondo essa pretende di essere la sola interprete; tra quello e gli uomini vuole essere l’unica mediatrice, come Atene che si proclama depositaria e dispensatrice di ogni beneficio nei confronti dell’umanità per volere degli dei.

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Da “STORIA DELLE RELIGIONI” – La Biblioteca di Repubblica

Foto: Rete

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