L’erotismo funzionale nella società dei consumi



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Insieme alla bellezza […] è la sessualità che oggi orienta ovunque la «riscoperta» e il consumo del corpo. L’imperativo della bellezza, che è l’imperativo dello sfruttamento del corpo mediante l’espediente di un reinvestimento narcisistico, implica l’erotico come sfruttamento sessuale. Bisogna distinguere chiaramente l’erotico come dimensione generalizzata dello scambio nelle nostre società, dalla sessualità propriamente detta. Bisogna distinguere il corpo erotico, supporto dei segni di scambio del desiderio, dal corpo luogo del fantasma e ricettacolo del desiderio.

Nel corpo/pulsione, nel corpo/fantasma predomina la struttura individuale del desiderio. Nel corpo « erotizzato » a predominare è la funzione sociale dello scambio. In questo senso, l’imperativo erotico, che, come la gentilezza o tanti altri rituali sociali, passa per un codice strumentale di segni, non è (come l’imperativo estetico della bellezza) che una variante o una metafora dell’imperativo funzionale.

Il « calore » della donna di « Elle » è quello stesso dell’arredamento moderno: è un calore di « ambiente ». Non discende più dall’intimità, dalla sensualità, ma dal significato sessuale calcolato. La sensualità è calore. Questa sessualità è calda e fredda, come il gioco dei colori caldi e freddi di un interno « funzionale ». Ha la stessa « bianchezza » delle forme avvolgenti degli oggetti moderni « stilizzati » e « eleganti ». In realtà, a differenza di quanto di solito si dice, non è più neppure una « frigidità», infatti la frigidità sottintende ancora una risonanza sessuale dello stupro. L’indossatrice non è frigida: è un’astrazione.

Il corpo dell’indossatrice non è più oggetto di desiderio, ma oggetto funzionale, insieme di segni dove si mescolano la moda e l’erotico. Non è più una sintesi di gesti, anche se la fotografia di moda dispiega tutta la sua arte per ricreare attraverso un processo di simulazione il gestuale e il naturale, non è più propriamente parlando un corpo, bensì una forma.

È su questo punto che tutti i censori moderni si ingannano (o vogliono ingannarsi): il fatto è che nella pubblicità e nella moda, il corpo nudo (della donna o dell’uomo) si rifiuta come carne, come sesso, come finalità del desiderio, strumentalizzando al contrario le singole parti del corpo in un gigantesco processo di sublimazione, di scongiuro del corpo nella sua stessa evocazione.

Come l’erotico è nei segni, mai nel desiderio, così la bellezza funzionale delle indossatrici è nella « linea », mai nell’espressione. L’indossatrice è persino e soprattutto assenza di espressione. La irregolarità o la bruttezza farebbero risorgere un senso: esse sono escluse. Infatti la bellezza è tutt’intera nell’astrazione, nel vuoto, nell’assenza e nella trasparenza estatica. Questa disincarnazione si riassume al limite nello sguardo. Questi occhi affascinati/affascinanti, nell’abisso, questo sguardo senza oggetto — insieme super — significazione del desiderio e assenza totale del desiderio — sono belli nella loro vuota erezione, nell’esaltazione della loro censura. È la loro funzionalità. Occhi di Medusa, occhi sbalorditi, segni puri. Così lungo tutto il corpo svelato, esaltato, in questi occhi spettacolari, disegnati dalla moda e non dal piacere, è il senso stesso del corpo, è la verità del corpo che si annulla in un processo ipnotico. È in questa misura che il corpo, soprattutto quello femminile, e più in particolare quello del modello assoluto che è l’indossatrice, si costituisce come oggetto omologo ad altri oggetti asessuati, funzionali, messi in circolazione dalla pubblicità.

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Da “LA SOCIETA’ DEI CONSUMI”, di Jean Baudrillard – Il Mulino

Foto: Rete

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