Siamo tutti poveri di bellezza perché ci siamo abituati al brutto

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Siamo veramente più ricchi? O meglio, siamo veramente tanto più ricchi come dicono tutti gli indici monetari? Forse sì, ma accanto alla vecchia povertà che pure non ci lascia mai, ce n’è un’altra meno cruda e sfacciata, un veleno nascosto nei cibi, una dieta squilibrata che ci deforma e ci rende tutti meno ricchi. Guardiamo come finisce la festa, quante carte, quanti rifiuti ammassiamo, osserviamo le esternalità di quella che è diventata la nostra libertà. Essa è fatta di continui gesti di appropriazione e di esclusione degli altri dal nostro possesso privato: le nostre infanzie sono fatte di luoghi pubblici, di spiagge e di campi nei quali si riusciva a star bene senza rinchiudersi in piccoli recinti, in cui la ricerca paradossale di una distinzione di massa, di una privacy ossessiva non aveva ancora devastato le coste e le colline. La capacità di escludere gli altri era il privilegio di quelli veramente ricchi e la nostra libertà è diventata la rincorsa paradossale ed inflattiva di quel modello. La verità feroce che ci rinvia una maschera come quella di Fantozzi è lo squallore che nasce da questa rincorsa, la miseria e l’umiliazione contenute nel sogno dell’imitazione dei possidenti. Questa emulazione ha prodotto la strage degli incontri e delle solidarietà collettive, la trasformazione del «pubblico» in un’entità residuale, in qualcosa in cui si scaricano con sempre meno scrupoli i rifiuti delle nostre appropriazioni private. E quanto più questa povertà, questo autentico squallore dei luoghi pubblici sono diventati insopportabili, tanto più ci si è rifugiati dietro le porte chiuse del privato.

La libertà e la felicità si sono sempre più identificate con la cura esclusiva del nostro benessere privato, del nostro caldo interno domestico: anche se fuori il verde pubblico si degrada, possiamo sempre adornare i balconi, profumare e purificare l’aria nelle nostre case e nelle nostre auto rendendola irrespirabile fuori, possiamo ascoltare prediche contro il consumismo tra uno spot e l’altro, inoltrarci a notte fonda tra i programmi impegnativi, profughi sperduti in un mondo che ritiene il pensiero lo stadio intermedio tra la depressione e la repressione. E poi possiamo sorvegliare che la politica sia uno spettacolo sempre più appassionante e sempre più lontano dal mettere in discussione qualcosa della nostra vita. E abbiamo chiamato questa gigantesca liquidazione di tutto ciò che trascende il nostro utile privato modernizzazione, secolarizzazione o laicizzazione. Qui è l’aporia della nostra ricchezza: le nostre automobili sempre più comode, veloci e silenziose, vanno tutte a passo d’uomo, negli stessi posti sempre più sporchi su strade piene di buchi. Non avremo certo raggiunto i ricchi che saranno sempre capaci di escludere gli altri, ma in compenso avremo imparato a pensare come loro, perdendo anche l’orgoglio di non essere come loro.

Insieme con gli spazi pubblici, si ritraggono anche i doni della bellezza e del coraggio. Alle spalle di una chiesa stretta tra rotaie e mare, nella periferia sud di Bari (ma forse in ogni città meridionale c’è un luogo come questo) c’è una via intitolata ai martiri del 28 luglio 1943, giovani uccisi perché manifestavano per la caduta del fascismo. È un luogo desolato, per profilattici e siringhe ad un passo da un mare che potrebbe anche essere bello ma che, come se fosse stato offeso, rifiuta di esserlo. È lì che noi mettiamo questo coraggio così scomodo, lontano dagli occhi e dal cuore evitando che ci incomba addosso. Gli eroi di altre città sono più sopportabili perché rimangono remoti, quelli della nostra molto più inquietanti, suggeriscono l’idea che anche qui è possibile. Al centro invece si affollano le vie dei ministri, dei maggiorenti, di coloro che hanno adornato con la fama la loro ricchezza e il loro potere, quasi ad umiliare anche dopo la morte coloro che hanno osato andare contro la forza di gravita del mondo. È per questa ragione che, pur dentro al nostro benessere, siamo poveri. Siamo poveri di coraggio, di quella virtù inaugurale che rende possibile il nuovo, quello vero e non quello di plastica, quello povero e iniziale, non quello che sa solo afferrare, comprare e conquistare. Ed è il coraggio ciò che non fa subire il torto, che fa ribellare, che fa dire la verità ai poteri di brillantina, di auto blu, di mani sudate, di prime pietre, di parate, di commemorazioni, di galoppini e telefonini, di oscene cerimonie in cui si benedice l’impudicizia del potere.

In quella stessa città dove si celebra questa emarginazione, in questa città che è la nostra siamo tutti poveri di bellezza perché ci siamo abituati al brutto, allo stupro delle coste, dei teatri. La finzione non è più quella che si celebra al loro interno, ma quella esterna. Quei teatri fanno finta di esserci e noi partecipiamo alla finzione, fingiamo che ci siano. Non facciamo niente, siamo troppo furbi, troppo saggi, troppo antichi per indignarci, per incatenarci, per urlare, per protestare. Protestare costa. E così aumentiamo la quantità di finzione: non fingiamo tutti di non vedere? Ma si può continuare a non vedere, ad aumentare la quantità di finzione? E questa spirale della finzione non ricorda forse il rublo che valeva qualcosa solo in Unione Sovietica, ma che era praticamente inconvertibile? Non è indecente parlare delle nostre bellezze, della nostra storia mentre si continuano a plastificare tutti i prodotti, ad aumentare le discariche, ad avvelenare il mare, a costruire case, a fuggire il silenzio, i momenti in cui tutto trattiene il respiro e si può iniziare finalmente ad ascoltare? È questa paura del silenzio, questo horror vacui, la perdita dell’antica maestria nel gestire gli intervalli, quel momento in cui il niente diventa la vita e noi ci perdiamo, è questa fuga dalla pausa, è questa paura di perderci che ci perde, che ci fa scambiare il senso con lo scambio, la grazia della bellezza con l’ossessione di poterla rinchiudere nei recinti del proprio. La bellezza si è ritirata (noi «l’abbiamo esiliata» direbbe Camus – 1988, 37-41) e tanto più lo farà se noi la inseguiremo pensando alla sua infinita riproducibilità; essa riaffiorerà solo quando sarà l’esito di un pellegrinaggio, quando si rischierà molto per conoscerla, quando sarà la scoperta che arriva alla fine di una trasformazione. La voracità di massa la distrugge proprio perché pensa che essa sia un diritto per il quale basta pagare.

Siamo poveri di beni pubblici perché essi possono venire solo se sono diffuse piccole dosi di coraggio, di rispetto per la bellezza e di riguardo per i luoghi da cui non si possono escludere gli altri. Saremo tutti più ricchi non quando avremo ulteriormente incrementato il nostro bottino privato ma quando avremo restituito a tutti le strade, le spiagge e i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione. Allora la bellezza tornerà a visitarci. Non è possibile togliere il potere ai piazzisti se non si scopre la differenza tra l’esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale.

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Da “Il pensiero meridiano”, di Franco Cassano – Laterza

Foto: Rete

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