SIBARI – LAOS: la via più breve

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Questa verosimiglianza dei fatti induce a pensare l’ipotesi che la via più breve e più praticata tra Sibari e Laos fosse quella che passava per le saline di Lungro e di Tavolara.

Il percorso che da Sibari conduce a Lungro si presenta quasi interamente dritto e per tre quinti pianeggiante e quello che mette in comunicazione Lungro e Tavolara con la costa tirrenica, passando per la valle del fiume Argentino e l’abitato di Orsomarso, è notoriamente più breve e meno complesso in quanto a montagne e valichi da affrontare.

Infatti, tracciando su una cartina geografica della Calabria settentrionale una linea retta che colleghi i siti di Sibari e Laos, essa coincide quasi integralmente con il tracciato che passa per Lungro e Orsomarso.

Pertanto, c’è da chiedersi se non sia da rivedere la tesi secondo cui in epoca classica la via istmica che congiungeva le due coste calabresi, partendo da quella ionica, fosse solo quella che puntava verso nord, seguendo il letto del Coscile e affrontando il valico di Campotenese. Questa, infatti, dovrebbe salire addirittura fino a Laino e da qui discendere verso la costa tirrenica, seguendo le infinite sinuosità del fiume Lao e il continuo alternarsi di scoscesi dirupi e di profonde gole che caratterizzano la sua lunga valle. Tale percorso risulta più lungo di almeno un terzo rispetto a quello della valle dell’Argentino e molto più impegnativo dal punto di vista dei valichi da superare e delle zone impervie da affrontare.

A contrasto di tale tesi si potrebbe obiettare che sulla direttrice Coscile-Morano-Mormanno-Laino sono stati rinvenuti reperti classici che costituiscono la prova che quella, e non altre, fosse la via istmica che congiungeva Sibari a Laos.

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In effetti, tali reperti dimostrano solo la frequentazione di quei siti da parte di Greci che provenivano da Sibari, ma non che essi fossero diretti a Laos, oppure di Greci provenienti da Laos e non obbligatoriamente diretti a Sibari.

È molto più semplice e, forse, anche più realistico, ritenere che i Sibariti che lasciarono le loro tracce nei pressi del fiume Coscile o degli attuali abitati di Morano Calabro, Mormanno, Laino, Viggianello, Castelluccio e, poi ancora, nel Vallo di Diano, fossero diretti a nord, verso la città greca di Velia o verso la fondazione sibarita di Poseidon.

Del resto, avendo considerato la linearità della via che conduce da Sibari alle miniere di Lungro e constatato che da Laos la via più breve per recarsi alle stesse miniere è quella che passa per la valle del fiume Argentino, appare evidente che questi due tratti, insieme, costituiscono il percorso che da Laos conduceva a Sibari. Perché mai, dunque, un abitante di Laos, che per andare alle miniere di salgemma passava per l’Argentino, per andare a Sibari, invece, doveva imbattersi in un tracciato viario, quello per Papasidero, Laino, Campotenese, ecc., enormemente più lungo e più difficoltoso?

Quest’ultimo percorso, semmai, poteva rivelarsi utile solo se la destinazione di chi proveniva da Laos non fosse stata Sibari ma le città greche più a nord sulla costa ionica lucana, come Siris, Eraclea, Policoro, Metaponto e Taranto. È quanto intuisce Venturino Panebianco, che parla dell’esistenza di un’estrema via istmica meridionale, che collegava lo scalo commerciale di Laos con la città di Siris (40).

Tuttavia, si asserisce anche che pecca di modernismo la ricostruzione di una così vasta espansione politica verso il Tirreno in un contesto storico ancora arcaico da parte di una città altrettanto antica come Sibari. Emanuele Greco e Gioacchino Francesco La Torre, ad esempio, sono dell’idea che la visione di un’economia così progredita, come si vorrebbe che fosse quella di Sibari, appaia anacronistica per quel tempo. Secondo i due studiosi, infatti, non sarebbe mai esistito un commercio “regolare” che metteva in rapporto Laos con Sibari attraverso l’istmo calabro-lucano e, pertanto, Laos e Skidros (di cui non si conosce ancora l’ubicazione), non sarebbero mai stati sbocchi commerciali al termine di vie provenienti dalla costa ionica, e precisamente dai territori appartenenti alle due fondazioni greche più importanti del periodo: Sibari e Taranto. A conferma di ciò va ricordato che la città di Laos cominciò a coniare monete d’argento con il toro androprosopo, emblema di Sibari, solo a partire dai primi anni del VI secolo a.C. e, cioè, all’epoca della distruzione della ricca città sullo Ionio (41).

Non si esclude, tuttavia, la possibilità che esistesse un gran numero di vie, ognuna con proprie caratteristiche, la cui scelta avveniva sulla base della loro larghezza, lunghezza e grado di pendenza, oltre che sul tipo di trasporto da effettuare o sul tipo di viaggio da affrontare.

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Da LA VIA DEL SALE, di Giovanni Russo

Foto: Rete

NOTE

40 V. PANEBIANCO, Pandosia e Consentia…, op. cit, p. 184.

41 E. GRECO e G. F. LA TORRE, Blanda Laos Cerillce. Guida archeologica dell ‘Alto

Tirreno Cosentino, Fondazione Passtum Onlus, Salerno 1999, pp. 50-51.

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