CARNEVALE

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[…]Carnevale, fino a tutti gli anni Cinquanta del Novecento abbracciava un lungo periodo che poteva andare dalla festa di S. Antonio Abate, detto non a caso Sant’ Antonio «de lu Porcu», al Martedì Grasso o Martedì dell’Azata, che coincideva con il periodo di uccisione del maiale. A San Nicola da Crissa le domeniche del Carnevale erano quattro: quella dei compari, quella degli amici, quella dei parenti e quella dei denti, quella di Carnevale. Il giovedì precedente il Carnevale era detto Giovedì Grasso o di Lardaloru ed era obbligatoria la carne di maiale. I festeggiamenti culminavano, il Martedì Grasso, con il trionfo e la morte dell’imperatore Carnevale, defunto per eccessi nutritivi. Una memoria, scritta da D’Eraclea nel 1994, precisa il carattere di festa alimentare, di allegria ed abbondanza di quelle giornate, ricordate con nostalgia, ma senza mitizzare il buon tempo antico. «Ricordo quando ancora ragazzino, lacero ed eternamente affamato, con l’approssimarsi del carnevale, sentivo dentro di me una gioia indescrivibile e non solamente per le maschere che mi piacevano tanto, ma anche e soprattutto perché nell’arco delle quattro domeniche dedicate ai festeggiamenti del Carnevale si poteva finalmente, grazie al buon cuore degli amici, mangiare della carne, delle polpette e tanti maccheroni, ben conditi col ragù del maiale e bene informaggiate. Tutto questo ben di Dio, durava per tutto il mese di febbraio, mese in cui venivano uccisi i maiali. I ricchi e signori del paese che per dire il vero non avevano mai trascurato le famiglie meno abbienti specie i vecchi e i bambini, in questa circostanza si elargiva con maggiore prodigalità. Che diamine, andavano dicendo costoro: è Carnevale e deve essere festa per tutti! Ma i poveri, a causa dell’eterna disoccupazione che da sempre ha afflitto la martoriata gente del Sud, erano tanti e tutte le mattine si doveva purtroppo assistere all’umiliante spettacolo che davano i vecchi e i bambini, i quali si aggiravano attorno alle case dei signori per ricevere il soldino e un tozzo di pane».

In molte rappresentazioni (si vedano ad es. quelle dei paesi del cosentino, di S. Nicola da Crissa, di Monterosso, di Brancaleone) Carnevale muore per eccessi nutritivi, dopo la sua apoteosi e il suo trionfo. Il desiderio di morire per aver troppo mangiato e bevuto (come leggiamo in molti testi orali in cui si fa il processo a Carnevale o in cui il «porco ingordune», dichiarato inguaribile dai medici, fa testamento, o come si vede nelle rappresentazioni della morte dell’Imperatore Carnevale dal cui enorme ventre erano estratti maccheroni, ragù, polpette, carne di maiale, ecc.) nasconde, come nota, Piero Camporesi il terrore di morire per fame. Nella scena prima della farsa di Pietro Vincenzo Gallo, risalente al 1847, Carnevale lamenta un crudele destino perché non può più fare ricorso al vino, al salame, ai capretti al forno, ai pasticci. Ammalato desidera caciotte, riso ripieno, fegati, involtini, maccheroni. Un canto da me pubblicato nel 1976 recita: «Carnilivari fa pe’ li cuntente/Pe’ cu’ àve carne, casu e maccaruni/Ed eo l’amaru chi non aju nente/Mi curcu a paru paru de lu suli/E poe la notte mi rivigghiu e sentu/ E cuntu li ciaramidi unu pe’ unu». Carnevale non era per tutti: erano contenti e facevano festa soltanto chi possedeva carne, formaggio e maccheroni. Chi no, andava a letto a pari del sole.

Vincenzo Dorsa, nel 1884, segnala le origini colte e lontane delle farse, risalendo alla tradizione greco-latina. Si tratta in genere di testi a sfondo ironico e satirico, con forti legami con la commedia dell’arte o con il teatro popolare napoletano. Apollo Lumini, nel 1888, considera sia le farse di Carnevale sia le sacre rappresentazioni delle vere e proprie forme teatrali. Le farse (come i Maggi e le Buffonate) costituiscono un genere antico, plebeo, risalente alle commedie antiche. Nel Carnevale calabrese si segnala la presenza diffusa di Pulcinella che compare assieme a Carnevale, il Capitano, la Vecchia, il Diavolo – sul modello del Carnevale napoletano -, di Giangurgulo, ma per lo più si ricorreva a mascheramenti semplici e fantasiosi. Carboni per tingersi, stracci, indumenti vecchi e non utilizzati, camici dei riti religiosi, vestiti prestati dai signori erano preziosi per mascherarsi. Le farse non erano recitate da comici di mestiere, anche se, come ricorda Lumini, avevano i loro «stabili recitatori»: mascherati, suonatori, cantanti erano contadini, lavoratori della terra, artigiani. Godevano del prestigio dei poeti ed erano apprezzati nella comunità per la loro bravura, la loro abilità nel recitare e nel far ridere, la loro bravura nell’imitare le persone oggetto di irrisione, nel pronunciare parole licenziose e nel fare gesti allusivi.

A Longobucco, i “fressari” si truccavano il viso con la padella, poi andavano in giro e suonavano la chitarra battente e lu “zùcutu zùcutu”, rappresentando qualche episodio successo durante l’anno. E tuttavia, in molti paesi, si registrano meticolosità nel preparare testi, scene, recite e cura nel cercare vestiti, addobbi, maschere, indumenti, strumenti. Salvatore D’Eraclea ricorda che, da una zona del paese, la Citateja, «uscirono le maschere più belle, le satire più pungenti e velati da sottile ironia e ben congegnate che più delle volte, le stesse vittime, riconoscendosi in qualche farsa, non potevano fare a meno di farsi una gran bella risata. Le farse non risparmiavano nessuno. Mettevano alla berlina un po’ tutti, signorotti compresi, ma per dire il vero anche loro, i signori, assistevano divertiti. D’altro canto, non bisogna dimenticare che i vestiti, i bei vestiti di seta, di raso e di broccato e i meravigliosi cappellini di velluto piene di piume e di nastrini, uscivano appunto dai loro vecchi guardaroba e contenevano ancora il profumo intimo del secolo appena tramontato. Anche i frac, le redingote, le tube, i cilindri e le bombette, le divise militari, sciabole e spade che erano appartenuti ai loro antenati, ci venivano gentilmente offerti da loro. Quindi, come benissimo si può notare, i signori non dimostravano nessuna ostilità alle maschere, anzi in un certo senso collaboravano, anche se capivano benissimo che con quei costumi, la farsa era diretta a loro e per denunciare il benessere e la povertà, mettevamo di fronte ai loro pancioni e ai loro visi rubicondi altre maschere, emaciate e tinte di giallo, per dimostrare la fame e la miseria».

A volte le farse sono a sfondo sociale, con contenuti contestativi e oppositivi, irridenti nei confronti dei ricchi, dei medici, degli avvocati, dei preti, degli amministratori comunali, dei commercianti imbroglioni e delle persone che erano andati contro la morale corrente e avevano compiuto azioni censurabili dalla comunità. La satira prendeva di mira anche i forestieri, gli abitanti di un paese vicino, o di un’altra zona del paese. Sul Carnevale come festa di opposizione al Potere e ai potenti, sul contrasto Carnevale-Quaresima, sul Carnevale che si trasforma in rivolta reale, la letteratura (antropologica, storica, letteraria) è, davvero, vasta e fondamentale: certo il “rito” rappresentava, trasfigurava, “interpretava” e raccontava la realtà in cui viveva e non poteva eroderla se non negando anche se stesso. Come poi è accaduto. In parte.

Il Carnevale era luogo di acculturazione e di dialogo, di passaggi e di prestiti culturali. Lumini ricordava come i manoscritti da lui posseduti avessero date recenti «sebbene anche questi, come quelli, sieno su carta logora, ingiallita, sporca per le tanti mani per cui sono passati, ed in alcuni abbia dovuto servirmi di lente per decifrarne il contenuto sbiadito». Il dialetto, come si può vedere nel caso di Vincenzo Gallo, è stata la soluzione linguistica scelta da autori che avevano una notevole conoscenza della lingua italiana e della letteratura colta.

Il teatro di Carnevale attirava per il mascheramento, la recita, la mimica, la gestualità, il canto, la musica. Notava Lumini: «Le farse sono scritte in versi, e cantate: che i volghi non concepiscono poesia senza canto». A S. Giovanni in Fiore era centrale il ruolo dei musici, la loro capacità di esecuzione, di elaborazione, d’improvvisazione.

Lumini, nel ricordare che le farse dei contadini e artigiani dei paesi e delle città calabresi non sono mai saliti all’onore dei teatri, sottolinea: «La scena delle parti di Carnilivari è quasi sempre la pubblica strada, e manca assolutamente ogni apparato scenico, e gli spettatori che fan cerchio ridono e si divertono badando alle parole. Ciascun attore si fa innanzi a dire la sua parte, e finita la farsa si va a ripeterla altrove. In quei paesi però dove il sentimento artistico è più sviluppato, c’è un locale chiuso, un teatro insomma accomodato per la circostanza, precisamente come in Toscana: uno stanzone, per lo più un trappeto (luogo dove si fa l’olio, il frantoio), e per godere lo spettacolo si giunge a pagare fino a due soldi nei posti distinti, e si ha diritto di tenere in capo ’u coppuluni e ’u cervuni (cappello a cono), e fumare la pipa. Anche nelle strade il pubblico paga a generosità, in tornesi o in natura». A Cerenzia i “farzianti” erano i compositori di farse, recitate in vari punti del paese e gli attori avevano come palcoscenico «’u vignanu», il pianerottolo, o qualche tavolo. La piazza era lo spazio privilegiato, dove i farsari irrompevano e chiedevano la loro attenzione: «Largu largu ntra sta chiazza/Ni volimu accomudà/L’allegria e la cuntentezza/La portamu a Carnevà». La disposizione dei mascherati non era improvvisata, ma frutto di meticolosa organizzazione. La gente si sistemava a ruota e creava una sorta di teatro all’aperto. I folkloristi hanno documentato anche in Calabria le diverse fasi teatrali e drammatiche del Carnevale: il processo, il testamento, la condanna, il pianto per la morte, l’uccisione del Carnevale. A conclusione della farsa avveniva il bruciamento del fantoccio di Carnevale, e gli studiosi hanno segnalato il carattere propiziatorio ed esorcistico di tali riti. Attorno al fantoccio di paglia, portato in giro per le vie del paese, incendiato, ballavano la tarantella, al suono di strumenti di vario tipo, i mascherati ed altre persone che partecipavano al rito.

La morte dell’Imperatore Carnevale, del Re della Carne e dell’Abbondanza, può certamente essere assunta a metafora di una più generale e definitiva morte, che non prevede, come nella società agro-pastorale tradizionale, ritorno, rinascita, resurrezione. Non è una morte improvvisa, ma dura circa un secolo. Dalla seconda metà dell’Ottocento la società calabrese tradizionale aveva conosciuto, infatti, profonde e trasformazioni. Lumini notava come l’«allegria» del Carnevale fosse ormai forzata in quei mastri e villani calabresi vestiti di Pulcinella e che si apprestavano a partire in America, in cerca di nuovi pani e nuovi dolori». Negli anni Cinquanta il Carnevale rivela cedimenti definitivi, si presentava già sgretolato e in forma disgregata. Nel giro di un decennio si compie un esodo inarrestabile, le cui conseguenze devastanti sarebbero state colte soltanto a distanza di molto tempo, perché all’inizio assieme il dolore convive con la speranza e la morte con una rinascita. Gli emigrati realizzano antichi sogni alimentari delle popolazioni, soddisfano una fame secolare di carne e di pane bianco, raggiungono quantità e qualità di cibi che un tempo realizzavano soltanto nei loro sogni e in occasioni eccezionali. Se la Montagna aveva costituito per il brigante momentaneo soddisfacimento di bisogni alimentari, Cuccagna raggiunta provvisoriamente e un Carnevale Realizzato per pochi giorni (vedi un motivo che va da Padula ad Alvaro), l’America rappresenta fine di antiche privazioni, affermazione di nuovi standard alimentari, fine dell’antica frugalità e sobrietà contadina, spesso mitizzate dagli osservatori esterni, fine del regime alimentare prevalentemente erbivoro, dell’ideologia quaresimale e del contrasto Carnevale-Quaresima. Chi è vissuto in un paese negli anni Cinquanta e Sessanta non farà fatica a ricordare la dimensione carnevalesca che assumeva la lotta politica. I comizi diventavano delle farse; le parate elettorali somigliavano spesso a un corteo carnevalesco. L’opposizione ai ricchi, agli altri, a chi comandava avveniva con un linguaggio più diretto. L’erosione dell’antica metafora significava soprattutto erosione del linguaggio allusivo, scurrile, liberato messo in atto nel Carnevale. C’era una stretta analogia tra cibo ed eros che emergeva attraverso metafore, allusioni, gesti. Esplodeva il riso carnevalesco, liberatorio e rigeneratore. Anche per questi aspetti la letteratura è vasta. Certo, con la fine del Carnevale, dell’universo contadino tradizionale, si trasformavano i rapporti produttivi, sociali, familiari, tra uomo e donna e tra le persone, e scomparivano dall’orizzonte dei paesi anche le metafore alimentari, sociali, sessuali.

Alla fine degli anni Sessanta del Novecento, all’interno di un complesso e ambiguo fenomeno di riscoperta delle culture popolari, e poi negli anni Settanta, in paesi come San Nicola da Crissa, Monterosso, Brancaleone, Papanice, S. Giovanni in Fiore, Rogliano, Cassano, Castrovillari, Decollatura, Amaroni, Cortale, Piscopio, Brancaleone e altri, che avevano avuto in passato una tradizione di farse e riti carnevaleschi, la riproposta di riti tradizionali diventa occasione per creare una nuova socialità e spesso nuove forme di protesta politica. In altri centri il Carnevale, a imitazione carnevali di altre parti d’Italia, diventa luogo di operazioni folkloristiche, anche quando si è animati dalla voglia di fare qualcosa e di aggregare.

Non è il Carnevale legato alla fame, ma se mai all’abbondanza. I protagonisti sono giovani diplomati e laureati. Sono diversi i protagonisti, le recite, le performance, la scena, le motivazioni, la partecipazione, i contenuti delle farse. In alcuni testi carnevaleschi scritti e recitati dalla fine degli anni Settanta all’inizio degli anni Novanta in alcune comunità (S. Nicola da Crissa, Rogliano) ad opera di autori colti affiora un confuso sentimento di rimpianto-negazione del passato, e un altrettanto ambiguo atteggiamento di elogio-critica del presente. All’ironia di un tempo contro i digiuni quaresimali, era subentrata l’ironia contro l’ideologia della dietetica e del fast food. C’è la polemica contro il «buon tempo antico» alimentare, ma anche contro l’odierna ideologia delle diete e dei digiuni, che (secondo gli ultimi farsari) rende le persone magre e deboli.

Nuove generazioni acculturate, diplomati, laureati e ultimi farsari del passato si ritrovano, con motivazioni e aspettative diverse, impegnati in un’opera di reinvenzione della tradizione. Nel 1979, dopo tanti anni trascorsi a Milano e Morbegno, torna in paese. Aveva accettato l’invito dei giovani di “rifare” l’antico Carnevale. Imponente, maestoso, con una serietà aristocratica, Turi cammina per le vie di un paese completamente diverso da quello lasciato, vestito da Generale dell’Imperatore, con una sveglia per orologio, due grattugge come spalline. Sbircia la gente che curiosa e divertita si affaccia dai balconi, dalle porte, dalle finestre. Dietro di lui, nel corteo, c’era un fantoccio del Carnevale morto e poi camminano giovani artigiani, studenti, mastri, diplomati, ragazze vestire da pacchiane che piangevano. Una novità assoluta e il mascheramento delle donne e del tutto nuovi erano quei canti, quelle maschere che indossavano i bambini. Dal balcone, dove trent’anni fa aveva atteso il camion che arrivava con carnevale morto, Turi saluta di nuovo l’Imperatore Carnevale. La sua farsa segue canoni tradizionali, ma è dotta e legata all’attualità politica nazionale. Si poteva pensare che quel ritorno sarebbe stato l’inizio di un nuovo ciclo di Carnevale. In realtà era soltanto la presa d’atto di una fine irreversibile e dell’impossibilità di tornare alla “tradizione”. Il ritorno non è mai un ritorno. Dopo qualche anno, Turi ripartiva dal paese con la famiglia quasi a testimoniare che non si torna mai al punto di partenza. Carnevale tornava, ma era qualcosa di completamente nuovo. I giovani riprendevano testi, musiche, canti, riti tradizionali, ma nello stesso tempo inventavano qualcosa di nuovo, si allontanavano da un mondo che, in fondo, avevano conosciuto soltanto attraverso il racconto e i ricordi dei grandi

L’invenzione di tradizioni carnevalesche dava origine a un «nuovo folklore», spesso a manifestazioni kitsch con «carri allegorici» sui quali sarebbero saltati, negli anni successivi, proprio i nuovi affaristi della vita politica, abili usare il bisogno di festa della gente. Come non bisogna mitizzare il passato, non bisogna, però, demonizzare il presente. Ripensare, in maniera approfondita, memorie del Carnevale, indicazioni e documenti sui rituali carnevaleschi, può costituire, forse, un’occasione per uscire dalla lettura ideologica, retorica, neoromantica o neo-illuministica e liquidatoria delle culture locali. I giovani che si mascherano e organizzano ancora riti carnevaleschi (e certo anche molte associazioni locali e culturali) rivelano una grande fantasia, conoscenza di linguaggi nuovi ed esterni, competenze artistiche, musicali, teatrali, cinematografiche impensabili e sconosciute a tanti che restano chiusi nei loro rimpianti o nelle loro sterili nostalgie.

Molti riti che si richiamano al Carnevale, organizzati in grandi centri (il più noto e quello di Castrovillari, ma bisogna segnalare sfilate di carri ad Amantea) o in paesi dell’interno e delle marine, richiamandosi alla «tradizione» o reinventandola, vanno considerati nella loro complessità, nelle loro ambiguità, nel loro carattere insieme arcaico e postmoderno. Anche attraverso queste manifestazioni di ritorno i «non più luoghi» e i «non ancora luoghi» della regione cercano di affermare una diversa presenza. Nei paesi e nei centri urbani, nel periodo di Carnevale, la scena alimentare è sempre caratterizzata da carne di maiale, polpette, braciole, salsicce. Non per fame, ma per omaggio alla «tradizione», a volte soltanto evocata e ricordata, ma anche come bisogno di affermare una nuova convivialità e socialità. Nel mio paese, dove resta memoria sotterranea, spesso alimentata, della tradizione carnevalesca, il Circolo Arci organizza (come era accaduto negli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento, quando era molto attivo anche un altro Circolo Artistico e Culturale), grazie ad adulti e giovani protagonisti (e a nuovi mascherati e autori di farse) la sfilata con il Carnevale morto. Per iniziativa della parrocchia, donne e uomini, giovani e ragazze, scrivono e rappresentano nuove farse carnevalesche, legate alla vita attuale. Le nuove rappresentazioni, che suscitano grande interesse, mescolano parole, linguaggi, gesti, performance che arrivano dalla tradizione, dalla televisione, dal mondo dello spettacolo. In molti paesi della regione si affacciano su una scena del tutto nuova, anche se con dichiarati e praticati legami col passato, gruppi di giovani, associazioni, suonatori di strumenti. Essi promuovono iniziative teatrali, culturali, musicali che meritano, anche quando qualcuno vuole confinarli nella categoria del localismo, attenzione. Dal basso, proprio in luoghi definiti marginali e periferici, è «messa in scena» una sorta di resistenza culturale a quei processi di abbandono, erosione, disgregazione che la politica non sa o non vuole contrastare. Uno dei più grandi studiosi del Carnevale e del carnevalesco, Michail Bachtin, notava che se anche muore questo o quel rito, non scompare mai quel Carnevale, inteso come seconda vita della gente. Non viene mai meno, infatti, il bisogno di gioia, di libertà, di utopia e di opposizione ai signori della paura e del terrore. Come dicevano Bruno de Betta, Vitantonio de lu Pinnatu e gli anziani farsari del mio paese: «Amici, eu non su’ mortu, l’ogghiu de la mia lampa ancora ajuma». Lo «spirito del Carnevale», inteso come vicinanza, spazio di libertà e luogo di socialità, soffia ancora. Certo non bisogna enfatizzare. Tutto accade in paesi che vivono una generalizzata situazione di abbandono. Più che proclamare, è doveroso, ognuno con la propria parte, impegnarsi per trovare un nuovo olio che possa alimentare la lampada capace di creare nuova luce e rinnovate speranze di rinascita e rigenerazione. […]

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VITO TETI

Dalla pagina Fb dell’autore

Foto: Rete

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