La strage degli innocenti

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In tempi di guerra e di miseria bambini e vecchi sono le prime vittime. Tra l’Ottocento e il Novecento città e campagne “si colorarono spesso delle cupe tinte di una sorta di “genocidio pacifico”, a causa della miseria e dell’arretratezza sanitaria.

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Per lo meno fino alla grande guerra, si era dunque in presenza di una serie di fattori di mortalità impressionante che coinvolgevano la città e la campagna e che si colorarono spesso delle cupe tinte di una sorta di “genocidio pacifico”, determinato dalle pessime condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne, dall’arretratezza delle strutture sanitarie e dalla pochezza delle conoscenze mediche. Affondano in questo grumo di arretratezze premoderne e di neopauperismo agromanifatturiero le radici della lentezza della transizione demografica italiana che, fino alle soglie del nuovo secolo, mantenne la mortalità intorno al 30%o, mentre la natalità raggiungeva, soprattutto nell’Italia meridionale il 38%o. Spia emblematica e, al contempo, principale vincolo demografico a una caduta della mortalità più rapida, in linea con i principali paesi europei fu la mortalità infantile, che colpì, fino alle soglie del nostro secolo, circa il 20% dei nati.

Una vera e propria “strage degli innocenti” nella quale concorrevano la sottoalimentazione, quando non la denutrizione, delle madri. La conseguenza era una debolezza di costituzione dei nati accresciuta dall’assunzione di un latte materno povero degli essenziali elementi nutritivi, cui si combinava l’alimentazione inadeguata dei figli, fatta di poltiglie di pane grattato e di farina, di polenta e di minestre casalinghe masticate dalla madre, che costituiva il naturale terreno di coltura delle malattie gastroenteriche e predisponeva al rachitismo. A queste cause socio-alimentari vanno aggiunte le malattie ereditarie e soprattutto quelle infettive che anche attualmente colpiscono la prima infanzia, dal morbillo alla scarlattina, alla difterite. Vi contribuiva inoltre una mentalità collettiva assai restia ad assegnare all’infanzia un valore sociale e affettivo significativo. Scriveva nel 1857 il medico bergamasco Giovanni Capsoni:

La classe bisognosa della popolazione non solo poco desidera un aumento della prole, ma questa le riesce di peso e molestia. Da ciò l’indifferenza o, dicasi pure, la durezza con cui da alcuni membri di una famiglia contadina o industriale si procede verso una donna incinta o partoriente; da ciò la mancanza da parte dei genitori stessi a prestare ai propri figli quella assistenza che vale a mantenerli in vita e dare loro quella fisica educazione che ne assicura un vigoroso prosperimento [Colombelli 1990, p. 150].

L’esito più funesto di questa svalorizzazione dell’infanzia fu l‘abbandono dei figli nei brefotrofi, dove la mortalità toccava soglie impressionanti: a Milano, alle soglie dell’Unità, quasi un terzo di tutti i nati era affidato al brefotrofio; a Torino e a Napoli, alla vigilia della presa di Roma, i bambini abbandonati superavano i duemila; di questa massa di “figli di nessuno” oltre il 60% non sopravviveva.

A elevare la mortalità infantile contribuivano poi pratiche pseudopediatriche prive di alcun fondamento scientifico che sarebbero rimaste diffuse soprattutto nelle campagne fino agli anni del fascismo: dalle manipolazioni del cranio per assestarne la forma al divieto di lavarlo nella convinzione che ciò avrebbe contribuito a irrobustirlo, dalla confricazione delle mammelle per favorire in seguito la secrezione del latte materno all’uso delle fasce che immobilizzavano per mesi i neonati sulla base della comune credenza che ciò ne avrebbe raddrizzato la spina dorsale e rafforzato l’impianto osseo.

Ma anche su questo versante i primi due decenni del XX secolo rappresentarono una rottura di continuità, interrotta bruscamente solo dal periodo bellico, che fece impennare di nuovo, tra il 1917 e il 1918, gli indici del fenomeno: non solo infatti si accelerò il decremento della mortalità infantile, soprattutto per quel riguarda i figli legittimi, ma anche si interrompe il moto ascensionale della nati-mortalità, vale a dire dei figli nati morti, prevalentemente a causa delle pessime condizioni di salute delle gestanti. Tra il 1886 e il 1906 la mortalità infantile si contrasse del 15,4%, nel ventennio successivo, del 37%, tra il 1938 e il 1957 del 51%, allineandosi progressivamente ai valori dei paesi più progrediti, almeno per quello che riguarda le regioni centro-settentrionali, dove il decremento fu assai più elevato rispetto alla media nazionale. Infatti il fenomeno non si distribuì geograficamente in maniera omogenea, perché nelle regioni meridionali l’inversione di tendenza si verificò circa quarant’anni dopo, in coincidenza della grande migrazione interna che sconvolse, a partire dalla fine degli anni cinquanta, gli assetti demografici di quell’area.

La contrazione della mortalità infantile, combinata con la fine dell’«età delle epidemie», per usare l’espressione del demografo Livi Bacci (alle soglie degli anni venti erano infatti scomparse dall’orizzonte sociale italiano il vaiolo, la pellagra, il colera, mentre erano migliorate considerevolmente le condizioni gastroenteriche e tubercolari della popolazione italiana), segna dunque uno spartiacque nella storia della popolazione italiana. Con la fine della prima guerra mondiale, grazie soprattutto all’accelerato dinamismo delle regioni padane, si impose anche nel nostro paese il nuovo regime demografico moderno: la mortalità scese sotto il 20%o e nel giro di trent’anni — tra il 1920 e il 1950, precipitò sotto il 10%o in tutte le regioni italiane (9,7%o al censimento del 1971) – mentre il numero medio dei figli per coppia precipitava dai quattro degli anni dieci ai due degli inizi degli anni sessanta. […]

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Fonte: “Storia d’italia, 1860 – 1995”, di A. De Bernardi L. Ganapini – Bruno Mondadori

Foto: Rete

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