L’Aldilà nel mito di Er

Platone

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Platone (42 7-347 a.C.), fondatore dell’Accademia, conclude la sua Repubblica con il celebre mito di Er, un soldato che, tornato a vivere dodici giorni dopo la morte, racconta ciò che ha visto nell’Aldilà.

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Costui era morto in guerra e, quando dopo dieci giorni si raccolsero i cadaveri già putrefatti, venne raccolto ancora incorrotto. Portato a casa, nel dodicesimo giorno stava per essere sepolto. Già era deposto sulla pira quando risuscitò e, risuscitato, prese a raccontare quello che aveva veduto nell’aldilà. Ed ecco il suo racconto.

Uscita dal suo corpo, l’anima aveva camminato insieme con molte altre ed erano arrivate a un luogo meraviglioso, dov’erano due aperture nella terra, contigue, e di fronte a queste, alte nel cielo, altre due. In mezzo sedevano dei giudici che, dopo il giudizio, invitavano i giusti a prendere la strada di destra che saliva attraverso il cielo, dopo aver loro apposto dinanzi i segni della sentenza, e gli ingiusti invece a prendere la strada di sinistra, in discesa. E anche questi avevano, ma sul dorso, i segni di tutte le loro azioni passate. […]

E lì vedeva le anime che, dopo avere sostenuto il giudizio, se ne andavano per una delle due aperture, sia del cielo sia della terra; attraverso le altre due passavano altre anime: dall’una, sozze e polverose, quelle che risalivano dalla terra; dall’altra, monde, altre che scendevano dal cielo. E quelle che via via arrivavano sembravano venire come da un lungo cammino. Liete raggiungevano il prato per accamparvisi come in solenne adunanza festiva. E tutte quelle che si conoscevano si scambiavano affettuosi saluti: quelle che provenivano dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celeste, quelle che provenivano dal cielo notizie del mondo sotterraneo. Si scambiavano i racconti, le prime gemendo e piangendo perché ricordavano tutti i vari patimenti e spettacoli che avevano avuti nel loro cammino sotterraneo, un cammino millenario, mentre le seconde narravano i godimenti celesti e le visioni di straordinaria bellezza.

 […] Per tutte le ingiustizie commesse e per tutte le persone offese da ciascuno, avevano pagato la pena un caso dopo l’altro, e per ciascun caso dieci volte tanto, e questo avveniva ogni cento anni, perché tale è la durata della vita umana. Ciò perché il castigo subito fosse il decuplo della colpa […].

Al loro arrivo, le anime dovevano presentarsi a Làchesi [la Moira «distributrice »]. E un araldo divino prima le aveva disposte in fila, poi aveva preso dalle ginocchia di Làchesi le sorti e vari tipi di vita, era salito su un podio elevato e aveva detto: «Parole della vergine Làchesi, figlia di Ananke. Anime dall’effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro periodo di generazione mortale, preludio a nuova morte. Non sarà un dèmone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliervi il dèmone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà poi irrevocabilmente legato. La virtù non ha padrone; secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile». […]

Subito dopo aveva deposto per terra davanti a loro i vari tipi di vita, in numero molto maggiore dei presenti. Ce n’erano di ogni genere: vite di qualunque animale e anche ogni forma di vita umana […] per questo ciascuno di noi deve stare estremamente attento a cercare e ad apprendere questa scienza senza curarsi delle altre, vedendo se riesce ad apprendere e a scoprire chi potrà renderlo capace ed esperto nel discernere la vita onesta e la vita trista e di scegliere sempre e dovunque la migliore di quelle che gli sono possibili.

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Da “Storia delle religioni” – La Biblioteca di Repubblica

Foto: Rete

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