L’OPERA DI OGGI – Miniatura di un codice bizantino del 1066

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Miniatura da un codice bizantino del 1066 (Londra, British Museum).

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Agli inizi del secolo VIII i rapporti fra il pontefice e l’imperatore Leone III l’Isaurico (717-741) si inasprirono; il basileus, infatti, aveva accentuato il tradizionale cesaropapismo, perché l’estenuante lotta contro gli Arabi lo spingeva a stringere più che mai saldamente il potere nelle proprie mani.

Abile guerriero e politico, Leone III ottenne molti successi e consolidò il suo potere nella penisola balcanica sui Bulgari e sulle popolazioni slave comprese nei confini dell’impero. Per rafforzare il potere centrale egli cercò anche di abbattere la potenza degli ordini monastici d’Oriente che godevano di grande prestigio sui fedeli, spesso trascinati al fanatismo attraverso il culto delle immagini sacre.

Nel 726 l’imperatore proibì pertanto il culto delle immagini, ordinandone addirittura la distruzione. Questa lotta iconoclastica (da eikòn = «immagine», e klàzein = «spezzare») era destinata a togliere ai monaci un potente strumento di suggestione sulle folle e a respingere l’accusa di paganesimo superstizioso che veniva lanciata dai musulmani contro i cristiani.

In Oriente l’iconoclastia, per quanto contrastata dai monaci e dal popolino, ebbe partita vinta, ma in Occidente il pontefice e i fedeli non accettarono l’imposizione imperiale che appariva del tutto sacrilega, e papa Gregorio II (715-731) condannò come eretica l’iconoclastia, considerata anche un’illecita interferenza in materia di fede. A Ravenna l’esarca venne assassinato e violente rivolte antimperiali agitarono in Roma e nel Lazio il mondo cattolico; disordini si verificarono anche nell’Italia bizantina meridionale e tra gli abitanti della laguna veneta, dove andava affermandosi la città di Venezia, desiderosa di affrancarsi dalla tutela di Bisanzio.

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Denuncia retrospettiva dell’iconoclastia

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La miniatura rievoca immaginosamente eventi accaduti tre secoli prima. La lotta Iconoclastica, scatenata da Leone III l’Isaurico fra il 726 e il 730, fu inasprita da suo figlio Costantino V Copronimo (741-775) e suscitò vaste opposizioni, non solo in Occidente, ma anche in Oriente fra il popolino delle città e negli ambienti monastici.

Uno degli avversari più decisi dell’iconoclastia fu il monaco Teodoro Studita (759-826), che per le sue violente polemiche fu condannato al carcere e all’esilio.

In questa miniatura egli appare due volte: a sinistra della scritta, mentre con un suo compagno di fede regge amorosamente un’immagine sacra; in basso, a sinistra dell’imperatore, mentre eleva la sua protesta contro l’atto sacrilego: una protesta del tutto vana, perché i tre vescovi, a destra, proseguono imperterriti nella loro opera di distruzione delle icone. E l’amanuense, quasi a bollarli d’infamia contrapponendoli ai personaggi buoni contrassegnati da un’aureola, li indica esplicitamente come «coloro che combattono contro le immagini» (oi eikonomachoi). Nel caso specifico gli eikonomachoi attingono calce dal vaso in basso e col lungo pennello la cospargono sull’immagine sino a ricoprirla completamente; in altri casi invece gli affreschi, i mosaici e le icone che adornavano le chiese subirono un trattamento ben più radicale e andarono irrimediabilmente perduti.

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Da “Il Medioevo” di A. Camera e R. Fabietti – Zanichelli

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