Padula: “AGLI ELETTORI DEL COLLEGIO DI VERBICARO”

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Questo testo è del 1872. Morto il deputato Francesco Giunti, si deve eleggere il sostituto. Si candida anche Vincenzo Padula. Con queste parole spiega agli elettori il senso della sua candidatura. Non venne eletto.

Malgrado siano passati 150 anni, gli argomenti di Padula mostrano una sorprendente attualità.

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Signori, il vostro collegio di Verbicaro essendo rimasto vuoto per la morte di Francesco Giunti, mi si dice che una caterva di pretendenti di ogni risma siasi fatta innanzi per pigliarne il luogo. Perché possiate ‘Scegliere più facilmente, voglio crescerne il numero, e mi presento ancor io. Vi dirò dunque poche parole così alla buona, e come m’escono dal cuore; e della mia franchezza, ch’ebbi ed ho sempre compagna in tutti gli atti della vita, s’offenda chi vuole.

Dei miei competitori alcuni sono preti senza messe e senza scolari, che vorrebbero sortire Deputati, per buscarsi una pagnottina, e provvedere santamente ai fatti loro. Altri sono avvocati privi di clienti, ed ambiziosi di entrare nel numero dei magistrati. Altri sono proprietarii, che consigliati da vanità, e non contenti della potenza che loro dà il denaro, bramano un po’ d’importanza politica per spadroneggiare nei vostri paesi, e far rinascere quei feudatarii, di cui ci sbarazzammo al 1806; ed altri finalmente non sono (e questo è peggio) calabresi; ma nacquero e dimorano in Napoli, non conoscono i nostri luoghi, ignorano i vostri e nostri bisogni, ma sanno benissimo i loro, e non potendo trovare un cane che li elegga nella loro provincia, ricorrono alla nostra, come se la Calabria fosse condannata ad essere l’America d’Italia, edar luogo a tutti gli speculatori.

Tutti cotesti signori non fanno per voi: vi prometteranno mari e monti, ma non ne crediate nulla. Penseranno a trarre l’acqua al loro molino, e non al vostro; e quand’anche ne avessero l’intenzione, fallirebbero nell’impresa di giovarvi, per la ragione che un Deputato deve, per esservi utile, possedere un po’ di autorità presso la Camera, e presso i ministri, ed autorità non si possiede senza prontezza di parola, senza coraggio di profferirla, senza studii e cognizioni svariate.

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Che io al contrario valga qualche cosa per coltura di mente, credo di averne dato prova a bastanza; che non mi manchi l’audacia di dire le cose come le sento, e non usare riguardo a nessuno, voi tutti che leggevate il « Bruzio », giornale che io pubblicava in Cosenza, dovete saperlo; e che finalmente io voglia essere nominato Deputato non per fare i miei interessi, ma i vostri, la prova irrepugnabile è questa, che io sono a cavallo e voglio scenderne, i miei competitori sono a piede e vogliono salirvi. Un professore di Liceo, come io sono, non può per legge serbare il suo posto, divenuto Deputato; sicché è evidente che io per l’onore di essere vostro rappresentante rinuncio all’impiego che ho, laddove gli altri aspirano ad essere vostri rappresentanti per ottenere l’impiego, che non hanno.

Dopo ciò è facile capire la grande differenza tra me e loro. Direte che tanta abnegazione da parte mia è incredibile? Direte che se io rinuncio ad un pane onorevole e sicuro, vi debba esser certo un secondo fine? Ed io vi rispondo francamente, miei buoni amici, che il fine vi è. Vi è il fine di combattere ad oltranza molti abusi, e molte persone che mi urtano i nervi. Ve il fine di acquistarmi un po’ di gloria, come nelle lettere, ancora nella politica; vi è il fine di meritarmi la vostra stima; vi è (mi vergogno a dirlo; ma che farò? vi ho promesso franchezza), vi è il fine di lavarmi la faccia. — « E che? La faccia tua è dunque lorda? ». — Sì, miei buoni amici, è lorda assai. Benché perseguitato sotto i Borboni, ero ben veduto dal popolo. A lui desideroso di libertà io ne predicava i beneficii; ma poiché la libertà è venuta, ma poiché ci è costata, e ci costa assai cara, il popolo ha incominciato a rimpiangere il passato, e guarda in cagnesco gli antichi liberali. Quanti contadini eartigiani non mi hanno detto: « Voi ci avete ingannato »! Questa accusa mi ha fatto e mi fa pena, ed io per levarmela da su le spalle intendo mostrare ai miei cari e bravi Calabresi che io fui ingannato al pari di loro, e che il coraggio, che ebbi per inveire contro i mali del passato, non mi mancherà mai per biasimare gli abusi del presente.

Ecco il nobile motivo che mi spinge a smontare da cavallo, e camminare assieme con voi, a piedi, col calamaio in mano, e la penna dietro l’orecchio. Dite dunque ai miei competitori: « Voi siete non altro che preti? Celebrate la santa messa, e salvatevi l’anima. Voi siete avvocati? Ma se non vi regge l’animo di aprire bocca innanzi a quattro zebedei di giurati, mal potrete ritrovare la parola al cospetto delle migliori intelligenze che Italia manda da tutti i punti al Parlamento. Ma se non avete studii, sufficienti per esporvi ad un concorso di magistratura, fate male i vostri conti se volete giungervi camminando sulle nostre spalle. Non siamo tanto citrulli. Voi siete proprietarii? E buon prò’ vi faccia: badate dunque ‘alle vostre pecore, e se amate davvero ‘il nostro bene, mostratelo. Mostratelo con mettere in circolazione, senza usure scandalose, il denaro chiuso nei vostri forzieri, mostratelo con fare a spese vostre quell’opere che il comune non può fare; mostratelo con promuovere le industrie e dar pane e lavoro alla numerosa classe dei braccianti, e degli artigiani. Voi questo non volete farlo? E dunque andatevi con Dio. — Voi altri finalmente non siete Calabresi; come vi è saltato in mente la pazzaambizione di volere rappresentare la Calabria, che non vi ha dato i natali? ».

Se direte così, miei cari Elettori, vi farete onore immenso. E per le mille tasse, che vi succiano il sangue, qual conforto vi resta se non il dritto del voto? Questo dritto è sacrosanto: perdio! non vendetelo; perdio! non cedete a raccomandazioni ed istanze. Nel dì dell’elezione voi siete altrettanti piccoli Re, altrettanti piccoli legislatori nel vostro comune. Mettetevi dunque in carattere, calcatevi bene il cappello sul capo, e con piglio risoluto, con la mano sulla coscienza date il vostro suffragio.

Se lo darete a me, io l’accetterò, col fermo proposito di fare il bene del paese ed il vostro, e tanto più facilmente in quantoché, se sono calabrese, non però nacqui nel vostro Circondario. E la ragione è chiara. In ogni nostro comune vi hanno e vi avranno sempre partiti, ed odii tra famiglie e famiglie; sicché un Deputato dei vostri luoghi, nato costì e cresciuto assieme con voi, sarebbe costretto a seguire o l’una o l’altra fazione, nuocere a questi per giovare a quelli, e diventare tra voi un elemento di maggiore discordia. Io al contrario non ho né casa, né ‘poderi costì; i cittadini di Verbicaro, di Scalea, di Belvedere, di Cetraro, e via dicendo, son per me tutti eguali: non ho simpatie più per questo che per quel comune, più per una famiglia che per un’altra del comune medesimo. Amerò tutti, stimerò tutti, servirò a tutti.

 « Bene! — direte voi —; ma il vostro programma qual è? ».

Amici miei, questa dimanda è seria. I miei avversari mi han sempre rimproverato il vezzo che ho di beffarmi degli altri: in quest’accusa un po’ di vero ci è. E perché appunto ci è un po’ di vero, vi dico che se io mi beffo degli altri, non intendo che gli altri si beffassero di me. Or questo servizio me lo farebbero certo, se io stampassi un programma. — Un programma! Ma lo chiedete voi da vero senno? E dodici anni di governo costituzionale non vi hanno ancora appreso la vanità dei programmi? Quanti non ce ne hanno sciorinato i Ministri! Quanti non ce ne hanno regalato i Deputati! Che se n’è poi fatto? Nulla: le parole rimasero parole. Or io non voglio né mentire, né ingannare: non vi dirò dunque se sederò a destra o a sinistra, al centro o all’estremità: vi dirò solo che io voglio quel che voi volete, che io soffro quel che voi soffrite, e mi adoprerò con tutte le forze, se non a guarire i vostri mali, a protestare contro di essi. Il Deputato è la voce del suo collegio, ed io, siatene sicuri, griderò quanto potreste gridare voi tutti insieme. Quando sarò sul luogo, studierò prima il terreno, e come avrò bene aguzzati i miei ferri, mi metterò all’opera.

Elettori, vi ho parlato con franchezza, evoi con franchezza operate. Non vi piace il mio piccolo individuo? E voi scegliete chiunque meglio vi garbi; ma badate al vostro onore, ma curate la riputazione del vostro circondario, ma provvedete al buon nome della nostra provincia. Un Deputato si suppone che sia l’uomo più onesto e più intelligente che si trovi nel collegio elettorale, che lo sceglie. Da lui si farà giudizio di voi, e di noi tutti Calabresi. Deh! per amor del ciclo, non mandate dunque un citrullo, un uomo, la cui presenza sia ridicola, la parola senza garbo, la testa del genere delle zucche. Non permettete che, al primo aprire che ei faccia la bocca in quell’aula, dove convengono i migliori intelletti d’Italia, altri domandi: « Chi è lì quella testa di rapa? », e si risponda:

« È calabrese ». — « E di qual collegio elettorale? » — « Di Verbicaro ». — « Mi congratulo con Verbicaro ». — Ahimè! se questo brutto caso avvenisse, voi, miei carissimi elettori, sareste stimati più rape del vostro Deputato.

Napoli, 22 giugno 1872

Da: “CALABRIA PRIMA E DOPO L’UNITA’”, di Vincenzo Padula  –  Laterza

Foto: Rete

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