Antonello da Messina, l’incontro tra Italia e Fiandre

Ritratto d’uomo (forse autoritratto), Londra, National Gallery (Particolare)

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Dalla metà del Trecento e per quasi un secolo, l’Italia meridionale, continuamente divisa da lotte dinastiche di angioini e aragonesi, restò ai margini della vita politica e culturale italiana.

Fino alla metà del Quattrocento l’arte del Mezzogiorno si ispirò più alla Francia e alla Spagna che non agli sviluppi rinascimentali che andavano maturando nella penisola. Napoli a metà del secolo era il centro in cui si era maggiormente diffusa l’arte fiamminga: questo non bastò a creare una vera e propria scuola meridionale, ma orientò la formazione di alcune notevoli personalità. Colantonio, attivo a Napoli tra il 1440 e il 1470 circa, sviluppò, a contatto con le pitture provenzali, spagnole, fiamminghe, un notevole talento, senza però riuscire a maturare uno stile inconfondibilmente suo.

Antonello da Messina fu invece sicuramente una delle figure cardine del Quattrocento italiano. Antonello seppe conciliare le due tradizioni stilistiche più importanti dell’epoca: quella fiamminga, con la sua luce e il suo naturalismo, e quella italiana, col suo antropocentrismo e la sua compostezza formale. Seppe poi divulgare questa sintesi dove essa poteva essere meglio capita e sviluppata: a Venezia.

Scarse e confuse sono le notizie su Antonello tramandateci dai suoi contemporanei.

Nacque a Messina, figlio di un tagliapietre locale, attorno al 1430. Nel 1457 è registrata la sua prima commissione come maestro autonomo, per un gonfalone ordinato da una confraternita di Reggio Calabria. Il suo apprendistato dovette svolgersi negli anni precedenti, tra il 1445 e il 1455. Difficilmente ebbe luogo a Messina; a quell’epoca la città era un importante scalo commerciale internazionale, ma culturalmente bloccata da una classe dirigente antiquata, legata a privilegi di tipo feudale. L’ipotesi più verosimile è che Antonello trascorresse quel decennio a Napoli, presso la bottega di Colantonio. Successivamente lavorò per periodi diversi a Messina, poi si stabilì per due anni a Venezia (1475-76). Tornò infine nella città natale, dove rimase fino alla morte (1479).

Nei trent’anni della sua attività egli studiò direttamente gli originali fiamminghi ed entrò in contatto con l’arte rinascimentale italiana, assorbendo l’insegnamento di Piero della Francesca e dei fiorentini.

Nella fase veneziana fu fondamentale il rapporto con Bellini che si configurò come un complesso scambio, in cui Antonello insegnò il suo luminismo, e Giovanni fu di esempio per la calda umanità delle sue figure e per le innovazioni sul piano dell’iconografia. Della monumentalità prospettica assunta da Antonello a Venezia è testimonianza la cosiddetta Pala di San Cassiano di cui restano soltanto frammenti a Vienna, ma della quale è anche possibile ricostruire l’aspetto originario. Fu dichiarata dal suo committente, il patrizio veneziano Pietro Bon, «de le più excelenti opere di pennello che habia Italia e fuor d’Italia»: non a torto, data la grandiosità e la modernità del dipinto. L’idea compositiva di una pala unificata con Madonna e santi disposti davanti a un grandioso catino absidale derivava, naturalmente, dalla pala di Brera di Piero della Francesca; da una precedente (e oggi perduta) pala di Bellini l’idea invece d’innalzare la Vergine su un seggio, al di sopra degli altri personaggi. Allo schema belliniano Antonello aggiunse, di suo, la disposizione dei santi a emiciclo, dunque una distribuzione in profondità collegata al vasto recesso architettonico, e l’analisi della diffusione della luce a rinforzo della prospettiva lineare. Il successo incontrato da questa grande pala è attestato dalle numerose riprese da parte dei pittori veneti, da Giovanni Bellini ad Alvise Vivarini, da Montagna a Cima, a Giorgione.

Da “Storia dell’arte” 2  – Electa.Bruno Mondadori

Foto: Rete

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