La difficile avventura del colono greco

Pestum, tempio di Poseidone

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La legge era dura. Ai nostri occhi disumana. «Colui che, dietro ordine della città, non voglia partire in mare, sarà condannato a morte, e i suoi beni confiscati. Patirà la stessa sorte colui che nasconde o protegge un altro, anche se sia un padre che nasconda il figlio, o un fratello il proprio fratello». Chi erano le persone a cui si ordinava di partire? Erano forse banditi o assassini?

Assolutamente no. Erano queste le ferree condizioni stabilite da chi, in circostanze particolari, rimase nella propria terra natale e da chi la abbandonò, invece, per fondare una colonia. Dopo aver modellato delle statuine in cera, queste venivano date alle fiamme mentre tutti assieme, uomini, donne, bambini e bambine, pronunciavano un terribile scongiuro: «Colui che non rimarrà fedele alle condizioni di questo giuramento e le trasgredirà, possa disfarsi come i suoi simulacri: sia lui, sia i suoi beni e i suoi discendenti».

Così recita l’iscrizione di una stele rinvenuta a Cirene, nel nord dell’Africa, all’interno del tempio di Apollo, il dio sotto i cui auspici si sviluppò il fenomeno della colonizzazione. Furono gli stessi abitanti della città a voler rendere omaggio ai propri antenati, che trecento anni prima avevano lasciato la patria di Thera (sull’isola di Santorini, nell’arcipelago delle Cicladi) allo scopo di fondare una colonia, o apoikia. Lì avrebbero iniziato una nuova vita lontana dall’oikos, la casa. E fu in questo slancio, sotto la guida del dio Apollo e il comando di una specie di nuovi eroi, gli oikistai, o “fondatori”, che i greci impegnarono moltissime energie per ben tre secoli. Quello fu il periodo d’espansione più grande della loro storia: attraverso la fondazione di un migliaio di poleis, o città-stato, lasciarono l’impronta della loro civiltà da un estremo all’altro del Mediterraneo. Non solo: trasmisero pure diversi resoconti che gli autori greci avrebbero poi rielaborato all’interno delle loro opere storiche e letterarie.

Respinti dai compatrioti

Oltre a possibili motivazioni commerciali, tra i fattori che favorirono la nascita del fenomeno figurano cause di natura sociale, politica ed economica. Non a caso le testimonianze greche a noi giunte parlano sempre di una crisi nella metropoli, che d’improvviso obbligava i propri cittadini a prendere il largo.

Episodi come quello narrato da Erodoto in riferimento alla fondazione di Cirene rivelano che nelle poleis greche di epoca arcaica si viveva in uno stato di massima tensione: riferisce lo storico che, una volta falliti i primi tentativi di fondare una colonia, gli uomini della spedizione avevano cercato di tornare nella città natale, ma concittadini, genitori e fratelli gli si erano ribellati: «Quando poi, non sapendo che fare, tornarono a Thera», racconta Erodoto nel quarto libro delle Storie, «i terei li respinsero via, non li lasciarono accostare a terra, anzi intimarono loro di ripartire per la Libia». E non fu un caso isolato, come mostra un altro episodio riferito da Plutarco, secondo il quale anche i coloni di Corcira si erano visti costretti a tornare nella città natale e, respinti con le fionde dagli abitanti, avevano successivamente navigato verso le inospitali terre della Tracia.

Cirene, santuario di Demetra e Kore

Alla ricerca di opportunità

Tali eventi, incredibili e quasi contronatura, mettono in evidenza la lotta per il possesso di uno spazio vitale assente nella metropoli originaria. Sembra infatti che uno degli elementi alla base della colonizzazione fosse proprio la stenochoria, o “mancanza di terre coltivabili”, causata dalla sovrappopolazione e dall’esistenza di una classe aristocratica che teneva per sé la maggior e miglior parte delle terre a scapito di chi era costretto ad accontentarsi di appezzamenti molto meno redditizi.

Se a questo aggiungiamo le calamità naturali come i cattivi raccolti che, secondo alcune fonti, portarono alla fondazione di Rheghion (Reggio), o come la siccità durata sette anni che, stando a ciò che racconta Erodoto, spinse i cittadini di Thera alla fondazione di Cirene, capiamo quanto l’avventura per mari irti di pericoli fosse una prospettiva ben più allettante rispetto a una vita di povertà che avrebbe oppresso i contadini, spingendo alcuni persino alla schiavitù. In un tale circostanza, bastava che uno scontroso aristocratico si mettesse alla testa di un gruppetto di giovani scontenti e potenzialmente aggressivi perché mutasse l’equilibrio della città; ed era la stessa polis che, alla ricerca di una convivenza pacifica, decideva di fornire a quegli elementi destabilizzatori la possibilità di cominciare una nuova vita lontana dalla comunità. I resoconti sulla fondazione delle colonie descrivono tali spedizioni come risposte a una crisi interna: molto spesso alla base di una colonia vi era il conflitto tra due o più fazioni avverse nella madrepatria. Per esempio, Taranto venne fondata dai cosiddetti partheniai, i “figli delle vergini”: come racconta Strabone nel sesto libro della Geografia, erano nati mentre gli spartani combattevano contro i messeni (da lì il soprannome di partheniai). Privati dei loro diritti, provarono a ribellarsi contro la città, e la rivolta si poté scongiurare solo con il loro allontanamento da Sparta.

Ne risulta quindi che gli apoikoi, o colonizzatori, erano un insieme di aristocratici rimasti senza potere, di contadini alla ricerca di terre coltivabili e di giovani non ammogliati e senza prospettive che, pressati dai governanti, in modo più o meno volontario venivano inviati a fondare una colonia lontano dalle proprie frontiere. Durante la fase di fondazione, una polis poteva organizzare perfino cinque spedizioni. Prima di farlo, tuttavia, si doveva necessariamente consultare l’oracolo di Apollo a Delfi, che proprio in quel periodo cominciava a essere riconosciuto in tutto il mondo greco quale centro di autorità. L’appello al dio costituiva un requisito fondamentale per qualsiasi provvedimento o decisione di una certa importanza, soprattutto nel caso della fondazione di una colonia. In quanto patrono di Delfi, Apollo fu mitizzato come dio delle colonie attraverso l’epiteto archegetes, ovvero “conducente”.

Rovine del tempio di Apollo a Cirene

La benedizione di Apollo

Tutte le poleis greche si rivolgevano all’oracolo di Apollo per sapere chi dovesse fondare la nuova comunità e come, quando e dove ciò dovesse avvenire. Il dio compare quindi in diverse testimonianze come una sorta di pianificatore della colonizzazione – in alcuni oracoli, Apollo affermava addirittura di conoscere personalmente il luogo prescelto come futura colonia –, in quanto forniva informazioni enigmatiche e legittimava il ruolo dell’oikistes, l’eroe fondatore. Scelto tra i membri dell’aristocrazia locale, l’oikistes era incaricato di tracciare la pianta della colonia da fondare, di controllare la spartizione delle terre tra i coloni e di fissare le istituzioni cittadine del nuovo insediamento.

Anche se in genere era la stessa città a scegliere il proprio fondatore, le fonti greche avrebbero rielaborato la vicenda presentandolo come una sorta di “eroe per caso” che, in modo inatteso, e quasi contro la propria volontà, veniva posto dall’oracolo al comando della spedizione. Nel caso della già menzionata spedizione delle genti di Thera, che portò alla fondazione di Cirene, l’eroe fondatore rispondeva al nome di Batto, membro illegittimo di una nobile stirpe della città. Poiché il re di Thera era troppo anziano per avventurarsi in mare, il dio Apollo lo scelse come oikistes.

Un grande responsabilità

Per una ragione o per l’altra, sulle spalle del fondatore ricadeva l’onere di salvaguardare le virtù della città che lasciava dietro di sé e sulle cui basi si sarebbe eretta la grandezza della colonia. Al momento della partenza l’oikistes sovrintendeva una cerimonia rituale che consisteva nell’accendere una piccola fiamma proveniente dal fuoco sacro e perenne del pritaneo, sede dell’amministrazione pubblica. Il gesto rituale decretava uno speciale legame tra la città madre e la colonia figlia; la nuova città sarebbe cresciuta in modo autonomo e indipendente pur mantenendo con la vecchia polis un forte vincolo morale. Tale legame diveniva ancor più manifesto per alcuni aspetti: nel campo dei diritti civili (quello di cittadinanza era reciproco per le due città), nelle questioni religiose (le due città osservavano gli stessi culti e i medesimi costumi) e in quelle militari (se una delle due entrava in guerra, l’altra accorreva a difenderla).

I discendenti delle colonie non dimenticarono mai il luogo da cui erano venuti i loro antenati. Una volta nel “nuovo mondo”, l’oikistes aveva il compito di fondare e costruire la nuova polis. Per prima cosa tracciava i confini dell’insediamento, stabiliva le proporzioni dei lotti di terra e li spartiva tra i coloni; oltre a ciò, delimitava le zone sacre alle divinità e gli erigeva dei templi. Il poeta Pindaro racconta che Batto «tracciò grandi altari per gli dei e instaurò processioni in onore di Apollo». Il punto culminante della fondazione di una città era il momento in cui l’oikistes le dava il nome. Le poleis appena fondate veneravano il loro oikistes come protettore della nuova comunità: veniva trattato come un eroe della patria e dalla sua stirpe sarebbe nata la classe aristocratica della colonia. Narra Erodoto che Batto regnò a Cirene quarant’anni, e che alla sua morte gli successero il figlio e successivamente il nipote.

Onorati come eroi

La morte del fondatore comportava un distacco naturale dalla polis d’origine: solamente in quel momento l’apoikia diveniva una città indipendente a tutti gli effetti. Per questo il fondatore veniva sepolto in un heroon, o “tempio degli eroi”, situato nello spazio tradizionalmente riservato agli dei principali della polis. Solitamente l’heroon era di forma circolare ed era collocato all’interno di un recinto sacro. Alcuni esempi sono documentati per esempio a Thera. In quello spazio, «sul pendio dell’agorà» canta Pindaro, dove «giace Batto, benedetto in vita dagli uomini e onorato come un eroe dopo la sua morte».

Ogni anno gli oikistai venivano ricordati in una “festa del fondatore”, che comprendeva sacrifici e giochi atletici degni di quell’eroe che aveva guidato il viaggio dal caos della vecchia polis alla prosperità della nuova patria, dando a quest’ultima la possibilità di avere antenati da venerare.

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Óscar Martínez

Fonte: https://www.storicang.it/a/colonie-greche-alla-ricerca-di-nuova-patria_15366

Foto: Rete

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