L’opera di oggi: IL QUARTO STATO

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L’autore

Pellizza da Volpedo (1868-1907) nasce ad Alessandria da un’agiata famiglia di possidenti terrieri; la sua formazione artistica si compie prima presso l’Accademia di Brera, poi alla Scuola di Belle Arti di Roma e Firenze, infine presso l’Accademia Carrara di Bergamo. Frutto di questa sua educazione è il gusto per ritratti e nature morte, per la caratterizzazione sociale e l’introspezione psicologica. L’ammirazione per le opere di Segantini, Previati, Morbelli e in seguito l’influenza di Nomellini lo spingono a sperimentare la nuova tecnica divisionista (analoga al pointillisme francese, consiste nell’accostare sulla tela tocchi di colore puro, talora piccoli come punti). A partire dal 1895, si ritira a lavorare a Volpedo, a diretto contatto con la natura: nei lavori di questi anni si evidenzia una vena simbolista. Nel 1902 presenta alla Quadriennale di Torino Il quarto stato: l’insuccesso del quadro chiude la fase sociale dell’artista, che da quel momento si dedica in prevalenza alla pittura di paesaggio, senza però trascurare la dimensione umana. Nel 1907 si toglie la vita in un momento di grande sconforto, aggravato dalla morte improvvisa della moglie.

L’opera

Nel 1890, con un disegno intitolato Sciopero, Pellizza avviò una lunga serie di lavori d’ispirazione sociale, che attraverso Ambasciatori della fame (1891-92) e Fiumana (1896) era destinata a sfociare nel grande quadro Il quarto stato, cui lavorò dal 1898 al 1901.

“Fiumana”

Esposto alla Quadriennale di Torino del 1902, esso non riscosse il successo desiderato da Pellizza, il quale confidava in un possibile acquisto o in un premio. La composizione venne criticata non tanto per il contenuto (i riferimenti ideologici a essa sottesi rientravano nel filone del socialismo positivista e riformista, ben diffuso nell’Italia settentrionale sullo scadere del secolo) quanto per l’aspetto più propriamente artistico e formale: se ne criticò la mancanza di movimento, la tecnica laboriosa e faticosa, lontana dalle fluidità e dai bozzettismi allora più di moda. Acquistata nel 1920 dal Comune di Milano per pubblica sottoscrizione, l’opera fu relegata negli scantinati del Castello Sforzesco e sottratta alla pubblica visione fino alla metà degli anni cinquanta.

“Ambasciatori della fame”

ANALISI

La nuova epica sociale

Nel 1897, insoddisfatto dei risultati raggiunti con Fiumana, Pellizza pensò a una nuova composizione sullo stesso soggetto, che in origine voleva intitolare Il cammino dei lavoratori e che nel 1901 chiamò invece Il Quarto stato. Prese a eseguire cartoni nuovi e disegni dei personaggi e del paesaggio di Fiumana, di cui mantenne l’impianto complessivo. Aurora Scotti, cui si deve  una precisa e analitica indagine su Pellizza, ha posto in evidenza come nel Quarto stato l’artista modifichi il gruppo in primo piano, ridefinisca la massa di scioperanti alle spalle dei primi tre, ne riduca infine il numero e ne caratterizzi gli atteggiamenti con maggiore precisione, trasformando un’immagine complessiva di folla in una composizione chiara e ben strutturata.

Studio dal vero e volumi scultorei

Per l’uomo al centro, l’artista tornò a studiare il modello dal vero elaborando la figura fino a che i contrasti di luce, col sole in prossimità dello zenit, modellassero le superfici in larghe e composte pieghe a definire una decisa ed efficace massa plastica. Altrettanto fece con gli altri due personaggi in primo piano, l’uomo a sinistra e la figura della donna, per cui posò la moglie Teresa. Le pose nei personaggi maschili sono nette, rese statuarie dalla fermezza del modellato, mentre l’atteggiamento della figura di donna – la cui lunga veste è panneggiata come quelle dell’antica statuaria greca – sembra incoraggiare e dare forza all’avanzata dei due uomini, senza infrangere la loro caratteristica distribuzione su un piano orizzontale.

“La scuola di Atene” di Raffaello

Contemporaneità e tradizione

Alle spalle di questo gruppo vi è una schiera completa di personaggi, quasi tutti uomini che discutono tra di loro, disposta senza soluzione di continuità su un piano parallelo. Le figure si presentano per lo più in veduta frontale, tranne quelle laterali che, come quinte, chiudono agli estremi la scena. La solidità, l’equilibrio e l’armonia della composizione rivelano il lungo esercizio sulla pittura del Rinascimento – evidenti sono alcune riprese dalle Stanze vaticane di Raffaello, in particolare dalla Scuola d’Atene – che Pellizza aveva compiuto fin dagli anni dell’Accademia: ma i modelli antichi sono, nel Quarto stato, interpretati in modo contemporaneo, e la bellezza delle figure classiche è desunta dalle forme dei contadini stessi. Il perfetto chiaroscuro – analiticamente studiato nei disegni preparatori – conferisce alle forme solida volumetria, accentuata dalla posa icastica dei personaggi, che col loro gestire delle mani – protese, chiuse, più o meno elevate – segnano un’interrotta linea ondulata che accompagna e anima il cadenzato incedere della schiera. Alle spalle di questa prima fascia altri lavoratori si precisano nella serie di teste variamente atteggiate: alcuni si fanno schermo dal sole con la mano portata sopra gli occhi, altri recano bambini o ceste sulle spalle, altri ancora guardano davanti a sé.

Rappresentazione simbolica della natura

Pellizza ha definito il paesaggio di fondo in modo sommario, non troppo analitico nel dettaglio e nei particolari: si tratta di una natura solitaria, di un paesaggio formato esclusivamente da una folta barriera di cespugli, sopra i quali si innalza un cielo dai colori di un acceso tramonto, con blu, rosa e viola dominanti in lunghe striature. Le figure, volgendo le spalle a questo crepuscolo, avanzano verso la piena luce solare, traducendo nella contrapposizione esclusiva di questi due valori – la luce e l’ombra – il complesso di significati simbolici che Pellizza aveva delineato.

La tecnica divisionista

La ricerca formale è di altissima qualità: la tecnica divisionista con cui è condotta tutta la tela raggiunge effetti di estrema sapienza; le calde tonalità del piano della terra, con ocra e rosa di base, visualizzate da una trama di verdi, rossi e blu, a contrasto, si animano sulle figure nelle tonalità verdastre, rossastre dei vestiti dei contadini, intessuti di puntini precisi sulle camicie bianche e di filettature sugli abiti, fino alla vivace macchiettatura del controluce sulla parete quinta di sinistra e alle lunghe e ondulate segmentazioni del cielo. La struttura della composizione è perfettamente calibrata e conchiusa, le linee rette e ondulate si equilibrano suggerendo un avanzare lento, calmo e pacato; le figure grandi al vero e lo stacco vuoto in primo piano obbligano a una visione da una certa distanza, tanto che lo spettatore ha la sensazione di trovarsi non davanti a una tela, ma a una vera e propria massa di popolo che avanza inesorabilmente

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FONTE: “Storia dell’arte” 3 – Electa Bruno Mondadori

Foto: Rete

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