MEDIOEVO – “Non c’è posto per un’attività economica che non si ricolleghi alla morale” – E oggi?

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Nella società medioevale l’organizzazione economica della società era piuttosto statica. Gli artigiani si erano stretti in corporazioni già sin dal tardo Medioevo. Ogni maestro aveva sotto di sé uno o due apprendisti, e il numero dei maestri era proporzionato più o meno alle esigenze della comunità. Pur essendocene sempre alcuni che dovevano lottare duramente per guadagnarsi da vivere, nel complesso i membri della corporazione erano sicuri di poter vivere con il lavoro delle loro mani. Se facevano sedie, scarpe, pane, selle di buona qualità, potevano essere sicuri che questo bastava ad assicurargli una tranquilla esistenza al livello che la tradizione assegnava alla loro posizione sociale. Potevano affidarsi alle loro « buone opere », se usiamo il termine non nel suo significato teologico, ma nel suo elementare significato economico. Le corporazioni bloccavano la possibilità di una dura concorrenza tra i loro membri e costringevano alla collaborazione in materia di acquisto delle materie prime, di tecniche di produzione e di prezzi dei prodotti. Reagendo ad una certa tendenza all’idealizzazione del sistema corporativo e in genere di tutta la vita medioevale, alcuni storici hanno fatto osservare che le corporazioni erano sempre pervase da uno spirito monopolistico, volto a proteggere i vecchi membri e a escludere i nuovi venuti. La maggior parte degli autori, tuttavia, riconosce che le corporazioni, anche se si vuole evitare di idealizzarle, si fondavano sulla mutua collaborazione o offrivano ai loro membri una relativa sicurezza.

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In generale il commercio medioevale, come ha fatto notare Sombart, veniva svolto da una moltitudine di piccolissimi operatori. Il commercio al dettaglio e quello all’ingrosso non erano ancora separati, ed anche quei mercanti che si recavano all’estero, come i membri della Hanse della Germania settentrionale, si occupavano pure di vendite al minuto. Fino alla fine del quindicesimo secolo anche l’accumulazione del capitale procedeva lentamente. Così il piccolo commerciante godeva di una notevole sicurezza rispetto alla situazione economica del tardo Medioevo, allorché il grande capitale e il commercio monopolistico assunsero una crescente importanza. « Molto di ciò che ora è meccanico, dice il professor Tawney a proposito della vita della città medioevale, era a quel tempo personale, intimo e diretto, e non era pensabile un’organizzazione troppo vasta per i criteri che erano validi per gli individui, né una dottrina che mettesse a tacere gli scrupoli e chiudesse tutti i conti con l’argomento decisivo del vantaggio economico ».

Arriviamo così a un punto essenziale per la comprensione della posizione dell’individuo nella società medioevale: il pensiero etico sulle attività economiche, espresso non solo nelle dottrine della Chiesa cattolica, ma anche nelle leggi civili. Per questa parte accogliamo il quadro presentato da Tawney, perché non si può sospettare che egli abbia voluto idealizzare o rendere romantico il mondo medioevale. I postulati fondamentali della vita economica erano due: « Che gli interessi economici sono subordinati al vero fine della vita, che è la salvezza. E che la condotta economica è un aspetto della condotta personale, condizionato, come gli altri aspetti, dalle norme morali ».

Tawney illustra poi il punto di vista medioevale sulle attività economiche: « Le ricchezze materiali sono necessarie; esse hanno importanza strumentale, dato che senza di loro gli uomini non possono sostentarsi e aiutarsi a vicenda… Ma i moventi economici sono sospetti. Essendo potenti appetiti, gli uomini li temono, ma non sono tanto meschini da applaudirli…

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Nella teoria medioevale non c’è posto per un’attività economica che non si ricolleghi a un fine morale, e fondare una scienza della società sul postulato che il gusto del guadagno economico è una forza costante e misurabile, da accogliere, come le altre forze naturali, quale dato inevitabile ed evidente di per sé, sarebbe apparso al pensatore medioevale poco meno irrazionale e immorale che fare dell’esercizio illimitato dei necessari attributi umani, come l’aggressività e l’istinto sessuale, la premessa della filosofia sociale… I beni materiali, come dice Sant’Antonio, esistono per l’uomo, e non viceversa… Ad ogni passo, quindi, ci sono limiti, restrizioni, ammonimenti a non lasciare che gli interessi economici invadano la sfera delle cose serie. L’uomo ha il diritto di aspirare a quella ricchezza che gli è necessaria per vivere al suo livello. Volere di più non è intraprendenza, ma avarizia, e l’avarizia è un peccato mortale. L’attività economica è legittima; le diverse risorse dei diversi paesi dimostrano che è stata voluta dalla Provvidenza. Ma è un’attività pericolosa. Un uomo dev’esser certo di svolgerla per il vantaggio pubblico, e che i profitti che ne ricava non superino la remunerazione della sua fatica. La proprietà privata è un’istituzione necessaria, per lo meno in un mondo peccaminoso; gli uomini lavorano di più e litigano di meno quando i beni sono privati che quando sono comuni. Ma deve esser tollerata come una concessione all’umana fragilità, e non acclamata come di per sé desiderabile; l’ideale — solo che la natura dell’uomo potesse elevarsi fino ad esso -— è il comunismo. “Communis enim, ha scritto Graziano nel suo decretum, usus omnium quae sunt in hoc mundo omnibus hominibus esse debuit”. Infatti in ogni caso sul patrimonio gravano degli obblighi. Deve essere acquistato legittimamente. Deve stare nel maggior numero possibile di mani. Deve provvedere al sostentamento dei poveri. Il suo uso dev’essere per quanto possibile comune. I suoi proprietari debbono essere pronti a spartirlo con i bisognosi, anche se non sono proprio miseri ».

Queste vedute, pur esprimendo delle norme e non un quadro esatto della realtà della vita economica, rispecchiavano in qualche misura il reale spirito della società medioevale.

La relativa stabilità della posizione degli artigiani e dei mercanti, caratteristica della città medioevale, venne minata a poco a poco nel tardo Medioevo, finché venne meno del tutto nel sedicesimo secolo. Già nel quattordicesimo secolo — e anche prima — si era delineata una sempre maggiore differenziazione all’interno delle corporazioni, che continuò nonostante gli sforzi per arrestarla. Alcuni membri della corporazione possedevano più capitale degli altri e impiegavano cinque o sei lavoranti invece di uno o due. Assai presto certe corporazioni accolsero solo persone fornite di una certa quantità di capitale. Altre corporazioni divennero potenti monopoli volti a trarre ogni possibile vantaggio dalla loro posizione monopolistica e a sfruttare al massimo il cliente. Viceversa molti membri di corporazione si impoverirono e dovettero cercare di guadagnare denaro fuori della loro occupazione tradizionale; spesso divennero anche piccoli commercianti. Molti di loro avevano perso la loro indipendenza e sicurezza economica, mentre ancora si aggrappavano disperatamente all’ideale tradizionale dell’indipendenza economica.

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Da “FUGA DALLA LIBERTA’, di Erich Fromm – Edizioni di Comunità

Foto: Rete

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