Pellegrini e pellegrinaggi in Calabria

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II viaggio religioso è viaggio reale: insieme storico e mitico. È un viaggio per vie, luoghi, strade e sentieri noti, nello stesso tempo, viaggio attraverso percorsi «misteriosi», «invisibili», per itinerari affrontati con la mente, l’immaginazione, la visione, il sogno. Il viaggio religioso difende, protegge, sacralizza lo spazio noto, esorcizza l’ignoto, rende possibile il fondante e necessario incontro con i morti, attua il rapporto con la divinità, con i santi, con il Signore. Nello stesso tempo, fonda, regola, conferma, rinnova, modifica, altera rapporti sociali, economici, culturali che la comunità protetta ha stabilito al suo interno.

Orsomarsesi in pellegrinaggio alla Madonne del Monte di Novi Velia

«Siimi venuti de tantu luntanu… » («Siamo venuti da tanto lontano… »)> «Mi partu de ‘sta terra alla bonura mu vaju alla città de Siminara…» («Parto da questa terra di buon’ora per andare alla città di Seminara… »). Sono due incipit tra i mille registrati, dei canti che i fedeli intonavano nei pellegrinaggi che li portavano dal loro paese ai luoghi, alle «città», ai santuari di zone distanti, lontane a volte un centinaio di chilometri, quasi due giorni di cammino tra viaggio di andata e viaggio di ritorno. I canti narrano il sentimento della lontananza, la fatica del viaggio, la tensione verso un centro sacro, ma anche l’abitudine a muoversi, il piacere di spostarsi, di evadere.

Isolamento, chiusura, immobilità, paura di spostarsi, angoscia territoriale sono termini e categorie che, assunti in maniera assoluta e astorica, non convincono, appaiono quasi delle chiavi di lettura troppo agevoli e scontate per poter cogliere la ricchezza e le difficoltà della montagna. Non restituiscono fino in fondo la complessità, la mobilità, le contraddizioni dell’universo tradizionale, non precisano bene come e perché per secoli la vita delle popolazioni si sia potuta svolgere nelle zone interne. Forse bisogna adottare un altro punto di vista, interrogare altre fonti, percorrere altre strade, cercare nuovi indizi. Non certo per ribaltare quelle immagini, ma per renderle più problematiche, per attenuarle, per arricchirle. Forse, bisogna cercare di assumere con grande cautela lo sguardo e i comportamenti di coloro che per secoli hanno abitato le montagne e per cui le montagne hanno costituito non già barriera o desolazione, ma luoghi abitabili, coltivabili, umanizzati.

Fiera della Madonna del Pettoruto a San Sosti

Se adesso, fissando una carta della Calabria, segniamo i più importanti e noti luoghi di culto e di pellegrinaggio in età moderna e contemporanea, proviamo a tracciare non già gli itinerari a piedi (lavoro importante, ma improponibile in questa sede), ma gli istogrammi che li collegano ai diversi paesi, vedremo come tutto il territorio sia attraversato da linee che si collegano e s’incontrano, formando una trama ricca e colorata di mille punti che non lasciano fuori quasi nessuna zona della Calabria. Aggiungiamo poi i centri delle principali fiere, quasi sempre collocati all’interno, nelle aree collinari e montane. Se aggiungiamo anche i punti e

le linee relative alle feste e ai culti che hanno interesse locale e riguardano piccole aree e comuni limitrofi, ci renderemo conto come ogni più piccolo centro, ogni minuscolo villaggio fosse inserito in un reticolo complesso di viaggi, passaggi, spostamenti, movimenti di uomini, animali e cose. Anche i paesi più isolati avevano, almeno in certi periodi dell’anno e in precise occasioni, le loro vie di collegamento, i loro sentieri, le loro aperture al mondo circostante e ai luoghi lontani. Tutti i paesi erano luoghi di partenza, di arrivo, di ritorno.

Pellegrini alla Madonna del Pollino

La Calabria è interamente attraversata da innumerevoli «vie dei canti» che sono altrettante vie di comunicazione. Sono per lo più vie naturali di antica frequentazione, note ai locali o ai commercianti, ai venditori agli erranti delle zone vicine e che quasi sempre sfuggono a viaggiatori della tradizione del Grand tour che, a meno che non siano accompagnati da guide locali, prendono come punto di riferimento le coste e le marine disabitate e malariche fino alla prima metà dell’Ottocento e in alcuni casi fino agli anni Cinquanta del Novecento.

Gli itinerari dei pellegrini si snodavano lungo sentieri e scorciatoie, che tagliavano campagne, vallate, colline, monti. Costeggiavano o attraversavano corsi e letti di fiumi e di fiumare. Il viaggio, legato a fattori religiosi o commerciali, era impegnativo, faticoso, ma consentiva una conoscenza nuova del territorio, di appropriazione realistica e simbolica dei luoghi, assicurava un rapporto con la natura ed era occasione di scambi e di incontri. Comportava l’uscita dai paesi e l’avvio di scambi materiali e culturali. Le vie dei canti sono quasi sempre le più ragionevoli, le più facili, le più percorribili, le più brevi. Erano i percorsi sperimentati e tracciati nel corso di secoli, nella lunga durata, tenendo conto anche di possibili aggressioni e di pericoli di vario genere. Erano le vie disegnate dalla natura e dalla storia, dalla geografia e dall’organizzazione sociale dello spazio, dalle limitazioni dell’ambiente e dal sentimento dei luoghi. Escursionisti e ambientalisti che oggi riprendono le antiche vie dei pellegrini sanno bene come esse fossero le più comode, le più funzionali, talvolta le più belle dal punto di vista paesaggistico.

Attorno ai luoghi di culto vengono venduti e comprati prodotti, animali, attrezzi da lavoro, oggetti, indumenti, e allo stesso tempo si ascoltano i canti, le leggende, le informazioni e le novità. I luoghi di culto diventano centri di diffusione di notizie, di usanze, di pratiche da un punto all’altro della regione. Se le torri distribuite lungo le coste riescono ancora in epoca moderna a dare, in breve tempo e in luoghi distanti, l’allarme per le improvvise e devastanti incursioni dei turcheschi, i santuari sono tam-tam assordanti, centri di raccolta, elaborazione, irradiazione di racconti e saperi utili. Cantastorie, suonatori, uomini che leggono la fortuna, narratori di storie e di leggende, venditori delle merci più diverse, di difficile reperimento, diventano talvolta inconsapevoli veicoli di informazioni che in poco tempo penetrano in tutti i luoghi della regione.

In queste occasioni nascono legami, rapporti, amicizie, si organizzano fidanzamenti, matrimoni, comparaggi. Una rete di rapporti si sviluppa spesso tra abitanti di paesi lontani.

Fiera alla Festa dell’Assunta a Praia

I pellegrini compivano a piedi un viaggio lungo, a volte centinaia di chilometri, per entrare in contatto con la divinità. Era un viaggio duro, protetto e controllato in diversi modi: soste in luoghi noti e sacri, partenze collettive (gruppi di famiglie, parenti, amici, paesani), mangiate rituali, canti, balli che facilitavano uno spostamento in zone economiche e culturali diverse da quelle di provenienza. Il viaggio nei luoghi sacri, compiuto attraverso marce che potevano durare giorni, condensava momenti di intensa aggregazione sociale e momenti decisamente penitenziali, come nei viaggi compiuti a piedi scalzi, o in silenzio, o digiuni. Il viaggio comportava lo spostamento dallo spazio quotidiano e facilitava l’approssimarsi a una dimensione dall’altrove, non solo spaziale, ma anche culturale e psicologica.

II pellegrinaggio ai santuari svolgeva anche un’importante funzione sociale ed economica. Facilitava rapporti tra persone, rappresentava la sospensione di una quotidianità precaria, delle condizioni di «isolamento» in cui le comunità tradizionali versavano. Il viaggio verso la divinità era così viaggio verso altre persone, altre cose, altri luoghi, ritrovamento e rinascita di sé dopo una prova faticosa. Nonostante le trasformazioni subite, il pellegrinaggio è ancora oggi molto diffuso in numerosi santuari e località della Calabria. I luoghi più noti, che ho osservato a più riprese dalla fine degli anni Settanta in poi, sono Polsi, il Pollino, Riace, il Pettoruto. Ma di questo confluire di persone, manufatti, prodotti, usanze, tradizioni in un centro dell’interno attestano in epoca moderna tutti i principali luoghi di culto della regione.

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Da “TERRA INQUIETA”, di Vito Teti – Rubbettino

Foto: Rete

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