Un libro per amico: “PASSATO PROSSIMO”

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Questo libro si compone di due parti. La prima, dedicata alle origini di Roma e all’età arcaica, cerca di illuminare la condizione delle donne romane a partire dal tema del silenzio. Il silenzio femminile, ovviamente, vale a dire il silenzio imposto dai romani alle donne nel momento stesso in cui diedero vita all’organizzazione cittadina.  Questa prima parte, dunque, tratteggia le linee fondamentali della condizione femminile agli albori della città, anche attraverso il confronto con la condizione delle donne appartenenti agli ethne che contribuirono a formarla: le donne etrusche, le sabine, e quelle appartenenti alle città del Lazio diverse da Roma.

Anche se abbondantemente ampliata, rielaborata e aggiornata, questa prima parte prende lo spunto da una breve ricerca pubblicata nel 1985 con il titolo di Tacita Muta, dal nome di una divinità del Silenzio, assunta a simbolo dei molti doveri che gravavano sulle donne nei primi secoli di Roma: tra i quali, appunto, stava in primo luogo quello di non dimenticare che la parola era prerogativa maschile. Con la conseguenza, che inevitabilmente ne derivava, di una generale subalternità della popolazione femminile.

Una tesi, questa – va subito detto -, che non tutti condividono, e che, in particolare, è spesso stata contrastata da chi, nel secolo scorso come oggi, ha sostenuto o sostiene l’esistenza di una sorta di momento magico delle donne (non solo romane). In altre parole, di chi sostiene la storicità di un potere femminile che – con riferimento a Roma – avrebbe lasciato traccia nella dignità sociale e nel prestigio di cui le donne avrebbero goduto sin dalle origini della città.

Per contrastare questa tesi, dunque, e per cercare di dimostrare che il prestigio femminile, nella Roma arcaica, era solo un vuoto omaggio verbale, al quale non corrispondeva un atteggiamento di sostanziale rispetto, la prima parte del libro comprende un capitolo dedicato al ricorrente dibattito sul potere femminile, recentemente riproposto in una nuova veste – con enorme successo, e non solo tra gli specialisti – dall’archeologa Marija Gimbutas. Giungendo alla conclusione che, al di là del suo fascino, l’ipotesi del potere femminile si rivela storicamente indimostrabile.

La seconda parte, invece – dedicata, dopo la fine delle istituzioni monarchiche, ai secoli della Repubblica e agli anni in cui prese corpo il potere personale di Augusto -, cerca di cogliere i mutamenti della condizione femminile a partire dalla considerazione della nuova libertà di parola, della quale, per una serie di circostanze che cercheremo di individuare, le donne si trovarono in quei secoli a godere; sino al punto, in alcuni casi, di giungere a comporre orazioni e pronunziarle nei tribunali e, in via ancor più eccezionale, a scrivere poesie. In altre parole, la seconda parte del libro è dedicata alle donne vissute nel periodo della cosiddetta “emancipazione”, di cui – secondo gli uomini del loro tempo – le donne non esitarono ad abusare in ogni modo.

Di alcune di queste donne, poi, nei limiti del possibile, viene tratteggiata la figura, cercando di distinguere quel che di più o meno rispondente a realtà le fonti possono dire, e quel che invece riflette esclusivamente il modo in cui gli autori (ovviamente uomini) vedono e giudicano le donne emancipate. E per finire, il libro si conclude lasciando la parola a Sulpicia, l’unica voce femminile della letteratura classica. Meglio, l’unica donna di età classica di cui ci sono pervenute le opere. La sola che ci parla di sé senza intermediazioni maschili. Ed è questa, appunto, la ragione per la quale il libro si chiude con la sua storia. A una data politicamente rilevante, che coincidesse, ad esempio, con il passaggio da un regime politico a un altro (e cioè dalla Repubblica al Principato, ammesso che questa data possa essere individuata), ho preferito una data che, simbolicamente, e non solo, segnalasse la misura delle trasformazioni che investirono la vita delle donne. Da Tacita a Sulpicia.

Ma al di là del desiderio di ricordare alcune significative figure femminili, quel che questo libro si proponeva era, in primo luogo, di cercare una soluzione ad alcuni problemi ai quali, per quanto mi riguarda, ho sempre faticato a dare risposta: quali furono le circostanze che consentirono alle donne romane di passare da uno stato di totale assoggettamento agli uomini alla conquista di nuovi diritti e a una non certo illimitata, ma pur rimarchevole libertà? In che misura sfruttarono questa libertà? Se ne servirono solo per migliorare il loro status all’interno degli schemi tradizionali del rapporto tra sessi, o la usarono per mettere in discussione questi schemi, e per ottenere la sola vera libertà, che consiste nella possibilità di decidere della propria vita? E ancora: che effetto ebbe la loro emancipazione sulla vita delle donne che vennero una, due o tre generazioni più tardi?

Domande difficili, antiche e attualissime. Non viviamo forse in un momento in cui, dopo alcuni decenni di femminismo, molte delle conquiste fatte vengono rimesse in discussione, a volte anche da chi ha combattuto per ottenerle? Non viviamo forse in un momento in cui i modelli di vita cambiano per tutti, ma la divisione dei ruoli sessuali sembra, in alcuni momenti o quantomeno da alcuni, venir riproposta secondo i soliti, vecchi schemi, che credevamo definitivamente superati?

Ovviamente, nessun evento, nessuna situazione si ripropone mai negli stessi termini. Ma questo non impedisce che forse, alla luce di quanto vedremo, l’esperienza romana si presti ancor oggi a riflettere sul presente. E forse anche a cercare di immaginare il futuro.

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Dall’Introduzione – Eva Cantarella

DETTAGLI

Editore ‏ : ‎ Universale Economica.

Autore ‏ : ‎ Eva Cantarella

Copertina flessibile ‏ : ‎ 192 pagine

Prezzo ‏ : ‎ 10 euro

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