Il mondo dei Celti: i druidi

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I cosiddetti «druidi» (termine di controversa etimologia: potrebbe significare sia «i molto esperti», sia «gli esperti della quercia», con riferimento a pratiche mantiche che richiedevano l’impiego di rametti di quercia); di fatto, essi erano i gestori di ogni attività che comportasse atti di natura verbale e, quindi, di volta in volta, ci appaiono come sacerdoti, poeti, storici, giuristi (Cesare, De bello gallico vi, 14): «I druidi, di solito, non prendono parte alle guerre e non pagano tributi come gli altri, sono esentati dal servizio militare e dispensati da ogni altro onere. Con la prospettiva di così grandi privilegi, molti giovani si accostano spontaneamente a questa dottrina, molti altri vengono inviati dai loro genitori e parenti ad apprenderla. Presso i druidi, a quanto si dice, imparano a memoria un gran numero di versi. E alcuni proseguono gli studi per oltre vent’anni. Non ritengono lecito affidare i loro insegnamenti alla scrittura, mentre per quasi tutto il resto, per gli affari pubblici e privati, usano l’alfabeto greco. A mio parere, hanno stabilito così per due motivi: non vogliono che la loro dottrina venga divulgata tra il popolo, e neppure che i discepoli, fidando nella scrittura, esercitino la memoria con più scarso impegno».

Se, quindi, oggi non abbiamo testi indigeni che ci illuminino sulla religione celtica antica, ciò non dipende da distruzioni o perdite ma è in immediata connessione col fatto che tutta la teologia e la liturgia dei Celti venivano tramandate esclusivamente per tradizione orale da una generazione di druidi all’altra. Ma l’esistenza stessa di questi personaggi, in quanto tutori e difensori della specificità della cultura celtica, non era compatibile con l’inserimento del mondo celtico nell’ambito dell’impero romano, ed essi, quindi, furono oggetto di provvedimenti finalizzati alla loro scomparsa.

Dapprima Augusto vietò ai cittadini romani la pratica di quella che Svetonio chiamava «religione druidica»: i Galli che miravano ad ottenere la cittadinanza romana dovevano, quindi, rinunciare alla religione dei padri. Poi Tiberio con un senatoconsulto «eliminò» druidi, profeti e guaritori gallici: i governanti romani, cioè, avevano compreso che i druidi rappresentavano il pilastro della religione e della cultura gallica. Ma tale «eliminazione» non dovette essere risolutiva se fu il successore di Tiberio, Claudio, che si accingeva a concedere la cittadinanza a tutti i Galli, ad «abolire definitivamente», come dice Svetonio, quella religione «di bestiale efferatezza». Verso la metà del I secolo d.C. scompare così dalla Gallia, e in maniera irrimediabile, la piena e meditata conoscenza dell’antica religione indigena.

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Origine e riti

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La storia del collegio sacerdotale dei druidi, comune a quasi tutti i popoli celtici presenti in Gallia, Irlanda e Britannia dal II secolo a.C. al II d.C., è ricostruibile solo dalla documentazione letteraria classica e medievale che fornisce, tuttavia, informazioni parziali e spesso contraddittorie. La notizia riportata da Cesare che il sacerdozio fosse sorto in Britannia e di lì trapiantato in Gallia è smentita, ad esempio, da Plinio che attesta un percorso inverso di diffusione. I celtologi, di conseguenza, sono ancora oggi divisi fra l’ipotesi di un’origine preindoeuropea – di formazione cioè del sacerdozio all’interno delle popolazioni autoctone della Britannia, successivamente assimilato dai Celti conquistatori e da loro importato in Gallia intorno al 200 a.C. -e quella di un carattere celtico dell’istituzione, inseribile nel quadro della religiosità indoeuropea.

Poco noti sono anche i riti druidici. A parte la pratica dei sacrifici umani, descritta da Cesare, l’unico accenno ad un altro rituale compare in Plinio, che descrive un culto arboreo collegato ad elementi astronomici: la raccolta del vischio che spuntava sul tronco delle querce, i cui boschi erano sacri per i druidi che vi celebravano le loro cerimonie. Plinio racconta che un sacerdote vestito di bianco saliva sull’albero e tagliava il vischio con un falcetto d’oro nel sesto giorno della luna nuova, facendo cadere la pianta su un drappo candido. Seguiva l’immolazione rituale di due tori bianchi tra canti religiosi. Stando al geografo Pomponio Mela le dottrine dei druidi erano segrete e anche il loro insegnamento si svolgeva «in una grotta o in boschi remoti». Solo l’esistenza di una vita ultraterrena e l’immortalità dell’anima sarebbero state svelate a tutta la popolazione, perché in guerra combattesse con più eroismo. Per questa ragione, racconta lo scrittore, anche gli oggetti che potevano servire nell’Aldilà venivano arsi con le salme, molti sceglievano di gettarsi sui roghi funebri per ricongiungersi ai loro cari in una nuova vita e si prestava denaro rimborsabile ad inferos.

È ipotesi ormai classica quella di un legame fra il culto druidico e dei megaliti, in particolare dei menhir, molto diffusi nei territori abitati dai Celti. Le testimonianze antiche sulle conoscenze astronomiche dei druidi sono state poste in relazione con le ipotesi formulate negli anni Sessanta da Gerald Hawkins sul misterioso sito di Stonehenge, interpretato come un antichissimo calendario celeste in grado di prevedere, in base all’incidenza dei raggi solari tra i monoliti, cicli stagionali ed eclissi. Nonostante la carenza d’informazioni sui culti druidici e la difficoltà di decifrare il significato dei monumenti ad essi riferiti, gruppi di individui che si definiscono druidi si ritrovano a Stonehenge ogni anno, in occasione del solstizio d’estate, per celebrare riti che rievocano le antiche pratiche sacerdotali dei Celti nel

monumento che viene considerato un santuario del culto solare.

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Da “STORIA DELLE RELIGIONI” 8 – La Biblioteca di Repubblica

Foto: Rete

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