La pittura greca

-Olpe Chigi, Museo di Villa Giulia – Roma –

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Nell’antichità due sole culture artistiche avevano scoperto la pittura rendendola autonoma dal disegno: la civiltà greca tra il V e il IV secolo a.C. e la civiltà cinese tra il V e il VII secolo d.C. Nella pittura cinese vi è una continuità ininterrotta di tradizione, mentre la tradizione ellenica si infranse con il dissolvimento della civiltà classica.

Inoltre sono andate perdute le opere dei grandi pittori e gli scritti teorici che hanno accompagnato la “scoperta” della pittura. La problematica affrontata dalla grande pittura greca può essere quindi ricostruita dai pochi resti superstiti, dagli accenni in fonti letterarie più tarde e dai riflessi in altre produzioni artistiche, in particolare la ceramica figurata contemporanea, la decorazione parietale di età romana e, in qualche caso, anche il mosaico pavimentale. Un altro tipo di documentazione viene offerto dalle tombe etrusche dipinte, in particolare quelle di Tarquinia, che riflettono la pittura greca seguendone, con qualche ritardo, le tendenze, e adattandole alla cultura e al repertorio locale.

Dalle fonti letterarie possiamo ricavare una documentazione culturalmente importante: la pittura era l’arte guida tra le arti figurative, il che modifica l’impressione che la civiltà artistica classica fosse prevalentemente statuaria.

«La pittura greca fu grande pittura di cavalletto e in essa furono congiunte le conquiste del rendimento spaziale, con la prospettiva, lo scorcio, la gradazione dei toni, il chiaroscuro, l’impasto dei colori, i colori riflessi e il cangiantismo, problematiche rimaste interamente sconosciute a tutte le altre civiltà artistiche dell’area mediterranea. La conquista spaziale fu il problema centrale della pittura greca di età classica e la stessa scultura greca affrontò il rendimento della figura nello spazio non senza l’influenza della problematica che era stata posta nella pittura.» (R. Bianchi Bandinelli, Pittura, in Enciclopedia dell’Arte Antica, Rizzoli).

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Defunto seduto sulla propria tomba, lekythos da Eretria 430 a.C. – Atene, Museo nazionale

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L’interesse per il rendimento della figura che si muove nello spazio appare molto presto nella cultura figurativa greca, come per esempio testimonia la scena principale dell’0lpe Chigi con i guerrieri che compiono una conversione a ventaglio.

Dalle notizie delle fonti possiamo ricavare che tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C. vi è una svolta nella concezione del disegno pittorico legata ai nomi di Kimon, Mikon, Polignoto, Panainos. Vi è un ampio gruppo di vasi detti polignotei che danno il riflesso delle conquiste formali di questi pittori. Le loro opere erano ampie decorazioni murali con amazzonomachie o altre scene complesse. Di Polignoto sappiamo che rompe la tradizione della pittura a colori piani, compone le figure in cerchio con chiari accenni spaziali e le dispone su più livelli.

Il periodo da Polignoto a Parrasio porta al massimo sviluppo la pittura con contorno disegnato che arriva con Parrasio a quella che fu detta nel Rinascimento italiano “linea funzionale” e che ci è testimoniata da alcune bellissime lékythoi a fondo bianco.

Ad Apollodoro di Atene le fonti attribuiscono il perfezionamento della prospettiva su basi matematiche e con lui ha inizio un profondo mutamento: per la prima volta la pittura si avvia verso l’illusione naturalistica. La portata rivoluzionaria di questo passo  viene riflessa dalle fonti quando ci dicono che Zeusi progredì «attraverso le porte da lui aperte» e soprattutto da Platone che nelle sue opere polemizza contro l’arte nuova, illusionistica, che, invece di afferrare la realtà strutturale delle cose, cerca di renderne solo l’aspetto sensibile. L’attività di Zeusi si colloca intorno al 425 a.C. A lui si riferisce il noto aneddoto del fanciullo con l’uva che gli uccelli avrebbero scambiato per vera. Zeusi è già in pieno un pittore da cavalletto, cioè di quadri per lo più votivi.

Il IV secolo a.C. segna il trionfo della pittura greca; si distinguono due scuole: la scuola di Sicione (più tradizionale) e l’Attica (più aperta alle innovazioni).

Durante questo periodo si affrontano i problemi del colore, degli effetti di luce e della forma interamente pittorica. Il più famoso dei pittori greci, Apelle, oriundo della Ionia, visse alla corte di Alessandro Magno. L’artista viene descritto dalle fonti da una parte come pittore in punta di pennello, dall’altra come pittore che affronta effetti chiaroscurali e coloristici. Il problema dell’immersione della figura entro lo spazio viene risolto, nella seconda metà del IV secolo a.C., collocando le figure entro tre pareti di un ambiente, mentre verso la fine del secolo si aprono le pareti di fondo, mostrando prospetticamente altri ambienti successivi.

Alla fine del secolo si afferma un nuovo tipo di pittura detta “compendiaria”, attribuita a Fiiosseno di Eretria. È l’inizio di quella pittura a macchia che si svilupperà nell’ellenismo e sarà ancora viva nella pittura pompeiana.

Con il III secolo a.C. viene a mancare quasi completamente la testimonianza delle fonti letterarie e della contemporanea ceramica figurata. Possiamo pensare che la pittura ebbe uno sviluppo analogo a quello della scultura, soprattutto in questo periodo in cui la plastica cercò di farsi quanto più possibile pittorica. Delle conquiste e dello svolgimento della pittura ellenistica del III, II e inizi I secolo a.C. troviamo espressione nelle pitture romane della metà del I secolo a.C. in cui spesso si avverte la incompleta realizzazione dei temi pittorici proposti dal modello.

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Da “STORIA DELL’ARTE” 1  – Electa Bruno Mondadori

Foto: Rete

 

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