GRECIA- Fidanzamento, matrimonio, divorzio? Ci pensa papà

 

 

Allevate in casa dalle schiave, se appartenevano a una famiglia agiata (posto che in Grecia le donne, quando le condizioni economiche lo consentivano, non educavano i figli, neppure in tenera età), le ragazze non restavano a lungo nella casa paterna. Promesse in spose, in età a volte infantile (in un noto caso, all’età di cinque anni), esse attendevano il matrimonio, che, di regola, aveva luogo intorno ai quattordici anni o quindici, e le univa a un uomo che, sempre di regola, era attorno alla trentina. E, nel corso di questi anni, non ricevevano alcuna forma di educazione: né a scuola, ove non andavano, né a casa, ove trascorrevano il tempo ad apprendere i lavori femminili e (sempre che fossero di famiglia agiata) dedicandosi a passatempi che certo non contribuivano a sviluppare il loro intelletto, come le bambole (che al momento del matrimonio consacravano ad Artemide), il cerchio, la palla, la trottola e l’altalena.

Le cerimonie che accompagnavano i matrimoni (o, quantomeno, i matrimoni più fastosi) si protraevano per tre giorni. Il primo giorno il padre della sposa faceva offerte agli dei, la sposa offriva ad Artemide i suoi giochi infantili, e i due sposi facevano un bagno nuziale con acqua attinta a una fonte o a un fiume sacro. Il secondo giorno, il padre della sposa offriva un banchetto di nozze, al termine del quale la sposa, su un carro, veniva accompagnata nella casa maritale. Il terzo giorno infine la sposa, nella nuova casa, riceveva i doni nuziali. Ma nessuna di queste cerimonie aveva valore costitutivo del matrimonio, sotto il profilo giuridico. L’atto che rendeva legittimo il matrimonio, ad Atene (a partire dall’epoca di Solone), era infatti un atto che, come abbiamo visto, veniva a volte celebrato molti anni prima dell’inizio del matrimonio stesso, vale a dire la eggye (promessa). Alla eggye, in altri termini, e non ai riti nuziali, il diritto ricollegava l’effetto di trasformare una semplice coabitazione (syneinai) in un vero e proprio matrimonio (synoikein). Pur non dando vita al rapporto matrimoniale  (che nasceva solo quando si iniziava la convivenza) e pur non essendo giuridicamente vincolante (nel senso che non obbligava a contrarre matrimonio), la promessa era, insomma, “condizione di legittimità” del matrimonio stesso, ed era, di conseguenza, l’atto dalla cui celebrazione dipendeva la legittimità della filiazione. Ma, prima di proseguire, è necessario attirare l’attenzione su una particolarità del sistema matrimoniale greco, o quantomeno ateniese.

Ad Atene l’esistenza di un rapporto di parentela fra gli sposi non costituiva un ostacolo alla celebrazione del matrimonio, neppure quando il rapporto era stretto come quello che legava zio e nipote o, addirittura, fratello e sorella. Con una distinzione, però: mentre il matrimonio tra fratello e sorella consanguinei (vale a dire dallo stesso padre) era consentito, il matrimonio tra fratello e sorella uterini (vale a dire nati dalla stessa madre) era invece vietato.

Secondo alcuni, la spiegazione di questa regola starebbe nella storia. Il divieto di matrimonio tra fratelli uterini sarebbe infatti il residuo di un’organizzazione matrilineare, nella quale i figli della stessa madre non avrebbero potuto sposarsi perché membri della stessa famiglia, mentre nessun ostacolo vi sarebbe stato al matrimonio tra fratelli consanguinei, in quanto appartenenti a famiglie diverse.

Ma io credo che la regola possa trovare un’altra spiegazione.

Dando la figlia in sposa al fratello consanguineo, in realtà, il padre evitava di sottrarre al patrimonio familiare i beni necessari per darle una dote, che in questo caso restavano in famiglia: era il vantaggio patrimoniale che il gruppo ne traeva, forse, la vera ragione che induceva a superare un tabù che (nei casi in cui questo vantaggio non vi era) era vissuto con tutta l’angoscia testimoniata dal dramma di Edipo.

La regola e la sua ratio, concludendo, sono non poco illuminanti. Ben lontano dall’essere un rapporto personale ispirato da una scelta affettiva, il matrimonio era determinato da ragioni di tipo patrimoniale e sociale: necessità di mantenere intatto il patrimonio familiare (nel matrimonio tra fratelli), desiderio di stabilire o mantenere legami con altre famiglie (nel matrimonio fra estranei); in ogni caso valutazioni della famiglia, e non della sposa.

E veniamo ora alle condizioni di vita della donna sposata.

Confinata nella parte interna della casa (gynaikonitis), essa aveva ben poche possibilità di incontrare persone diverse dai familiari. Le compere infatti, ad Atene, venivano fatte dagli uomini. Ai banchetti, le mogli (così come del resto le madri, le sorelle e le figlie) non potevano partecipare. Agli spettacoli teatrali, molti ritengono (anche se la questione è controversa) che non fosse ammessa la presenza delle donne. “Le mie sorelle e nipoti – dice un cliente di Lisia – sono state educate così bene che sono imbarazzate dalla presenza di un uomo estraneo alla famiglia.”

Solo le donne delle classi più povere si muovevano con una certa libertà fra gli uomini, recandosi al mercato a vendere pane o verdura, o, nei demi dell’Attica, lavorando la terra e conducendo gli animali al mercato. Ma per le donne delle classi più abbienti vi erano poche occasioni, di incontrare estranei, vale a dire alcune cerimonie (feste pubbliche e funerali), per le quali, eccezionalmente, esse uscivano di casa, e delle quali i giovani ateniesi approfittavano per organizzare successivi incontri clandestini; come fece appunto Eratostene, che, avendo incontrato la moglie di Eufileto ai funerali della madre di questi, ne divenne l’amante e, come sappiamo, fu per questo ucciso.

Dedicando alla casa la maggior parte del suo tempo, dunque, la donna greca della classe alta o media trascorreva una vita vuota, priva di reali interessi e di vere gratificazioni, che non era neppure compensata dalla sicurezza che il suo rapporto con il marito fosse esclusivo. E questo non  solo perché era tutt’altro che raro che il marito avesse una relazione con un uomo (secondo un costume greco molto diffuso, sul quale torneremo), ma anche perché il marito, assai spesso, intratteneva anche altre relazioni femminili, socialmente e in parte anche giuridicamente riconosciute: come vedremo meglio più avanti, dopo aver completato questi cenni sul matrimonio con l’illustrazione delle regole in materia di divorzio.

Il sistema matrimoniale ateniese prevedeva (ovviamente, oltre alla morte) tre ipotesi diverse di scioglimento del matrimonio. Il primo, e certamente il più frequente, era il ripudio da parte del marito, detto apopempsis o ekpempsis, cui i mariti ricorrevano quando lo desideravano, senza alcun bisogno di giustificarne la ragione, con l’unica conseguenza di dover restituire la dote. Il secondo era l’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie, detto apoleipsìs.

Ma, nonostante fosse consentita dalla legge, la apoleipsis era non solo biasimata dal costume, anche qualora esistessero travi motivi, ma a volte addirittura ostacolata fisicamente ai mariti: come accadde, ad esempio, quando Alcibiade impedì alla moglie di recarsi dall’Arconte, per chiedere la necessaria autorizzazione. E, infine, vi era la cosiddetta aphairesis paterna, vale a dire l’atto con il quale il padre, sulla base di considerazioni sue, per lo più di carattere patrimoniale, decideva di interrompere il matrimonio della figlia.

Atto singolare, questo, per intendere il quale bisogna partire da un presupposto. Ciò che ad Atene segnava il passaggio definitivo nella famiglia del marito non era il matrimonio in sé, bensì la procreazione: solo se dava un figlio al marito e solo nel momento in cui questo accadeva, in altri termini, la donna entrava a far parte in modo irreversibile del nuovo oikos. Prima che questo accadesse, pertanto, il padre poteva in qualunque momento interrompere il suo matrimonio.

Ma v’è dell’altro: il padre della sposa non era la sola persona, diversa dai coniugi, che poteva interrompere un matrimonio già in atto. A volte il diritto di farlo spettava, sia pur in casi particolari, anche al parente più stretto della donna. […]

EVA CANTARELLA

 

Da “L’AMBIGUO MALANNO”, di Eva Cantarella – Feltrinelli

Foto: Rete

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