Le piante medicinali: un po’ di storia

 

E scritto nell’Ecclesiastico 38-4: “II Signore fa produrre i rimedi dalla terra; l’uomo assennato non li disprezza”.

Le più antiche civiltà conosciute, ben prima che le Sacre Scritture facessero riferimento alla fitoterapia, cioè alla cura delle malattie per mezzo dei vegetali, conoscevano le proprietà curative e l’uso che si poteva fare di talune piante. Da tempi immemorabili, l’innata paura degli esseri umani nei confronti delle malattie e delle sofferenze corporee ha stimolato l’umanità a ricercare e sfruttare le risorse naturali.

Infatti, in tutti i continenti, tutte le civiltà si sono dedicate, oltre che alla domesticazione e alla coltura di piante a scopi alimentari, alla ricerca di piante con proprietà terapeutiche. È interessante e rilevante come, attraverso i millenni, l’insieme di queste nozioni si sia approfondito, e anche diversificato, senza essere mai interamente dimenticato.

Si usava l’oppio, ricavato dal papavero, 4000 anni prima che se ne estraesse la morfina; e questo è un esempio della perennità di conoscenze, che, rimaste empiriche per lungo tempo, sono state, da qualche secolo, rese più profonde dal progresso della scienza moderna. Oggi, nonostante l’enorme sviluppo raggiunto dalla chemioterapia, la fitoterapia è sempre molto in uso; anzi, gode di rinnovato successo dopo la constatazione delle conseguenze nocive dovute all’abuso di prodotti chimici.

Achille medica Patroclo

 

I progressi della conoscenza e dell’utilizzazione delle piante medicinali si possono inquadrare in tre periodi. Le civiltà egiziana, greca e romana hanno trasmesso, soprattutto attraverso gli Arabi, numerose notizie empiriche ai popoli europei. Durante il Rinascimento, gli studiosi occidentali approfondirono la ricerca scientifica e, approfittando anche delle scoperte degli scienziati esploratori, svilupparono maggiormente le conoscenze acquisite, iniziando un lavoro di riordinamento rigoroso delle esperienze del passato. Dopo la fine del XVIII secolo, il rapido progresso della scienza moderna ha arricchito e diversificato straordinariamente la conoscenza dei vegetali, che hanno oggi il supporto della paleontologia, della geografia, della genetica, della istologia, della biochimica e della citologia.

Nel 1873, l’egittologo tedesco Georg Ebers venne in possesso di un voluminoso rotolo di papiri e, decifrandone l’introduzione, fu sorpreso della seguente frase: “Qui inizia il libro relativo alla preparazione dei rimedi per tutte le parti del corpo umano”. Questo scritto si rivelò il primo trattato medico egiziano conosciuto. Era costituito da una prima parte relativa alla cura delle malattie interne e da un elenco numeroso e straordinario di medicamenti. Si può affermare, quindi, che 2000 anni prima dei medici greci esisteva già una scuola medica egiziana in possesso di nozioni e di pratiche ben distinte dalle credenze religiose. Due delle ricette, contenute nei famosi rotoli di papiri di Georg Ebers, risalgono all’epoca della VI dinastia, vale a dire a 24 secoli prima della nascita di Cristo. Si è venuti a sapere, inoltre, che ai tempi dell’antico impero egizio, nei palazzi del faraone viveva e studiava un gruppo di medici già allora indirizzati a specializzazioni quali l’odontologia e l’oftalmologia. Ben più tardi, nel 450 a.C., Erodoto affermava: “In Egitto ogni medico cura una sola e determinata malattia perciò i medici sono numerosissimi”. Pressappoco nella stessa epoca, presso il tempio di Edfou (nell’Alto Egitto), si sviluppò una scuola di medicina dotata di un orto botanico ricco di piante medicinali.

Tra le piante maggiormente utilizzate dagli Egizi citiamo il ginepro, la coloquintide, il melograno, il seme di lino, il finocchio, l’acero, il cardamomo, il cumino, l’aglio, le foglie di senna, il giglio e il ricino. Un bassorilievo proveniente da Akhetaton raffigura una pianta medicinale, la mandragora, che acquisterà poi una grande importanza nella farmacopea del Medioevo. Gli Egizi conoscevano già le proprietà analgesiche del papavero, utilizzato per la preparazione di rimedi “contro le crisi che si prolungano in modo abnorme”.

Intervento chirurgico su un soldato romano – Pompei

 

Ancor più notevole è la conoscenza progressiva del dosaggio specifico di ogni droga: questa esperienza si estese alla fabbricazione e alla somministrazione di tutti i rimedi e si può affermare che nacque così la ricetta medica e la relativa posologia.

Le conoscenze mediche dell’antico Egitto si diffusero particolarmente in Mesopotamia. Nel 1924, l’assirologo dott. Reginald Campbell Thompson del British Museum di Londra riuscì a identificare ben 250 tra vegetali, minerali e sostanze diverse di cui i medici babilonesi utilizzavano le proprietà terapeutiche e, in particolare, la belladonna, somministrata contro gli spasmi, la tosse e l’asma. Alcune tavolette mesopotamiche citano la canapa indiana, della quale si conoscevano le proprietà analgesiche, che veniva prescritta contro la bronchite, i reumatismi e l’insonnia.

Ma furono soprattutto i Greci e, in seguito, per loro tramite, i Romani, che ereditarono le nozioni degli Egizi portandole a un più alto livello. Aristotele, spirito universale, si interessò di botanica e di scienze naturali; Ippocrate, sovente detto “il padre della medicina”, scrisse insieme con i suoi discepoli tutto il sapere medico dei suoi tempi nei trattati noti come Corpus Hippocraticum in cui è prescritto il rimedio vegetale per ogni malattia, oltre alla terapia relativa. Nel II secolo a.C. Catone il Vecchio nel suo trattato De re rustica cita 120 piante medicinali che egli stesso coltivava nel suo giardino. All’inizio dell’era cristiana, Dioscoride, nel suo trattato De materia medica, elencò più di 500 droghe di origine vegetale, minerale o animale; come i suoi predecessori, si prodigò per distinguere il razionale dall’irrazionale. Plinio il Vecchio non ebbe questo scrupolo scientifico; infatti, nella sua monumentale Naturalis Historia inserisce, a volte, descrizioni un po’ fantasiose. Il greco Galeno, poi, la cui influenza sarà duratura come quella di Ippocrate, legherà il suo nome a quella che ancora oggi è chiamata “Scuola galenica” oppure “Farmacia galenica”. Praticamente, vengono distinti l’impiego di “piante spontanee” essiccate e i “preparati galenici” per i quali si usano solventi come alcol, acqua, aceto per concentrare i principi attivi della droga, che vengono usati per la preparazione di unguenti, impiastri e altri preparati galenici.

 

In Occidente, dopo la caduta dell’Impero romano e durante il Medioevo, non ci furono rapidi progressi nel campo scientifico. Scienza, magia e stregoneria, tendono spesso a confondersi: le droghe come il giusquiamo, la belladonna e la mandragora sono considerate piante d’origine diabolica. Infatti, Giovanna d’Arco sarà accusata di aver tormentato gli Inglesi per la forza e la virtù magica di una radice di mandragora celata sotto la sua corazza. Non si deve credere però, che, durante il Medioevo, si perdano tutte le conoscenze acquisite nei millenni precedenti. I monaci, profondi conoscitori del latino e del greco, furono i depositari del sapere del passato; parecchi monasteri vantavano i loro “giardini dei semplici”, cioè di erbe medicinali, dove coltivavano le piante necessarie per la cura dei malati. Viene tramandato il ricordo della suora benedettina ricordata come la santa guaritrice Ildegarda, i cui trattati, noti con il nome di Physica, non si limitano a riassumere le antiche cognizioni, ma, per la prima volta, mettono in luce alcune piante come la pilosella o l’arnica. Durante il Medioevo, la medicina fu dominata dalla Scuola di Salerno: gli studiosi di quella scuola divulgarono, tramite scienziati, come Avicenna, Avenzoar, Ibn-el-Beithar, e testi arabi, innumerevoli opere della medicina greca. All’inizio del XII secolo, Ruggero da Salerno diede grande impulso alla chirurgiadi quei tempi. (Continua)

 

Da “SEGRETI E VIRTU’ DELLE PIANTE MEDICINALI” –  Selezione dal Reader’s Digest

Foto: Rete

 

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