Un’alleanza divide la sinistra –

Stavolta non ci sono state le lacrime di Marida Bolognesi che baciava il rospo Dini (1995), la caustica stretta di mano a Montecitorio fra Cossutta e Diliberto sopra la testa di un livido Bertinotti (1998); non c’è stato il depennamento dalle liste come fu per il trotzkista Ferrando (2006) che tifava insorgenza irachena né l’espulsione detta «allontanamento» che toccò al trotzkista di opposta fazione Turigliatto che sfiduciava Prodi (2007). Soprattutto, non c’è stato il feroce volo di stracci di Chianciano (2009), dopo il disastro dell’Arcobaleno, Ferrero vince giurando «mai più» con un governo come quello di cui era ministro, Vendola promette di non uscire da un partito «che però ormai è morto». L’ultima scissione, consumata ieri nella sede storica della Rifondazione comunista, ristretta dalla crisi di soldi e di voti, è una separazione «civile e affettuosa, di due coniugi maturi, dispiaciuti più che arrabbiati di non amarsi più», come spiega Elias Vacca, avvocato ed ex deputato Pdci. Che poi vera scissione non è: la Federazione della sinistra, nata nel 2009 da nuove nozze fra Prc e Pdci dopo dieci anni di divorzio, roba da BurtonTaylor (ma ci sono anche Socialismo 2000 di Salvi e i sindacalisti di Patta, oggi uniti nel movimento per il partito dei lavoratori), assicura che i pluriseparati continueranno a coabitare: sui referendum e sulle amministrative. Ma non sul core business della politica, il voto del 2013. Del resto che le distanze fossero fossati «lo sapevamo dall’inizio», spiega Claudio Grassi, numero due Prc. «E rinunciare a costruire un soggetto unitario, accettando la regressione a cartello elettorale, le ha accentuate». Da mesi Diliberto e Salvi dialogano con il Pd bersaniano mentre Ferrero predica una Syriza italiana per la sinistra rossa, rosa, arancione e blu-Fiom fino a quel che resta dell’Idv: come alle regionali siciliane. «Appunto», commenta chi guarda al Pd. Ieri, al consiglio politico, la componente Prc ha chiesto di sottoporre la scelta delle alleanze al referendum degli iscritti, «sul modello di Izquierda Unida, per salvare la federazione», spiega Ferrero, che nella base ha la maggioranza. Ma non negli organismi: proposta bocciata. È finita in una separazione consensuale: nessun voto, nessun insulto, anzi tante parole di comprensione reciproca. La frattura è sulla strategia, come si dice nelle case comuniste – da una parte l’alleanza di centrosinistra con il Pd filomontiano, dall’altra la sinistra radicale con le altre radicalità in circolazione. Ma stavolta tutti tengono i toni bassi. «Abbiamo proposte politiche diverse, ma non sui principi, per questo possiamo prendere due strade senza rompere un filo comune. Anche perché la variabile della legge elettorale rende tutti i campi ancora vaghi. Anche Ferrero fa una scelta difficile: che farà De Magistris, e Di Pietro, e le liste arancioni?», dice Salvi, ex ds. «Non è con lo splendido isolamento che le sinistre risorgeranno in Italia. Vogliamo provare a riportare i comunisti in parlamento, ricostruire percorsi unitari a sinistra», spiega Diliberto, formazione amendoliana e frontista da sempre, «Bersani ha ridato un segno socialdemocratico al Pd. Vuol provare ad archiviare il governo Monti e il neoliberismo. Non a caso, soprattutto grazie a Vendola, la carta d’intenti non contiene più il riferimento a Monti che, invece, c’era nella prima versione». Ferrero per la sua strada, dunque, Salvi e Pdci invece su quella del centrosinistra. Che a sua volta potrebbe non essere la stessa: l’ex ds deve decidere se alle primarie appoggiare Bersani dal primo turno; il segretario Pdci invece avrà «una settimana di consultazioni politiche». Ma sembra orientato ad appoggiare Vendola. Scelta delicata, quella del candidato al primo turno: da lì si parte per aprire «il dialogo» sulle candidature. Su questo, dal Nazareno e da Sel bocche cucite. L’appoggio ai gazebo è cosa gradita, ma da qui a imbarcare la falce e martello ce ne corre. Soprattutto per Bersani. I rapporti fra ex compagni-avversari (Pdci di derivazione cossuttiana e Sel di derivazione bertinottiana) invece non sono pessimi, rottamati ormai i padri nobili. Ma fra i vendoliani c’è chi si dice pronto a fare «ragionamenti politici» ma non «certo sulle nomenklature». Ed anche per queste ragioni stavolta la separazione è stata così civile: l’ennesimo litigio fratricida a sinistra avrebbe sfinito l’elettorato già sofferente. E poi tanto per il Prc quanto per il Pdci (e per Salvi) le alleanze potrebbero, alla fine, non andare in porto, e la Federazione resta un tetto, mesto ma sicuro. Appunto, come un matrimonio di convenienza, fra adulti laici, disincantati, e non precisamente innamorati.

Daniela Preziosi

Fonte: Il Manifesto

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