CHI VOTARE? Qualche idea che faciliti la scelta anche ai dubbiosi

La tentazione del non voto è questa volta più forte che mai, diffusa e sostenuta da mille ragioni che per un lettore di MicroMega non sono neppure da richiamare. Ma il non voto è impossibile. È tecnicamente impossibile. Chi non si reca alle urne, o annulla la scheda o vota scheda bianca si illude di «avergliele cantate» a quelli lì (sarebbero i politicanti della Casta, messi tutti nello stesso fascio), ma il risultato del suo «non voto», l’effetto pratico, è quello di aver votato in proporzione a come hanno votato gli altri italiani. Il suo «non voto» è il voto per eccellenza conforme alla media degli italiani votanti, un voto fotocopia, il massimo del conformismo, checché ciascuno racconti alla propria anima.

Il «non voto» avrebbe un effetto punitivo sui partiti solo se un numero di seggi proporzionali ai non voti o voti non validi fosse assegnato per sorteggio (proposta che ho avanzato ma che ovviamente nessun politico e nessun politologo d’ordinanza ha provato a discutere).

Votare è inevitabile, perciò. Si vota anche col «non voto», delegandolo a quelli che votano (compresi quelli che votano il lepenista Berlusconi, Bilderberg Monti e altri Calderoli).

Chi votare, allora, visto che sottrarsi è illusorio? E visto che nessuna tra le liste presentate può essere davvero rappresentativa dei valori «giustizia e libertà» che questa rivista approfondisce fin dalla sua nascita, e che nel decennio trascorso ha contribuito a far diventare anche lotta e azione di massa, dal Palavobis a Campo de’ Fiori (manifestazione per il diritto all’eutanasia)?

Questa volta non c’è, per fortuna, l’incubo di una vittoria putiniana che avrebbe seppellito la Costituzione repubblicana e avviato la trasformazione delle macerie cui Berlusconi ha ridotto il paese in fascismo vero e proprio (anche se in luccicante veste postmoderna). Non incombendo perciò il fascio-berlusconismo, non ha senso un voto condizionato dalla paura. Bisogna votare chi è meno distante dai valori di «giustizia e libertà» dei movimenti di lotta e di opinione del decennio trascorso.

Votare Pd significa votare per l’Agenda Monti inzuccherata da una coltre nemmeno troppo spessa di ipocrisia e belle chiacchiere. Che il programma di Monti e quello di Bersani siano praticamente sovrapponibili è l’insistita tesi di Eugenio Scalfari, che qui ha, eccezionalmente, ragione da vendere. E che proprio per questo appoggia Bersani col cieco entusiasmo ormonale di una verginella alla prima cotta. Incomprensibile è perciò Sel, che snocciola quotidianamente, con la fastidiosa «poeticità» di Vendola, intenti di segno opposto, ma i cui voti andranno all’ammasso del governo Bersani, il cui programma squisitamente scalfarian-montiano è stato del resto legittimato dalle primarie e con ciò divenuto quello di tutta la coalizione.

In questo ambito meno ancora si capisce la candidatura in Sel, anche se nobilitata dall’etichetta «indipendente», di Giorgio Airaudo, straordinario dirigente sindacale, numero 2 della Fiom, che sa benissimo come nessuna, ma proprio nessuna, delle rivendicazioni Fiom, saranno accolte dal governo Bersani (che non ne fa mistero, e ha voluto come fiore all’occhiello l’ex direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli). Col suo prestigio contribuirà alla nascita di un governo che avrà la Fiom e i lavoratori in gran dispetto, e farà una politica antioperaia che se non è Marchionne è pan bagnato. Che logica c’è?

Le liste del M5S sono piene di bravissime persone, di giovani dalle migliori intenzioni, qualcuno nato anche nel crogiuolo delle lotte degli scorsi anni. Ma la selezione che li ha candidati ha una dignità che è perfino inferiore a quella del sorteggio (procedura niente affatto disprezzabile, sia chiaro, dalla Grecia di Pericle alle attuali giurie dei processi anglosassoni), visto che si è stati scelti per un pugno di voti (l’unità di misura era la decina) grazie al consenso degli amici-facebook, sulla base di autopresentazioni video spesso imbarazzanti. Inoltre c’è Grillo (con Casaleggio), senza il quale il movimento neppure esisterebbe e che resta motore e fondamento della sua esistenza, il che tuttavia vanifica ogni retorica su «uno vale uno» e mette M5S in balia degli umori del padre padrone e delle sue idiosincrasie che troppe volte si tingono di qualunquismo.

La novità, anche in termini cronologici, è la lista Rivoluzione civile di Antonio Ingroia. Una grande occasione dissipata. Facciamo un semplice esperimento mentale. Anche andasse a gonfie vele (è la mia speranza), questa non potrebbe superare il 10 per cento dei deputati alla Camera, e molto meno al Senato. Dei quasi mille candidati, oltre 900 sono insomma sicuri di non essere eletti. Immaginiamo che Ingroia (dopo aver sottolineato che nessun dirigente di partito o partitino sarebbe entrato nelle liste) avesse perciò rivolto a un numero equivalente di personalità della società civile l’invito a impegnarsi come candidati testimonial: nessuno avrebbe potuto rivolgere loro l’accusa di brigare una poltrona, vista la certezza di non essere eletti, ma la loro presenza avrebbe evidenziato come il meglio della società italiana, delle sue lotte democratiche, delle sue energie morali e delle sue competenze professionali si riconoscesse in una lista davvero inedita, capace di volgere in positivo il mare di indignazione e rabbia contro la partitocrazia che la stessa, e i suoi aedi mediatici, bolla di «antipolitica» e costituisce invece solo la crescente volontà di Altrapolitica.

Pensate ai novecento più bei nomi della «democrazia presa sul serio», dai più ovvi ai più sorprendenti, e l’impatto straordinario che ciò avrebbe avuto per fare da catalizzatore e moltiplicatore di una campagna elettorale. Novecento «partigiani della Costituzione» che si rivolgono ai cittadini con tutto il peso della credibilità e della stima legata ai loro nomi per una vita di impegno civile e/o di eccellenza professionale, invitandoli a fondare club, raccogliere firme, proporsi come volontari nella campagna elettorale e nello scrutinio, mobilitarsi nelle piazze e nel web, agendo da opinion makers ciascuno nel proprio ambito di influenza, dal quartiere alla scuola, dalla fabbrica agli amici.

Credo che sarebbe davvero successo un Big Bang politico, che avrebbe eclissato quello di Grillo, che avrebbe richiamato alle urne masse di cittadini disillusi e stanchi, che avrebbe stabilito parametri inequivocabili e da nessuna altra lista neppure approssimabili, di novità radicale, di serietà programmatica e di credibilità. Invece, alcune bellissime candidature, impastate con logore personalità di un «arcobaleno» stantio, e mi fermo qui.

Tanto più malinconico, questo piccolo cabotaggio, che nel frattempo si è realizzata la più inattesa delle vittorie, per la società civile che in questi anni ha lottato nel disprezzo o peggio nel silenzio dei media asserviti alla partitocrazia: il ritorno della questione morale al centro della scena pubblica. Mentre scrivo, nessuno dei «grandi» editorialisti dei «grandi» quotidiani si è sentito in dovere di analizzare la svolta clamorosa avvenuta nel «sentire comune», visto che solo pochi giorni prima nessuno avrebbe scommesso il proverbiale nichelino bucato su Berlusconi che caccia dalle liste Dell’Utri e Cosentino (avrebbero detto che erano wishful thinking di giustizialisti in preda all’acido lisergico), e nemmeno sulla cancellazione dalle liste Pd di tre «impresentabili» (i più potenti) su una decina.

Sono i sondaggi che hanno fatto il miracolo, cioè la rilevazione ripetuta che zone crescenti di cittadini decideranno il proprio voto privilegiando la questione morale. Il che significa che non c’è solo l’Agenda Monti, e la sua versione agghindata Agenda Bersani, c’è l’Agenda Mani Pulite, e rimarrà centrale (insieme all’Agenda Fiom sui diritti dei lavoratori) per tutta la prossima legislatura.

Legislatura che potrebbe essere anche breve, viste le contraddizioni in cui tutte le principali forze politiche sono avvitate. E visto che su legalità, lavoro, informazione si aprirà immediatamente lo scontro. Con un Pd che in tempi rapidissimi entrerà in tensione e poi in rotta di collisione con settori molto ampi del suo elettorato; con i branchi berlusconiani (i facoceri – famiglia dei Suidi – li chiama affettuosamente Il Foglio di Giuliano Ferrara, scambiando per civettuola ironia quella che è proprio esattezza zoologica) che cominceranno lo smottamento e il si-salvi-chi-può dopo la sentenza Ruby; e con l’opposizione dei cento/duecento parlamentari grillini che rapidamente sarà costretta a sottrarsi agli ukase isolazionisti e no-tv del leader Beppe ed entrerà in fibrillazione e scomposizione.

In questo quadro di prevedibilissima instabilità, i temi del lavoro, del contrasto alle mafie e alla corruzione, dell’informazione, innescheranno nuove lotte, crogiuolo per quella forza politica «giustizia e libertà» la cui invenzione ab imosarà più che mai all’ordine del giorno. Aggiungiamo il tema della laicità, che diventerà cruciale, perché in parlamento ci sarà finalmente di nuovo una maggioranza largamente laica (considerando che ai tre quarti del Pd e di Sel si aggiungono quasi tutti gli eletti di M5S, di Ingroia e parte del centro). Bersani dovrà assumersi in prima persona la responsabilità di un eventuale persistente (e sciagurato) «bacio della pantofola», senza più nascondersi dietro al dito delle componenti cattoliche. Dovrà decidere, sul matrimonio omosessuale e sull’eutanasia, se stare con le moderatissime sinistre europee, che su tali temi procedono a tappe forzate, schiantando ogni resistenza clericale, o se invece vorrà prostrarsi di fronte alle Loro Eminenze di turno. La società civile, può starne certo il leader Pd, non resterà accidiosa, avrà gli atout migliori dai tempi dei referendum radicali a oggi, e li giocherà nelle piazze con la doverosità che queste battaglie di civiltà esigono.

P.S. Come si sarà capito, voterò Rivoluzione civile. Certamente alla Camera, mentre al Senato, se nella mia regione ci fosse assoluta certezza che non potrà raggiungere il quorum, voterò M5S.

di Paolo Flores d’Arcais

Da http://temi.repubblica.it/micromega-online/un-salto-nel-voto/

Foto: web

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