1911 – Gli untori di Verbicaro, uccisi perchè spandevano la “polverina” per diffondere il colera

Agosto 1911 a Verbicaro, paesino abbarbicato sulle pendici dell’Appennino paolano,  l’Italia giolittiana presa dal fervore per la prossima avventura di Tripoli

e dai festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dell’Unità, è scossa dalle notizie prima frammentarie, poi sempre più precise, provenienti da Verbicaro, che parlano di un’insurrezione popolare, con  morti e feriti, contro le autorità comunali accusate di aver avvelenato gli abitanti con la “polverina” del colera. Arriva persino il celebre inviato del “Corriere della sera”, Luigi Barzini  che, spacciandosi per commerciante, cerca di capire la storia.

Verbicaro, dominata da due famiglie che controllano il potere indifferenti al bene della collettività, aveva già patito un’epidemia di colera nel 1855. E in quell’occasione, l’allora  sindaco del paese, Giuseppe Guaragna, era stato linciato dalla folla inferocita. Nel gennaio del 1911 dalla fontana del paese sgorga acqua sporca. Le analisi confermano l’inquinamento. Ma nessun provvedimento viene preso dalle autorità. Il 21 agosto dello stesso anno, si manifestano improvvisamente 21 casi di colera, con 13 decessi. La situazione peggiora nei giorni successivi. I cadaveri rimangono insepolti. La popolazione è convinta che la causa del morbo derivi dalla “purviriedda” che il sindaco, con la complicità dei carabinieri e dell’arciprete, ha sparso su ordine del governo che vuole sfoltire la popolazione, ritenuta eccessiva. Vengono individuati dei testimoni che sostengono di aver visto gli untori  diffondere il veleno: chi sostiene attraverso i fuochi d’artificio, chi da una polverina confezionata da alcuni emigrati rientrati dall’America.

La situazione precipita. Il 27 agosto, una folla inferocita e armata di roncole e fucili composta da 1200 persone distrugge l’ufficio del telegrafo e incendia il municipio. Durante i tumulti viene ammazzato un impiegato comunale, Agostino Amoroso, reo di aver eseguito le operazioni del censimento: un contadino gli stacca la testa con una roncola. Nello stesso giorno vengono uccise altre due persone, tra cui il pretore di Scalea, fulminato da un attacco di sincope dopo aver affrontato dei contadini armati. La rivolta si placa nel pomeriggio, quando i rivoltosi si danno alla fuga per sfuggire alla repressione. I carabinieri e la Croce rossa, giunti dal capoluogo, isolano il paese, che improvvisamente balza all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale diventando un caso. Gli inviati dei giornali nazionali scoprono un “paese selvaggio”. Parole piene di pregiudizi che risuonano insieme alla parola “superstizione” anche nella sentenza del tribunale di Cosenza che condannò, il 6 giugno dell’anno successivo, i responsabili della rivolta.

Fonte: http://essetotaro.altervista.org/

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Nell’estate del 1911, esplode a Verbicaro una tragica rivolta che per la sua violenza e brutalità riesce ad impressionare l’opinione pubblica nazionale ed internazionale. La popolazione infatti, in seguito ad un’epidemia di colera percepita come un criminale prodotto sociale, ossia come il risultato dell’azione malvagia di uomini, in primis il sindaco, che avrebbero sparso una “polveretta” velenosa nelle acque del paese per eliminare la popolazione in eccesso dopo l’esito del censimento, si ribella invadendo le strade del paese e protestando contro le autorità locali.

Ma quello che fa la differenza rispetto alle epidemie passate e che fa tanto parlare della rivolta di Verbicaro è il diverso contesto storico.

Siamo nel 1911 e le affermazioni dei cittadini di Verbicaro risultano scandalose nell’epoca giolittiana che proietta il Paese sulla via dell’Industrialismo e della modernità, per una Italia che vuole essere urbana, civile e borghese.

La rivolta di Verbicaro viene allora identificata come la manifestazione del primitivismo barbaro di una Calabria brigantesca e violenta. La presa di distanza dalle “selvaggerie di Verbicaro” da parte delle istituzione e dell’opinione pubblica, diventa ancora più netta se si considera che nel 1911 si festeggia il primo cinquantenario dell’Unità d’Italia e che la rivolta scoppia esattamente un mese prima dell’inizio della guerra italo-turca per la conquista della Libia.

L’epidemia colerica, che nel 1911 imperversa in Italia e in Europa, in realtà, si inserisce nella situazione politica ed economica italiana come un ulteriore elemento destabilizzante. Le autorità sono a conoscenza della gravità della situazione ma non affrontano il problema con l’urgenza dovuta.

Giovanni Giolitti, in particolare, non si preoccupa tanto della salute pubblica quanto della stabilità politica del regime e in un intervento su “La Stampa” del martedì 29 agosto 1911, il giorno dopo il tumulto, per tranquillizzare gli italiani sullo stato della salute pubblica liquidò i fatti di Verbicaro come “un episodio di follia collettiva piuttosto un caso di malattia cerebrale anziché di malattia intestinale”.

La rivolta, è caratterizzata dall’intensa azione repressiva e non dal tentativo di combatterne la causa. Pur conoscendo la situazione sanitaria nessuno si preoccupa o si adopera per ridurre o evitare il dilagare dell’epidemia, e il problema si riduce ad una questione meramente burocratica.

L’intervento del governo nazionale fu diretto e autoritario, e Verbicaro viene occupata dall’esercito per ben tre anni! Militi e non medicinali furono inviati.

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Fonte: http://www.bibliotecaverbicaro.it/la-rivolta.html

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