STORIA DEL TESORO DELLA GROTTA DI MIRCURO – (Prima parte)

Grotta di Mircuro

Grotta di Mircuro

Alcune storie hanno accompagnato l’infanzia di generazioni di orsomarsesi, quando la televisione non occupava il mondo dell’immaginario e gli anziani sapevano rendere dolcissime le serate d’inverno attorno al focolare, con i loro racconti.

 

Ne cito due: il camminamento segreto e sotterraneo che collegava la grotta di Frassaniddu con quella di Mircuro, luogo degli  accadimenti più mirabolanti, e quella del tesoro di Mircuro.

Quest’ultima credevo fosse solo una leggenda, una delle tante germinate dalla cultura popolare nostrana.

Raccontava di un tesoro nascosto. Per trovarlo era necessario sacrificare un bambino.

Agli inizi degli anni ’30,  però, questa storia turbò la mente dei membri di una famiglia che arrivarono all’infanticidio.

Ecco la ricostruzione che ne venne  fatta in tribunale.

L’ho presa dal libro “I DELITTI DELLA POVERA GENTE” di G. Caputo.

Devo questo materiale alla cortesia di Pietro Rotondaro e dell’avv. Giuseppe Arieta, ai quali va il mio ringraziamento.

 

 

PRIMA PARTE

 

Gli avvenimenti

La mattina del 22 febbraio 1933 il Capo stazione di Verbicaro rinvenne, nei pressi della stazione, sul binario della strada ferrata, il cadavere di un giovinetto, che giaceva trasversalmente alle rotaie, decapitato, mentre la testa si trovava fuori del binario a circa cinquanta metri dal corpo, nella stessa direzione. Chiamati i Carabinieri del vicino Comando di Stazione, fu subito chiaro che non poteva trattarsi di un investimento, sia per la posizione dei miseri resti, sia per la natura delle ferite, e sia infine perla mancanza di tracce di sangue.

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Infatti apparve chiaro che la testa era stata recisa dal busto con un taglio a margini netti e quindi con un coltello, mentre nella ragione occipitale si riscontrò una grave lesione del cuoio capelluto che lasciava scoperto l’osso occipitale ed anche una parte del parietale dello stesso lato; l’esame necroscopico rilevò che la morte era stata prodotta dalla ferita che aveva reciso la testa dal busto e che la ferita occipitale aveva potuto produrre soltanto una perdita temporanea di coscienza.

La vittima venne subito identificata per il giovanotto Accurso Pasquale di Vito, da Verbicaro, che abitava in un casolare nell’agro di quel comune, con la famiglia composta dal padre Accurso Vito di anni 65, dalla madre Spingola Maria di anni 48, delle sorelle Accurso Giuseppa di anni 28, Accurso Doralba di anni 25, del fratello Accurso Vincenzo di anni 20. Coabitava con la famiglia Accurso tale Ferruccio Eduardo, di ignoti, da Sambiase, fidanzato od amante della Doralba.

Iniziatesi le indagini sul fatto, che aveva destato enorme raccapriccio ed emozione, i primi sospetti sorsero nei confronti del Ferruccio Eduardo e del Vincenzo Accurso, per il loro contegno e per talune conversazioni che vennero udite da testimoni e dai Carabinieri, cosicché si procedette al loro fermo; essi vennero interrogati dai Carabinieri e dal Pretore Giordanelli, incaricato dell’ inchiesta e dopo due giorni essi confessarono che, usciti dalla loro abitazione alla ricerca del Pasquale, che non era tornato a casa, lo ritrovarono nei pressi della frazione Cipollina del comune di Grisolia, ma che il ragazzo, non volendo tornare a casa, si mise a correre, ed allora il Vincenzo gli tirò un sasso che lo colpì alla regione occipitale provocandogli uno svenimento che, ai due, apparve come la morte.

Credendolo morto, e per sfuggire alla responsabilità, avevano pensato di simulare un investimento ed avevano recisa la testa del presunto cadavere, trasportando poi i poveri resti nei pressi della stazione di Verbicaro, sistemandoli in modo da far credere ad un investimento.

Questa confessione per altro non convinse il Pretore, anche perché tra i due nacquero dei contrasti circa l’ uccisione del povero Pasquale, della cui morte si palleggiavano la responsabilità. Inoltre i due raccontarono che, tornati a casa verso le quattro del mattino e narrato il fatto, la famiglia, dopo avere levato alte grida di dolore, per salvare il Vincenzo, concertò di dire che i ragazzi erano tornati a casa la sera prima; il che valse l’arresto di tutta la famiglia per il reato di favoreggiamento.

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