UN LIBRO PER AMICO – – “Prima lezione di storia della lingua italiana” di Luca Serianni,

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La Prima lezione di storia della lingua italiana di Luca Serianni, già autore per la stessa collana di Laterza della Prima lezione di grammatica italiana, è un libro che fa della chiarezza e della trasparenza il suo primo punto di forza. Non si tratta però, come forse il libro precedente, solo di una prima lezione. Il taglio generale, l’ampiezza dei temi affrontati, la ricchezza dei riscontri ne fanno piuttosto una sorta di corso completo di storia della lingua italiana.

Il libro si articola in sette capitoli ognuno dei quali è chiuso da una essenziale ma molto utile serie di Integrazioni bibliografiche. Al di là del primo e del quarto capitolo che trattano di due aspetti di cui si dirà più avanti, il libro discute sostanzialmente tre temi fondamentali: il rapporto dell’italiano con il latino; il problema della continuità o rottura tra l’italiano antico e quello moderno; la questione dell’italiano parlato.

Solidarietà e conflitto con la “madre”

Dopo aver presentato alcuni elementi fondamentali di grammatica storica, che aiutano a dare concretezza all’idea del cambiamento linguistico avvenuto nel passaggio dal “latino volgare” ai “volgari romanzi”, la tenuta del rapporto tra italiano e latino è misurata nel corso della storia, seguendo da vicino modalità e variazione di intensità di una relazione che si caratterizza per la continuità di apporti nutritivi da parte della lingua “madre”, il latino, pur secondo dinamiche disolidarietà e conflitto che richiamano in questo senso davvero una relazione di tipo genitoriale.

Nel capitolo, il quinto, che si interroga sulla distanza tra l’italiano antico e quello moderno, Serianni ha modo di tornare a discutere di un problema sensibile come quello della norma linguistica, ribadendo una posizione già altrove illustrata: «il confine giusto/sbagliato è labile e non dipende da categorie ontologiche, date una volta per tutte, ma solo dalla reazione della collettività dei parlanti, mutevole nel corso del tempo» (p. 122). Una posizione certo condivisibile e ormai accolta nella comunità scientifica, ma che porta con sé lo spinoso problema della necessità di una profonda trasformazione dell’educazione linguistica, a partire dalla formazione degli insegnanti ancora troppo ancorata a un’idea rigida della lingua, basata più sul potere censorio della regola che sulla discussione in merito alle variazioni di registro legate all’uso.

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La successiva rassegna di fenomeni, pur schiacciando la prospettiva storica su due soli livelli, appunto antico e moderno, ma passando come sempre nel libro dalla lingua letteraria a quella pratica, conferma la grande stabilità dell’italiano nel tempo in quasi tutti i settori: si possono certo considerare inevitabili certi processi di assestamento, che riguardano tra l’altro gli aspetti più superficiali della lingua come la grafia e la morfologia, soprattutto verbale.

Da quando esiste un italiano parlato?

L’ultima parte del libro (gli ultimi due capitoli) affronta uno dei problemi più complessi della variazione linguistica, quello che riguarda il rapporto tra scritto e parlato. Non solo per le differenze che nell’ambito di qualsiasi lingua si possono riscontrare quando cambia il canale di trasmissione, ma per i tratti peculiari che riguardano la storia dell’italiano. La domanda che ci si è fatti e ci si continua a fare è se sia esistito e da quando un italiano parlato, ossia una lingua condivisa oralmente, magari solo per competenza passiva. Ma anche questo problema è inquadrato nel contesto di una ormai necessaria riconsiderazione generale della storia linguistica italiana, non più solo legata alla sua grande tradizione letteraria. Da questo punto di vista il panorama degli studi si è arricchito negli ultimi anni di alcuni lavori importanti che hanno appunto contribuito a rimettere in discussione alcune tesi consolidate. Utilizzando dunque anche la bibliografia più recente Serianni cerca di fare il punto di una situazione tutt’altro che semplice, ma stimolante e aperta agli studi futuri della disciplina. Che si possono immaginare proficuamente volti ad arricchire e approfondire il panorama delle testimonianze di quell’italiano pidocchiale di cui ha parlato Enrico Testa in uno dei lavori sopra citati. Per aggiungere, se possibile, al certificato storico dell’italiano (come recita il titolo dell’ultimo capitolo del libro) il timbro di dignità proprio di una lingua che, anche in tempi, in occasioni e secondo modalità di cui fino a poco tempo fa non si era del tutto tenuto conto, ha saputo essere uno strumento di comunicazione efficace, lungo una scala di usi e di registri lontana dall’ufficialità letteraria.

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Scrittura a servizio delle cose

Dopo aver notato che la prospettiva storica adottata dall’autore toglie forse lo spazio per un discorso non certo privo di interesse sulla lingua contemporanea e ai suoi peculiari ambiti di variazione, torniamo ora al punto da cui eravamo partiti, ossia la chiarezza, la perspicuità di questo libro. Chi conosce il lavoro di Serianni per ragioni professionali o di interesse scientifico o culturale sa bene che la cortesia usata dall’autore nei confronti dei suoi lettori non rappresenta un caso isolato: per dirla con Buffon, «le style est l’homme même».

Qui come altrove la ricerca di uno stile divulgativo si esprime nella qualità di una scrittura che è sempre a servizio delle cose che vuole dire, ma anche nella capacità di trovare per i concetti più ostici una soglia d’entrata amichevole. La grande messe di esempi con cui Serianni anche in questo lavoro nutre la discussione su alcune questioni centrali della disciplina non rappresenta mai una scorciatoia, ma piuttosto l’occasione per mostrare nel dato concreto la concretezza della materia. Gli esempi stessi vengono introdotti, contestualizzati, messi in relazione tra di loro: pur adottando un approccio deduttivo sembra quasi che i fenomeni descritti emergano e si impongano poi, attraverso la loro stessa evidenza, per via induttiva.

Un discorso collettivo

Quel che colpisce semmai, in questo lavoro forse più che in altri, è come Serianni riesca a fare del suo discorso un discorso collettivo: molti infatti sono gli studiosi chiamati a partecipare alla discussione, offrendo esempi singoli da commentare, concetti da discutere, tesi da condividere o argomentare. L’idea insomma che ne esce è quella di un autore che ha alle spalle una comunità scientifica attiva e stimolante con cui interagire. Da questo punto di vista leIntegrazioni bibliografiche che, come detto, accompagnano ciascun capitolo non sono che l’indicazione di luoghi al di fuori del testo dove continuare il dialogo.

Il curriculum dello storico della lingua

La forte tensione pedagogica dello studioso, agevolata in questo caso dal tipo di destinatario a cui si rivolgono queste prime lezioni, si esprime con maggiore compiutezza soprattutto nel primo e nel quarto capitolo. Nel capitolo iniziale, al di là dell’introduzione di alcuni fondamentali aspetti della ricerca disciplinare (come la distinzione tra storia linguistica interna ed esterna), va notata soprattutto la capacità di accogliere in questa breve ricognizione sulle fondamenta della materia i nomi di quasi tutti i più importanti studiosi del settore, mettendone in luce la solidità degli studi e l’originalità degli apporti scientifici. Una storia della disciplina a misura d’uomo che trova la sua naturale prosecuzione nel quarto capitolo, dove in sostanza si definisce una sorta di ideale curriculum dello storico della lingua che, ci si augura, non mancherà di incuriosire e affascinare i lettori più giovani. Soprattutto là dove, discutendone le competenze necessarie, si sottolinea implicitamente l’apertura, direi anzi la passione per l’interdisciplinarità che deve animare chi intende occuparsi di storia linguistica: un profilo in cui non si può mancare di essere filologo, storico della letteratura, storico tout court, e probabilmente anche molto altro.

Il filologo e il poliziotto

Corollari a questo profilo si possono poi cogliere anche altrove, a conferma della centralità di un approccio interessato al futuro della disciplina. Nel secondo capitolo, ad esempio, il paragone tra lo storico della lingua che non è a suo agio con lo spoglio linguistico di un testo e «un agente di polizia ignaro di come si maneggia un’arma da fuoco» (p. 42) sembra voler suggerire l’idea di una ricerca che deve sempre essere attiva, vigile, sul campo. Ci può essere la tentazione ad un certo punto di sedersi dietro una scrivania, ma è chi va di pattuglia per le strade che ottiene i risultati più sicuri e gratificanti. Per sé e per la comunità.

 di Fabio Magro*

*Fabio Magro si è laureato a Padova dove ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Romanistica. Si è occupato di metrica, di stilistica e di lingua letteraria e non, in particolare tra Otto e Novecento. Ha pubblicato tra l’altro «Un ritmo per l’esistenza e per il verso». Metrica e stile nella poesia di Attilio Bertolucci (2005), Un luogo della verità umana. La poesia di Giovanni Raboni (2008), L’epistolario di Giacomo Leopardi. Lingua e stile (2012), Lettere familiari (inStoria dell’italiano scritto. iii. Italiano dell’uso, 2014, pp. 101-57).

Edizione: 20152
Collana: Universale Laterza [949]
Serie: Prime lezioni
ISBN: 9788858117378
Argomenti: Linguistica e semiotica
  • Pagine: 198
  • Prezzo: 13,00 Euro

Fonte: http://www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato…/

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