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Il dio Ra pianse, le lacrime scese dai suoi occhi caddero a terra e si trasformarono in api.

 

“Il dio Ra pianse, le lacrime scese dai suoi occhi caddero a terra e si trasformarono in api. Le api fecero il loro alveare e si operarono con i fiori di ogni pianta per produrre miele e cera. Così anche il miele e la cera d’api fuoriuscirono dalle lacrime di Ra”. Questa iscrizione proveniente da un antico papiro egiziano (Salt 825) ci racconta di come gli Egizi credevano che le lacrime generate dal pianto del dio sole Ra si trasformassero in api mentre colpivano la terra e di come il miele e la cera erano stati quindi associati alle lacrime del dio. Le api, per ciò, erano considerate sacre, un dono di Ra in persona, il quale aveva conferito loro un aspetto prezioso non solo per come queste contribuivano con la loro produzione all’economia e al benessere della società egizia, ma anche perché erano teologicamente importanti. Proprio per questo motivo il miele era utilizzato anche nei rituali di morte, perché, oltre che conferire al defunto un incarnato dorato come d’oro era la pelle degli dei, si riteneva che fosse realmente sacro. Secondo le credenze degli antichi Egizi il miele aveva proprietà magiche, ma anche terapeutiche, quindi era utilizzato anche nella medicina. Il papiro Ebers ed il papiro Smith, documenti di circa 3500 anni fa, descrivono alcuni preparati curativi a base di miele. Quale importante antisettico, era utilizzato per le ferite, per malattie varie come all’intestino, agli occhi e ai reni, veniva applicato nella chirurgia per le sue proprietà cicatrizzanti ed anche nell’odontoiatria per le otturazioni dei denti. In un papiro del 1850 a.C. circa, dove vengono descritti rimedi anticoncezionali, troviamo menzionata come spermicida una miscela a base di miele e carbonato di sodio che doveva essere applicata all’interno della vagina. Anche la cosmesi non era immune al suo fascino e alle sue proprietà emollienti, infatti il miele era considerato una sostanza dai particolari effetti benevoli da essere abitualmente usato per la cura della pelle e dei trattamenti di bellezza, tanto da diventare protagonista nei leggendari bagni di Cleopatra preparati con una base di latte, miele ed oli. Con questa sostanza appiccicosa si producevano unguenti, profumi, creme di bellezza, saponi, paste dentifrice ed era utilizzato come un ottimo rimedio contro le rughe. Nell’alimentazione, prima della scoperta della canna da zucchero, era il dolcificante per eccellenza ed era presente anche in cucina per la preparazione di piatti raffinati; infatti sembra che solo le classi sociali più elevate e i membri della corte reale – si pensa che quest’ultimi lo consumassero esclusivamente chiaro e puro – avessero il privilegio di gustarne il sapore. Accompagnato da fichi era consumato durante le feste rituali, tanto che la classe sacerdotale aveva una sorta di monopolio. Ed era scambiato anche come valuta.

La cera d’api era considerata alla stregua di questo oro liquido, era utilizzata come adesivo e sostanza collante, era materiale artistico, veniva utilizzata per la colata del metallo (vedi anche la recente scoperta durante il lavoro di restauro alla barba della maschera di Tutankhamon, dove, al suo interno, è stata ritrovata della cera d’api lasciata proprio dagli artisti egiziani) ed anche nella stregoneria: un esempio palese ci giunge dal processo per la congiura contro Ramesse III, dove alcuni maghi furono accusati di aver costruito delle statue di cera ai danni del faraone.

Oltre la valenza mitologica si ritiene che per la presenza di una “testa coronata” (l’ape regina) a capo della laboriosa e popolosa colonia di questi deliziosi insetti il Basso Egitto abbia utilizzato l’ape come simbolo territoriale e che il faraone stesso lo abbia usato, insieme al giunco, quale emblema reale, simbolo di sovranità e di comando. Per tutta la storia di questa civiltà, il Basso Egitto è stato sempre rappresentato dall’ape, come il re era sempre associato allo stesso simbolo nella sua titolatura. Lo stesso Orapollo, nei suoi scritti del V secolo d.C., ci scrive “quando gli egiziani vogliono rappresentare un popolo che ubbidisce al proprio re, dipingono un’ape”. L’ape per tutti questi motivi era sacra e fatta oggetto di culto comune.

Gli antichi Egizi, per quanto ne sappiamo, sono stati i primi a praticare l’apicoltura organizzata, le prime notizie risalgono al III millennio a.C. La più antica raffigurazione in assoluto in cui vediamo l’uomo raccogliere il miele risale a 9000 anni fa, nelle pitture rupestri del periodo mesolitico rinvenute nelle Grotte del Ragno vicino Valencia in Spagna, ma la più antica testimonianza della vera apicoltura (che consiste nel fornire alle api una cavità artificiale in cui queste possono costruire un nido, allevare i loro piccoli e produrre miele), è giunta a noi dalla terra del Nilo; proprio da qui arrivano i primi documenti apistici.

Dalla TT279, tomba di Pabasa, El-Assasif – Apicoltore versa il miele raccolto in un otre (ph. Tiziana Giuliani)

 

 

Non sappiamo come e quando avvenne il passaggio dalla fase della raccolta del miele selvatico a quello domestico, come non possiamo dire con estrema sicurezza che gli antichi abitanti delle Due Terre sono stati i primi ad organizzarsi per la produzione, ma per la documentazione che abbiamo sembra molto probabile che abbiano inventato le tecniche che hanno portato all’apicoltura[1]. Gli alveari degli antichi Egizi erano diversi da quelli utilizzati dagli apicoltori di oggi: erano a forma di cilindro, per la precisione, erano dei tubi orizzontali fatti di fango che venivano essiccati e poi accatastati orizzontalmente l’uno sopra l’altro; una volta estratto il miele questo veniva conservato in vasi di forma sferica.

Dalle pitture tombali sappiamo inoltre che gli apicoltori non indossavano alcun equipaggiamento protettivo, ma dalla TT100, la tomba di Rekhmira, Visir della XVIII dinastia, ci è giunta una bella rappresentazione dove uno degli apicoltori è in possesso di un turibolo d’incenso, scena dalla doppia valenza. Naturalmente sappiamo che con il fumo le api si calmano, si abbassano verso il terreno e cambiano il loro comportamento, così come sappiamo che l’uso dell’affumicatore era necessario per estrarre il miele, ma è interessante notare che, visto che consideravano le api il dono di Ra, la fumigazione era anche un’offerta d’incenso da fare alle api per onorare il dio[2].

Questa doppia valenza sembra essere stata applicata anche nelle raffigurazioni delle scene legate all’apicoltura, infatti ci sono due correnti di pensiero per quanto riguarda la rappresentazione di questa pratica. Ad esempio, nella testimonianza presente nella tomba di Pabasa[3] (sepoltura conosciuta come la “tomba delle api”) vediamo l’apicolture inginocchiato con le braccia alzate davanti alcuni alveari. L’uomo sembra essere raffigurato nel tipico atto di adorazione, ma la sua postura ricorda anche il segno determinativo che nella lingua scritta indica un’azione, quindi, in questo caso, l’atto di raccogliere il miele.

Dalla TT279, tomba di Pabasa, El-Assasif (ph. Tiziana Giuliani)

 

Stesso discorso vale per l’offerta che l’apicolture sembra donare alle api.

 

Dalla TT414, tomba di Ankh-Hor, El-Assasif (ph. Tiziana Giuliani)

Altre testimonianze scritte risalenti all’Antico Regno ci descrivono l’apicoltura come una pratica nomade esercitata lungo le sponde del Nilo anche con l’ausilio di muli. Le fioriture non avvenivano nello stesso periodo lungo tutta l’estensione di Kemet, nell’Alto Egitto la stagione favorevole arrivava, ed arriva tutt’ora, prima rispetto al Basso Egitto, quindi gli apicoltori si spostavano da sud a nord praticando una forma di transumanza lungo il fiume sacro, seguendo la maturazione delle fioriture. Anche lo scrittore settecentesco Savary, descrivendo le migrazioni estive degli apicoltori in quelli che erano gli antichi nomoi dell’Egitto, dove ancora oggi si può sentire lo stesso ronzio dell’“ape egiziana”, ci racconta una realtà tramandata da secoli ed immutata con il passare del tempo: “Si raggruppano su grandi barche le api di numerosi villaggi in ottobre. Ogni proprietario affida loro i suoi alveari contraddistinti da un segno particolare. Quando la barca è carica, gli uomini addetti a condurla risalgono lentamente il fiume e si fermano in tutti i luoghi in cui trovano del verde e dei fiori. Le api, dopo aver estratto i profumi dei fiori d’arancio di Said, l’essenza delle rose di Fayum [sic], i dolci aromi del gelsomino arabo, e di ogni fiore, dopo tre mesi di soggiorno sul Nilo, a febbraio vengono riportate con i loro alveari ai luoghi da cui erano state prelevate e nei quali trovano nuove ricchezze. Questa attività frutta agli egiziani un miele delizioso e cera in abbondanza. Al ritorno i proprietari pagano ai battellieri una retribuzione proporzionale al numero degli alveari che essi hanno portato in giro da un capo all’altro dell’Egitto” (“Lettere sull’Egitto”, Savary, 1788).

 

Dalla TT414, tomba di Ankh-Hor, El-Assasif (ph. Tiziana Giuliani)

 

Fonte: https://mediterraneoantico.it/articoli/egitto-vicino-oriente/le-lacrime-ra-lapicoltura-limportanza-delle-api-nellantico-egitto/

 

[1] “The Tears of Re: Beekeeping in Ancient Egypt”, Gene Kritsky  (Oxford University Press).

[2] “The Tears of Re: Beekeeping in Ancient Egypt”, Gene Kritsky  (Oxford University Press).

[3] Gran maggiordomo di Nitocris, Divina Adoratrice di Amon durante il Periodo Saita, regno di Psammetico I, XXIV dinastia.

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